Il Signoraggio e la Politica di Affamare la Bestia

La discussione sul Signoraggio ha un senso?

Sul web ha tenuto banco per diverso tempo una accesa discussione sul cosiddetto “Signoraggio”.
Il signoraggio è normalmente inteso come quei ricavi che lo stato incamera dagli investimenti in attività finanziarie e reali, finanziati dal suo potere di emettere moneta, ai quali si devono sottrarre solo i trascurabili costi di produzione delle banconote. In pratica il signoraggio è l’interesse (al netto dei costi di stampa) ricavato dall’acquisto dei titoli (messi all’attivo nel bilancio della BC) in contropartita del circolante emesso (e iscritto al passivo).

I “signoraggisti” invece interpretano il signoraggio come una complicata truffa contabile attraverso la quale la Banca Centrale si approprierebbe del denaro del circolante ponendolo al passivo dello stato patrimoniale e facendolo sparire dai conti. A questo sarebbe dovuto secondo loro l’enorme debito pubblico.

Non intendo qui infilarmi nel cul-de-sac della discussione sulla vera natura del signoraggio. Vorrei invece provare a delineare una breve storia della emissione monetaria per mostrare come, a partire dagli anni Ottanta, sia stato messo in piedi un tale perverso meccanismo di espropriazione della sovranità monetaria nei confronti dello Stato, il quale già basta e avanza a determinare lo strapotere del mondo della finanza, senza necessità alcuna di litigare sull’esistenza o meno di truffe di altro genere. Come dire, ci tengono già per le palle così, scusate l’elegante espressione, senza bisogno di marchingegni contabili difficili da dimostrare.

Come funzionava fino agli anni ’80 l’emissione di moneta in Italia?

Facciamo dunque un passo indietro. Fino agli anni ‘80 c’era un altro modo di finanziare i deficit del bilancio pubblico. Nei libri si parla di “monetizzazione” del debito, liquidandola in fretta come causa dell’inflazione a due cifre del decennio.

Vediamo meglio di cosa si trattava. Da un lato il finanziamento della spesa pubblica poteva avvenire attraverso scoperti nel conto corrente di Tesoreria, il conto che il Tesoro intratteneva con la Banca d’Italia, in cui moneta fresca di nuova emissione veniva direttamente messa a disposizione dello Stato per esigenze di cassa.

Per le esigenze eccedenti quella che veniva considerata la giusta immissione di base monetaria, si emettevano titoli del debito pubblico a tassi di interesse contenuti, stabiliti dallo stesso Ministro del Tesoro. Le banche per legge erano soggette a dei vincoli di portafoglio che le obbligavano a investire il 6% dei loro depositi in titoli di Stato. Alla monetizzazione, si aggiungeva quindi un finanziamento con debito a tassi agevolati stabiliti dallo stesso settore pubblico.

La Banca d’Italia partecipava alle aste dei titoli di Stato in concorrenza con le banche e gli altri istituti ammessi, per garantire migliori saggi di aggiudicazione, impegnandosi ad acquistare i titoli invenduti. Infatti i titoli, come avviene ancora oggi, erano emessi con il sistema dell’asta marginale, coè a dire assegnati tutti al prezzo dell’ultima tranche, detto prezzo “al margine”, al quale la quantità domandata eguaglia la quantità offerta. La Banca d’Italia aveva il compito di acquistare le ultime tranches di titoli eventualmente invendute, per evitare la discesa del prezzo di cui avrebbero sennò beneficiato tutti i sottoscrittori, a danno dello Stato.
Questi titoli residuali erano acquistati dalla Banca centrale tramite emissione di nuova moneta, e messi a riserva all’attivo, in contropartita del circolante emesso e iscritto al passivo. Gli interessi erano poi girati allo stato (a meno delle spese della banca). Lo Stato restituiva il denaro alla banca alla scadenza dei titoli, ma d’altronde alla scadenza si apriva la prossima asta, che dava corso a un nuovo finanziamento.

Queste regole hanno contribuito a contenere il debito italiano entro limiti accettabili sino agli anni ’80, nonostante le forti spese pubbliche e le politiche keynesiane allora dominanti. Il debito pubblico viaggiava intorno al 35% del PIL negli anni ’60, ed era ancora al 60% nel 1980.

Come mai negli anni ’80 sono cambiate le regole e si è deciso di affamare la Bestia?

All’inizio degli anni ‘80 le autorità monetarie italiane iniziarono a modificare le regole di finanziamento dello Stato.

La ragione espressa era la spaventosa inflazione a due cifre addebitata alla “monetizzazione” del debito, mentre quella non dichiarata era di compiere un primo passo verso l’obiettivo di strangolare lo Stato facendogli mancare i finanziamenti e lasciare più spazio al dio libero mercato.

La situazione di piena occupazione raggiunta a fine anni Sessanta, infatti, favorita dalle politiche keynesiane, modificando i rapporti tra le classi, rafforzava notevolmente il potere contrattuale dei lavoratori, che sfuggivano al controllo. L’impennata dei salari dopo l’autunno caldo e il conflitto sociale elevatissimo per oltre un decennio, insieme a un forte rialzo del prezzo del petrolio e delle altre materie prime, erodevano i margini di profitto in maniera tale che il capitale varò la “strategia dell’inflazione”, aumentando i prezzi per correggere la redistribuzione del reddito imposta dal movimento operaio; il sistema della scala mobile, però, indicizzando i salari all’inflazione, riusciva a redistribuire nuovamente a vantaggio dei redditi più bassi. I prezzi salivano così di nuovo, e la rincorsa prezzi-salari-prezzi che acutizzava l’inflazione galoppante altro non era se non la lotta tra salari e profitto per la distribuzione della torta.

L’intervento dello Stato in economia di stampo Keynesiano portava davvero alla piena occupazione! Ma questo non sembrava un risultato desiderabile ai detentori del capitale, che non volevano accettare la conseguente redistribuzione della ricchezza!

La rivincita del grande capitale si è basata sulla politica di “affamare la bestia”, ossia tagliare allo Stato i suoi finanziamenti e impedirgli di fare le politiche sociali e gli investimenti necessari a tenere alto il livello del reddito e dell’occupazione. La strategia è passata soprattutto per una lotta decisa alla monetizzazione del debito, che gli economisti, con un certo grado di compiacenza, avallavano come la causa primaria dell’inflazione di allora.

In che modo sono cambiate le regole e come è avvenuto l’esproprio della sovranità monetaria dello Stato?

Il primo passo, all’inizio degli anni ‘80, fu l’eliminazione dei vincoli di portafoglio delle banche, seguito dal cosiddetto divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro del luglio 1981: fu stabilito che la Banca d’Italia era esonerata dall’obbligo di fare da acquirente residuale dei titoli offerti alle aste.

Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia ebbe un effetto dirompente, perché il meccanismo delle aste marginali comportava che i titoli in emissione venissero assegnati tutti al prezzo al margine, anche oltre i normali livelli di mercato. Il cosiddetto minimum landing rate, il tasso sui prestiti per i migliori clienti, era di molto inferiore al tasso praticato allo Stato, per cui ai grossi clienti conveniva addirittura prendere a prestito il denaro in banca per reinvestirlo immediatamente in titoli di stato, guadagnando la differenza tra i due tassi!

La cassa integrazione straordinaria venne finanziata in quegli anni al 20% di interesse!

Ed è quindi a partire dagli anni ’80 che il debito cresce a dismisura, arrivando nel 1990 a oltre il 100% del PIL, a causa dei salati interessi che lo Stato si trovava a dover pagare. Qualsiasi grafico mostra l’impennata del debito a partire dagli anni Ottanta.

Il compimento del progetto di esproprio totale della sovranità monetaria fu raggiunto dieci anni dopo con il Trattato di Maastricht, che oltre a prevedere la necessità del riequilibrio del bilancio pubblico per entrare a far parte della moneta unica (limiti del 3% per il deficit e del 60% per il debito), d’altra parte vietava esplicitamente alle Banche Centrali di concedere scoperti di conto alle amministrazioni pubbliche, nonché di acquistare direttamente titoli di debito pubblico.

L’unico motivo per emettere circolante diventa il controllo della liquidità del sistema, a discrezione totale dei banchieri e per l’obiettivo esclusivo di mantenere stabile il valore della moneta. L’emissione di circolante per le esigenze di finanziamento del Tesoro, prima considerato un canale normale di emissione della moneta, diventa off limits, circondato da un vero tabù, tanto che anche nei libri di testo si sorvola su questo canale oramai in disuso.

Contemporaneamente in Italia la legge del 7 febbraio 1992 stabiliva che “le variazioni del tasso di sconto sono disposte dal Governatore della Banca d’Italia con proprio provvedimento” e non più dal Ministro del Tesoro su proposta del Governatore della Banca d’Italia.

Benché l’importanza di questi provvedimenti sia enorme, essi non risuonano nell’agone politico. Siamo agli albori di Tangentopoli, ultimo atto della rappresentazione, ultimo tocco di pennello teso a screditare definitivamente la classe politica anche agli occhi del popolo, come inadatta a gestire denaro, bisognosa della rigorosa tutela degli uomini di banca (sic!)….

Con tutto ciò viene quindi definitivamente tolto allo Stato il controllo sul suo finanziamento, e assegnato in modo unilaterale ai banchieri il potere decisionale sull’emissione e sulla politica monetaria.

Come funziona oggi l’emissione di moneta?

Oggi quando e nella misura in cui la Banca Centrale decide di aumentare la base monetaria e immettere circolante, la funzione di emissione da essa svolta si articola su tutto il territorio nazionale attraverso la rete delle filiali che a livello locale provvedono ad alimentare il sistema con banconote fresche e a ritirare dalla circolazione le banconote logore, attraverso i prelievi e i versamenti effettuati dalle banche commerciali. Inoltre con le operazioni di mercato aperto di tipo definitivo la BC può immettere nuovo circolante comprando titoli sul mercato secondario. Gli attivi in contropartita dell’emissione delle banconote (titoli, crediti) vengono messi a riserva e lì rimangono, mentre gli interessi su queste riserve, come già prima avveniva, sono rigirati in parte allo Stato.

Il problema sta non solo nel fatto che l’emissione di circolante non è più al servizio dello Stato, ma soprattutto che è mantenuta in limiti ristrettissimi, mentre la maggior parte della moneta è quella creata dal sistema bancario attraverso l’esercizio del credito, con i suoi lucrosi interessi, di cui ovviamente nessuno si sogna di versare niente allo Stato.

Al 2010, dalle statistiche sugli aggregati monetari della Banca d’Italia risulta che la massa di cartamoneta in circolazione ammonta a circa 135 miliardi di euro, contro una massa di moneta bancaria su cui le banche incassano interessi – il cosiddetto M3 – di circa 1.300 miliardi di euro. Un rapporto di 10 ad 1!

Perché la discussione sul signoraggio è inutile?

Questi sono i veri problemi in cui stiamo affondando. Intestardirsi a litigare sul signoraggio, abbastanza difficile da dimostrare, risulta quanto meno inutile di fronte all’enormità di questa frode, autentica, dimostrata, scandalosa, eppure giustificata ancora da mille luoghi comuni infondati.

Se il nostro coinquilino ricco ci porta via la chiave della dispensa, sostenendo che altrimenti ci abbuffiamo e ci viene il mal di pancia, non c’è bisogno di andare a cercare alcun doppiofondo della dispensa dove lui nasconda il cibo, perché in ogni caso la dispensa è già in modo evidente inaccessibile, chiusa a chiave per il nostro bene!

Infine, dopo il danno la beffa: questa rivoluzione copernicana nella gestione delle finanze pubbliche aveva tra le priorità dichiarate il ridimensionamento del debito accumulato. Sono passati più di vent’anni da Maastricht, ma siamo ancora allo stesso livello di allora, anzi, sempre peggio.

 

di Carmenthesister

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