La tecnologia e il conflitto con il lavoro

Fino a qualche decennio fa era possibile immaginare che la tecnologia avrebbe progressivamente liberato l’uomo dalla schiavitù del lavoro pesante, consentendo a tutti di lavorare meno ore (guadagnando di più) grazie all’aumentata produttività ottenuta con la tecnologia. Forse un’utopia, ma la direzione da seguire dovrebbe essere questa. Purtroppo gli interessi economici hanno fatto sì che tutti il surplus di capitale prodotto da questo progresso tecnologico sia finito nelle tasche di pochi, pochissimi, e il mix letale di de-industrializzazione e automazione ha portato ad un aumento smisurato di disoccupazione e sotto-occupazione nei paesi occidentali. 

di Erik Bynjolfsson e  Andrew Mcafee sul The Atlantic:

Nella guerra in corso dell’uomo contro le macchine per la salvaguardia del posto di lavoro, cosa succederebbe se l’uomo non dovesse prevalere?

Fin dal 1811, quando i seguaci di Ned Ludd [personaggio fra storia e fantasia, presunto fondatore del “luddismo”, ndt] fracassarono i telai meccanizzati, i lavoratori si preoccupano fortemente per i posti di lavoro distrutti dall’automazione.

Gli economisti li hanno sempre rassicurati sul fatto che, a fronte dell’eliminazione dei vecchi posti di lavoro, molti altri se ne sarebbero creati … e per oltre 200 anni hanno avuto ragione. Nonostante la massiccia automazione, e fino al termine del XX° secolo, ad ogni fine decennio un numero sempre maggiore di americani aveva trovato un posto di lavoro.

Questa considerazione, tuttavia, è assolutamente empirica, e nasconde uno sporco segreto. Nessuna legge dell’economia ha mai sostenuto che “tutti” beneficeranno in modo automatico del progresso tecnologico. Chiunque sia in possesso della pur minima formazione economica, non può non cogliere il punto. Non può non capire, in altre parole, che alcuni lavoratori potrebbero perdere la gara contro le macchine.

Ironia della sorte, i migliori economisti sono spesso quelli che più resistono a quest’idea, visto che i modelli standard di crescita economica presuppongono implicitamente che questa vada a vantaggio di tutti i residenti di un paese. Ma il progresso tecnologico non può essere considerato come una specie di marea che solleva automaticamente tutti i redditi, come ha dimostrato lo stesso Paul Samuelson [Nobel per l’economia]. L’outsourcing [esternalizzazione di alcune fasi del processo produttivo, ndt] e l’offshoring [l’outsourcing fatto verso paesi stranieri, ndt] non aumentano necessariamente il benessere di tutti i lavoratori.

Anche se la ricchezza dovesse aumentare in modo generalizzato, potrebbero esserci, e di solito ci sono, dei vincitori e dei vinti. Ed i perdenti non saranno necessariamente una piccola parte di un qualche piccolo segmento della forza lavoro, come i produttori di fruste per cavalli. In linea di principio potrebbero anche essere la maggior parte della popolazione, finanche il 90%.

Se i salari potessero essere liberamente “aggiustati”, allora i “perdenti” potrebbero mantenere i loro posti di lavoro accettando salari sempre più bassi, parallelamente al miglioramento delle tecnologie. Ma c’è ovviamente un limite, a quest’aggiustamento.

Dopo che i “luddisti” cominciarono a distruggere le macchine che pensavano minacciassero il loro posto di lavoro, l’economista David Ricardo – che in un primo momento credeva che i progressi della tecnologia avrebbero beneficiato tutti – sviluppò un modello astratto, che dimostrava la possibilità di una “disoccupazione tecnologica”.

L’idea di base era che, ad un certo punto, il “salario di equilibrio” potesse scendere, per i lavoratori, al di sotto del livello minimo di sussistenza. Conseguentemente, un essere umano razionale non comprenderebbe la ragione per cui lavorare, ed allora quel lavoratore diventerebbe un disoccupato, ed al suo posto ci sarebbe una macchina. Questo, naturalmente, era solo un modello astratto. Ma nel libro “A Farewell to Alms”, l’economista Gregory Clark ha fatto un esempio parecchio inquietante di questo fenomeno:

C’era un tipo di lavoratore, all’inizio della seconda “Rivoluzione Industriale”, il cui lavoro ed i cui mezzi di sostentamento in gran parte scomparvero, agli inizi del XX° secolo. Quel lavoratore era il cavallo. I cavalli impegnati in attività  lavorative raggiunsero il picco nel 1901, molto tempo dopo l’inizio della seconda “Rivoluzione Industriale” [1850] – in Inghilterra ce n’erano 3.250.000. Nonostante fossero stati sostituiti dalla ferrovia [per le lunghe distanze] e dai motori a vapore [per l’azionamento dei macchinari], i cavalli erano ancora utilizzati per arare i campi, per trainare carri e carrozze sulle brevi distanze, per tirare le barche lungo i canali, per faticare nelle miniere e portare gli eserciti in battaglia. Ma i motori a combustione interna, alla fine del XIX° secolo, soppiantarono rapidamente  questi “lavoratori”, al punto tale che, nel 1924, ne erano rimasti meno di due milioni. C’era sempre, comunque, un “salario” al quale tutti questi cavalli avrebbero potuto continuare ad essere occupati. Ma quel “salario” era così basso, da non essere sufficiente per la loro alimentazione.

Mentre la tecnologia continua ad avanzare, prendendosi posti di lavoro ed attività che prima appartenevano solo agli uomini, possiamo senz’altro immaginarci un tempo futuro nel quale quantità sempre maggiori di lavori saranno più economici se fatti dalle macchine piuttosto che dagli esseri umani. Ed in effetti i salari dei lavoratori non qualificati hanno mostrato, negli ultimi trent’anni, una tendenza al ribasso, almeno negli Stati Uniti.

Abbiamo capito, inoltre, che la disoccupazione tecnologica può verificarsi anche quando i salari sono ancora ben al di sopra del livello di sussistenza, se ci sono rigidità verso il basso che impediscono loro di cadere più rapidamente di quanto richiesto dai progressi della tecnologia. Le leggi sul salario minimo, l’assicurazione sanitaria e quella contro la disoccupazione, la vigente normativa sui salari e sui contratti a lungo termine – per non parlare dei problemi legati alle consuetudini ed alla psicologia – rendono difficile una rapida riduzione dei salari.

I datori di lavoro, inoltre, trovano spesso che i tagli salariali siano dannosi per il morale dei lavoratori. Non solo, anche la letteratura sul “salario efficiente” sostiene che questi tagli possono essere demotivanti, e causare alle aziende la perdita delle loro persone migliori.

Ma anche la completa flessibilità salariale non sarebbe una panacea. Contro la minaccia di “disoccupazione tecnologica”, salari che fossero sempre in caduta [per quote significative della forza lavoro] non rappresenterebbero una soluzione molto attraente. A parte il danno agli standard di vita dei lavoratori interessati, una retribuzione sempre minore non servirebbe che a posporre il giorno della resa dei conti. La cosiddetta “Legge di Moore” [secondo cui le prestazioni dei microprocessori raddoppiano ogni 18 mesi, ndt] non si riduce ad un mero blip, ma si sviluppa in modo fortemente esponenziale.

La minaccia costituita dalla “disoccupazione tecnologica” è reale. Per capirla fino in fondo, proponiamo la suddivisione dei vincitori e dei vinti in tre categorie, generate dal cambiamento tecnologico: (1) lavoratori altamente qualificati controlavoratori poco qualificati, (2) superstars contro tutti gli altri, ed infine (3) capitale contro lavoro.
Ognuna di queste tre categorie ha alle spalle dei fatti ben documentati e dei links alla tecnologia digitale. Questi tre gruppi, inoltre, non si escludono a vicenda, perché il vincitore di ogni singola categoria ha notevoli possibilità di esserlo anche nelle altre due, la qual cosa ne amplifica le conseguenze.

La teoria economica, in ogni caso, è molto chiara. Anche quando il progresso tecnologico aumenta la produttività e la ricchezza complessiva, insieme a queste due va ad influenzare anche la suddivisione dei premi, ponendo alcune persone in una situazione potenzialmente peggiore di quanto non lo fosse prima dell’innovazione tecnologica. In un’economia in crescita, i guadagni dei vincitori possono essere più grandi delle perdite subite da chi ha perso, ma questa è una piccola consolazione per chi è stato trattato particolarmente male rispetto agli altri.

In conclusione, le conseguenze del progresso tecnologico sul lavoro sono certamente un fatto empirico, che però può essere meglio definito esaminando i dati. Per le tre categorie di “vincitori e vinti”, comunque, la notizia è preoccupante.

Diamo allora un’occhiata ad ognuna di esse.

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1) Lavoratori altamente qualificati contro lavoratori poco qualificati

Inizieremo con il cosiddetto “skill-biased technical change” [passaggio a tecnologie altamente qualificate, ndt] che è, forse, quello più attentamente studiato. E’ il caso in cui il cambiamento tecnologico aumenta la domanda di lavoro altamente qualificato, e riduce o elimina, al contempo, quella per lavori poco qualificati. Molte delle automazioni che sono state introdotte nelle fabbriche rientrano in questa categoria: le lavorazioni di routine vengono girate alle macchine, mentre le ben più complesse “programmazione, gestione e marketing” restano di competenza degli esseri umani.
Un recente articolo degli economisti Daron Acemoglu e David Autor evidenzia la crescente divergenza retributiva tra lavoratori dotati di differenti livelli d’istruzione. Negli ultimi 40 anni i salari settimanali dei diplomati si sono ridotti, mentre quelli dei laureati non hanno subito riduzioni. I lavoratori con un’istruzione universitaria, in altre parole, hanno visto un significativo progresso nei loro guadagni, che è stato ancor più grande per coloro che hanno completato la formazione di laurea [Figura 3.5 – Il ciclo di studi è quello statunitense, diverso da quello europeo, ndt].
Ma c’è di più, l’aumento del prezzo [costo] relativo dei lavori altamente specializzati, arriva in un periodo in cui anche l’offerta [per questi tipi di lavoro] è aumentata. La combinazione di un alto salario con un’offerta crescente punta inequivocabilmente ad un aumento della domanda relativa di lavoro qualificato. Considerando che chi ha una minore istruzione aveva già da prima un salario più basso, questo cambiamento tecnologico non ha fatto altro che aumentare la disuguaglianza nei redditi complessivi.

E’ chiaro, dal grafico in Figura 3.5, di quanto le divergenze salariali si siano accelerate nell’era digitale. David Autor, Lawrence Katz e Alan Krueger, così come Frank Levy, Richard Murnane e molti altri, hanno documentato con degli studi accurati che l’aumento della domanda relativa di lavoro qualificato è strettamente correlata ai progressi della tecnologia, ed in particolare di quella digitale. Da qui l’appellativo di “skill-biased tecnical change”, anche conosciuto con l’acronimo SBTC.

Ci sono due distinte componenti, nel recente SBTC. Tecnologie come ad esempio la robotica, le macchine a controllo numerico, il controllo computerizzato del magazzino e la trascrizione automatica, vengono utilizzate sempre di più per compiti di normale routine, rendendo inutile il lavoro umano.

Altre tecnologie, invece, come la visualizzazione dei dati, l’analitica, la comunicazione ad alta velocità e la prototipazione rapida, hanno aumentato considerevolmente la necessità di contributi al ragionamento di sintesi data-driven [basato sui dati, ndt], aumentando il valore intrinseco di queste tipologie di lavoro [ovvero di chi li fa, ndt].

Il “passaggio a tecnologie altamente qualificate” [SBTC] è stato importante anche in passato. Per la maggior parte del XIX° secolo, circa il 25% di tutta l’agricoltura si basava sulla trebbiatura del grano. Questo lavoro è stato automatizzato nel 1860. Il XX° secolo è stato invece caratterizzato dalla meccanizzazione accelerata non solo dell’agricoltura, ma anche del lavoro in fabbrica.

Riecheggiando il primo vincitore del Nobel per l’economia, Jan Tinbergen, gli economisti Claudia Goldin e Larry Katz [Harvard] hanno descritto questo passaggio [SBTC] come una “gara tra istruzione e tecnologia”. I notevoli investimenti nell’istruzione, aumentando il livello medio culturale della forza-lavoro americana, hanno aiutato a prevenire dei picchi elevati di disuguaglianza, conseguenti alla crescente automatizzazione [dei lavori non qualificati].

Seppur l’istruzione non possa essere definita come sinonimo assoluto di abilità, ne è però il correlato più facilmente misurabile … questo modello, quindi, suggerisce che la domanda per lavoratori altamente qualificati sia aumentata più velocemente dell’offerta.

Gli studi descritti in questo libro [scritto da Erik Brynjolfsson, Timothy Bresnahan, Lorin Hitt  e Shinku Yang] hanno svelato un aspetto fondamentale: il “passaggio a tecnologie altamente qualificate” [SBTC] non si basa solo sulle competenze di chi lavora con i computers, ma è rappresentato soprattutto dai ben più ampi cambiamenti portati nell’organizzazione del lavoro, resi possibili dalla tecnologia dell’informazione [IT].

Le imprese più produttive hanno reinventato e riorganizzato i percorsi decisionali, i sistemi d’incentivazione, i flussi informativi, i sistemi di assunzione [del personale] ed altri aspetti dell’organizzazione del capitale, per ottenere il massimo dalla tecnologia. Tutto ciò, a sua volta, ha richiesto livelli di competenza radicalmente diversi, ed in generale più elevati, nel mondo del lavoro.

Ma c’è di più, ogni dollaro speso nello hardware ha catalizzato più di 10 dollari d’investimenti in capitale organizzativo complementare [1 a 10]. Le attività organizzative immateriali sono quelle che di solito sono più difficili da cambiare, ma sono anche quelle più importanti per il successo dell’organizzazione.

Parallelamente con il dispiegarsi del XXI° secolo, l’automazione ha interessato settori lavorativi sempre più ampi. Finanche i bassi salari percepiti in Cina non hanno isolato i lavoratori dall’essere poco competitivi, rispetto sia ai nuovi macchinari che ai complementari cambiamenti organizzativi ed istituzionali.

Terry Gou, ad esempio, fondatore e presidente della Foxconn [leader mondiale nella produzione di meccanismi elettronici di base, ndt], ha annunciato un piano per l’acquisto di 1 milione di robots, nel corso dei prossimi tre anni, per sostituire gran parte della sua forza lavoro. Ai robots saranno affidati i lavori di routine, come ad esempio la verniciatura a spruzzo, la saldatura e l’assemblaggio di base. Foxconn ha attualmente 10.000 robots, ma il prossimo anno ne avrà altri 300.000.

 2) Superstar contro tutti gli altri

La seconda categoria è quella che abbiamo chiamato “superstars contro tutti gli altri”. Molte industrie sono del tipo “winner-take-all [il vincitore prende tutto]”, o “winner-take-most [il vincitore prende la maggior parte di …]”, nell’ambito delle quali alcuni individui fanno la parte del leone nelle ricompense. Pensate alla musica pop, all’atletica professionale e al “mercato” degli Amministratori Delegati.

Le tecnologie digitali aumentano la dimensione e la portata di questi mercati, e non si applicano solo ai beni d’informazione, ma sempre di più anche ai processi aziendali. Come risultato finale, il talento, l’intuizione e le decisioni di una singola persona possono dominare un mercato nazionale e persino mondiale. Nel frattempo i concorrenti locali, buoni ma non eccezionali, vengono sempre più esclusi dai loro mercati. Le superstars di qualsiasi settore possono guadagnare dei premi, a questo punto, molto più grandi di quanto avrebbero potuto nei decenni precedenti.
Gli effetti sono evidenti nella parte superiore della distribuzione del reddito. L’insieme costituto dal 10% in cima alla distribuzione dei salari, fa molto meglio rispetto al resto della forza lavoro … ma anche all’interno di questo gruppo c’è una crescente disuguaglianza. In altre parole, anche per il 10% dell’insieme costituito come sopra [ovvero il 10% del 10%, pari all’1% del totale] il reddito è cresciuto più rapidamente rispetto al resto del gruppo. Ed a sua volta, la parte superiore di quest’ulteriore insieme [ovvero il 10% dell’1%, pari allo 0,1%, ndt] ha visto crescere il proprio reddito ancor più velocemente rispetto al resto del gruppo … e così via.

Non è la conseguenza di un ordinario “passaggio a tecnologie altamente qualificate”, ma piuttosto un riflesso dell’unicità delle superstars [coniugato in termini di reddito]. Sherwin Rosen, egli stesso un economista superstar, ha fissato i concetti dell’economia delle “superstars” in un articolo del 1981.

In molti mercati, i consumatori sono disposti a pagare un premio per avere “il meglio”. In quest’ottica, se esistesse una tecnologia che consentisse di replicare a basso costo i servizi di “un unico” venditore, allora il fornitore del servizio [replicato] con la qualità più alta potrà catturare la maggior parte di quel mercato, o anche tutto. Il “secondo miglior fornitore” potrebbe ottenerne, al più, solo una piccola frazione.

La tecnologia può convertire un mercato ordinario in un mercato caratterizzato da superstars. Prima dell’era della musica registrata, il cantante migliore avrebbe potuto riempire delle grandi sale da concerto ma, nel corso di un anno, non avrebbe raggiunto che poche migliaia di ascoltatori.

Ogni città può avere le proprie stelle locali, ed anche un paio di top performers impegnati in tours a livello nazionale, ma anche il miglior cantante di tutta la nazione non potrebbe raggiungere che una parte relativamente piccola del potenziale pubblico di ascoltatori. Tuttavia, quando si è potuto registrare e distribuire la musica a costi marginali molto bassi, un piccolo numero di top performers ha potuto catturare la maggior parte dei ricavi di quel mercato, dalla musica classica di Yo-Yo Ma al pop di Lady Gaga.

Gli economisti Robert Frank e Philip Cook hanno documentato che il mercato de “il vincitore prende tutto” [winner-take-all] si è profilato parallelamente allo sviluppo della tecnologia, che ha trasformato non solo la musica registrata, ma anche il software, il teatro, lo sport ed ogni altro settore che poteva essere trasmesso come bit digitale.
Questa tendenza ha accelerato in modo notevole, visto che la maggior parte dell’economia si basa, più o meno esplicitamente, sul software. Nel nostro articolo “2008 – Harvard Business Review”, abbiamo visto che le tecnologie digitali permettono di replicare non solo i bits, ma anche i sistemi.

Aziende come la CVS [catena per la vendita di prodotti farmaceutici, ndt], ad esempio, hanno incorporato, nei sistemi informativi aziendali, procedure come quella per la prescrizione di medicinali. Ogni volta che la CVS fa un miglioramento, questo si propaga a livello nazionale, attraverso 4.000 punti vendita, amplificandone il valore. Di conseguenza, la portata e l’impatto di una decisione esecutiva – come ad esempio l’organizzazione di un processo aziendale – è corrispondentemente più grande.

Coerentemente, il rapporto fra il salario del CEO [amministratore delegato] e quello dei lavoratori  [livello retributivo medio], è passato da “70” [nel 1990] a “300” [nel 2005], e gran parte di questa crescita è legata al maggiore utilizzo della IT [Information Technology], secondo una recente ricerca che Erik ha fatto con il suo allievo Heekyung Kim.
Hanno scoperto che anche i compensi degli altri top-executives [alti dirigenti] hanno seguito un modello similare, seppur meno estremo. Aiutati dalle tecnologie digitali, imprenditori, amministratori delegati, stelle dell’intrattenimento ed operatori della finanza, sono stati in grado di sfruttare i loro talenti in tutti i mercati globali, ed ottenere delle ricompense precedentemente inimmaginabili.

Ad essere precisi, però, la tecnologia non è l’unico fattore in grado d’influenzare i redditi. Svolgono un ruolo importante anche i fattori politici, la globalizzazione, i prezzi degli assets e, nel caso degli amministratori delegati e degli operatori della finanza, la “corporate governance” [l’insieme dei principi, delle istituzioni e dei meccanismi che regolano “il potere” all’interno di un’azienda, ndt].

Il settore dei servizi finanziari, in particolare, è cresciuto notevolmente in termini di quota del PIL, ed è cresciuto in misura ancora maggiore rispetto ai profitti ed ai compensi, soprattutto nella parte alta della distribuzione del reddito.
Un’efficiente gestione finanziaria è essenziale in un’economia moderna, ma sembra che una quota significativa del rendimento dei grandi investimenti [fatti nel corso degli ultimi dieci anni su persone e tecnologie, come ad esempio i sofisticati programmi per il commercio computerizzato] sia derivata dalla redistribuzione delle rendite, piuttosto che da una vera e propria creazione di ricchezza.

Altri paesi, con diverse istituzioni ed con una più lenta adozione di IT, hanno visto cambiamenti meno estremi nella disuguaglianza. I cambiamenti globali negli Stati Uniti, invece, sono stati notevoli. Secondo l’economista Emmanuel Saez, l’1% al top delle famiglie statunitensi ha ottenuto il 65% di tutta la crescita economica, a partire dal 2002. Saez riferisce, inoltre, che la parte superiore di questo insieme, ovvero lo 0,01% [le 14.588 famiglie con un reddito superiore a 11.477.000 dollari], ha visto la sua quota del reddito nazionale passare dal 3% al 6%, fra il 1995 ed il 2007.

 3) Capitale contro lavoro

La terza categoria che abbiamo identificato è quella costituita da “capitale contro lavoro”. La maggior parte delle produzioni richiede la presenza sia dei macchinari che del lavoro umano. Secondo la “teoria della contrattazione”, la ricchezza che generano è suddivisa fra di loro sulla base del potere contrattuale relativo, che a sua volta riflette il contributo dato da ognuno di essi al processo produttivo. In altre parole, se la tecnologia diminuisce l’importanza relativa del lavoro umano, in un particolare processo produttivo, allora i proprietari dei beni strumentali saranno in grado di conseguire una quota maggiore dei proventi derivanti dai beni e dai servizi prodotti.

Per meglio approfondire, i proprietari del capitale sono anch’essi degli esseri umani – quindi non è che la ricchezza scompaia dalla società – ma sono parte di un gruppo molto diverso e molto più piccolo rispetto a quello di cui fa parte la maggior parte dei lavoratori, la qual cosa non può che influenzare la distribuzione del reddito.

Questo sta accadendo sempre di più, negli ultimi anni. Kathleen Madigan ha notato che da quando è finita la recessione [3° trimestre 2009, ndt], la spesa reale per le attrezzature e per il software è salita del 26%, mentre i salari sono rimasti sostanzialmente piatti. E’ chiaro che, negli ultimi anni, il capitale ha catturato una quota crescente del PIL. Il grafico 3.6 dimostra che i profitti aziendali hanno superato notevolmente i livelli pre-recessione.

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Secondo i dati recentemente aggiornati del “Dipartimento per il Commercio” statunitense, i recenti profitti aziendali hanno rappresentato il 23,8% del totale del reddito d’impresa conseguito nel paese – una quota record, più alta di 1 punto percentuale rispetto a quella precedente. In percentuale del PIL, sono ai massimi degli ultimi 50 anni, mentre il compenso del lavoro [in tutte le sue forme, inclusi i salari ed i benefits] è ai minimi degli ultimi 50 anni. Il capitale, quindi, ha una quota sempre maggiore della torta – ovviamente a scapito del lavoro.

La recessione ha esacerbato questa tendenza, che comunque fa parte dei cambiamenti di lungo termine dell’economia. Come notato dagli economisti Susan Fleck, John Glaser, e Shawn Sprague, la linea di tendenza della “quota lavoro”, nel PIL, è rimasta sostanzialmente invariata, tra il 1974 ed il 1983, ma da allora è in calo. Quando si pensa a lavoratori che in luoghi come le fabbriche della Foxconn saranno sostituiti dai robots, è facile immaginarsi che le quote relative del reddito da lavoro potrebbero cambiare [ridursi].

E’ importante notare che la “quota lavoro”, nei dati del “Bureau of Labor Statistics”, include anche i salari pagati ai CEO, agli operatori della finanza, agli atleti professionisti ed alle altre “superstars”. In questo senso, il declino della “quota lavoro” sottovaluta quanto male se la sia cavata il lavoratore medio! La “quota lavoro”, comunque, potrebbe essere stata lievemente sottovalutata rispetto alla “quota capitale”, perché i CEO e gli altri top managers potrebbero aver conseguito delle “quote di capitale sociale [azioni]“, altrimenti spettanti ai proprietari delle azioni ordinarie.

(tradotto da Federico Nero)

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