Via Kappa Di Picche un bel lavoro di Mario D’Aloisio sulle vicende che hanno sconvolto l’Argentina dalla morte di Peron nel 1974 e sul lungo braccio di ferro tra lo Stato argentino e le élite finanziarie che continua ancora ai giorni nostri…

di Mario D’Aloiso

Il primo luglio del 1974 morì Juan Domingo Perón, stroncato da un infarto. La vedova del presidente, Isabelita, organizzò a Buenos Aires imponenti funerali di Stato. Il paese si strinse attorno alla salma del leader che aveva saputo portare prosperità economica e relativo benessere alla nazione, nonostante l’instabilità politica degli ultimi anni. La “terza via” peronista era riuscita a contenere la povertà, garantendo Stato sociale e diritti.

Alla morte di Perón l’Argentina contava “solo” tre milioni di indigenti su una popolazione di venticinque milioni di persone. Ma le cose sarebbero presto precipitate irreversibilmente con effetti durevoli nel tempo (quarant’anni più tardi la popolazione avrebbe superato i quaranta milioni di abitanti con oltre dieci milioni di poveri). Poco dopo la scomparsa di Perón una dittatura militare con a capo Jorge Rafael Videla prese il potere con la forza. Il regime di Videla ereditò una nazione in salute e la portò immediatamente al collasso.

Nel 1974 l’Argentina vantava un debito estero di appena 6 miliardi di dollari, e un tasso di disoccupazione che non superava il 6%. In seguito al golpe militare l’indebitamento crebbe in valore nominale di quattro volte e la percentuale dei disoccupati salì al 28%. Il paese precipitò nel più totale caos politico, economico e sociale. La dittatura avviò il cosiddetto “Proceso de reorganización nacional” che prevedeva l’installazione di un sistema economico neoliberista e l’allontanamento della minaccia comunista attraverso la tortura e la sparizione di chiunque si opponesse al regime. Più di trentamila persone, i tristemente noti desaparecidos, scomparvero nel nulla, senza fare più ritorno a casa. Il regime dichiarò fuorilegge i sindacati, censurò la stampa e chiuse le Università. La Guerra sporca, questo il nome del programma di repressione, fu attuata sotto il controllo diretto di Washington e dei servizi segreti americani nell’ambito dell’Operazione Condor.

Il Fondo Monetario Internazionale giocò un ruolo chiave nel sostenere l’indebitamento argentino durante gli anni della dittatura di Videla. Attraverso l’operato di un proprio funzionario locale, Dante Simone, oltre che con la complicità di Videla stesso, del ministro dell’Economia, Martínez de Hoz, e dell’allora direttore della Banca centrale, Domingo Cavallo, il Fondo Monetario Internazionale favorì il programma di apertura economica del governo di Buenos Aires, determinando l’indebitamento forzato delle principali aziende pubbliche del paese.

Emblematico fu il caso della principale impresa pubblica argentina, la società petrolifera YPF (Giacimenti Petroliferi Fiscali), costretta a indebitarsi con l’estero pur avendo risorse sufficienti per sostenere sviluppo e investimenti. Al momento del golpe militare la YPF aveva un debito estero di 372 milioni di dollari. Sette anni più tardi, quando cadde il regime, il debito era salito a 6.000 milioni di dollari, aumentando di oltre 16 volte. Quell’ammontare di denaro in valuta estera non fu depositato nelle casse dell’azienda, ma finì direttamente nelle mani del regime. Contemporaneamente il governo impose pesanti tagli al personale della società, che passò da 47.000 a 34.000 lavoratori, stabilendo inoltre di dimezzare a proprio vantaggio la quota di introiti dell’azienda derivante dalle commissioni per la vendita di combustibile. In soli sette anni la YPF fu letteralmente depredata. Il brutale dissesto finanziario a cui fu sottoposta l’azienda costrinse la YPF a raffinare il petrolio che estraeva presso le multinazionali Shell ed Esso, impedendole dunque di dotarsi della capacità di depurazione del greggio adeguata alle proprie esigenze commerciali. Il denaro continuò a fluire dalle banche straniere e in pochi anni l’intero attivo della YPF fu pignorato per debiti.

Intanto il passivo con l’estero dell’Argentina cresceva come un bubbone infetto. I responsabili economici del regime e il FMI giustificarono l’enorme indebitamento dello Stato con la necessità di aumentare le riserve in valuta estera del paese per sostenere una politica di apertura economica che favorisse l’interscambio sul mercato mondiale. In realtà il denaro che finì nelle casse del governo dalle banche estere non passò sotto il controllo della Banca Centrale argentina, ma venne immediatamente ricollocato sotto forma di depositi presso le stesse banche di provenienza o in altri istituti di credito stranieri, ma a tassi di interesse inferiori a quelli pagati per il prestito. Alla base di questo perverso sistema di gestione economica, che di fatto avrebbe compromesso irrimediabilmente il bilancio dello Stato argentino negli anni a venire, ci furono i biechi obiettivi di arricchimento personale delle stesse autorità che lo avevano architettato, grazie alle allettati commissioni elargite dai banchieri che parteciparono al saccheggio.

L’accumulo di riserve in valuta estera favorì l’aumento delle importazioni, soprattutto di armi, assolutamente indispensabili al regime per seminare il terrore. La Federal Reserve si mostrò disponibile a sostenere la politica economica del ministro de Hoz, giacché buona parte del debito rimaneva depositato nelle banche nordamericane. Anche il FMI e l’amministrazione statunitense accolsero positivamente la politica autodistruttiva di Buenos Aires.

L’Argentina, il paese che aveva vissuto un vero e proprio miracolo economico durante l’era di Perón, stava tornando a poco a poco sotto il controllo diretto di Washington. Nel 1981 Videla fu deposto da un colpo di Stato. Il generale Roberto Eduardo Viola si autoproclamò presidente a vita. Ma la strategia del terrore e della repressione non cambiò d’una virgola, anzi si inasprì. Nove mesi più tardi il generale Viola fu destituito da un nuovo colpo di Stato. Il generale Galtieri, stretto collaboratore di Videla, prese il potere in un momento particolarmente drammatico per il paese. La nuova giunta militare si distinse per un inasprimento ancora maggiore della repressione. Ma i giorni del regime erano ormai contati. Con la sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas, nel giugno del 1982, il generale Galtieri presentò le proprie dimissioni. Il generale Reynaldo Bignone prese il comando del paese con l’obiettivo di gestire un periodo di transizione democratica. Tuttavia, di fronte alla crescente pressione delle opposizioni e di gran parte della comunità internazionale, Bignone fu costretto quasi immediatamente ad indire libere elezioni democratiche. Raúl Alfonsín, candidato dalla Unión Cívica Radical, venne eletto con il 52% dei voti.

Agli anni bui della dittatura militare sarebbero presto seguiti quelli dolorosi della dittatura del debito. Il triste destino dell’Argentina era ormai segnato.

Con lo scoppio della crisi debitoria argentina nei primi anni ’80, il FMI diventò di fatto l’unico gestore finanziario del paese. Il persistere di squilibri nel bilancio dello Stato, l’incapacità di generare surplus commerciali con l’estero, oltre all’aumento dei tassi di interesse fecero da detonatore alla bolla del debito che si era gonfiata durante gli anni del regime.

La situazione precipitò rapidamente, aggravata dal peso dei costi sostenuti per portare avanti la guerra: i capitali abbandonarono il paese, le riserve di valuta si esaurirono, le scadenze del debito non furono onorate e i creditori internazionali interruppero l’elargizione di nuovi prestiti.

Il FMI intervenne in qualità di garante internazionale, fissando nuove regole per il pagamento degli interessi e per l’estinzione del debito pregresso. In cambio l’Argentina avrebbe dovuto accettare condizioni economiche piuttosto onerose. Le riforme strutturali stabilite dal FMI imposero infatti al governo la riduzione del deficit commerciale attraverso il sostegno all’export e il contenimento della domanda interna, la restrizione dell’emissione monetaria, la riduzione del disavanzo fiscale con diminuzione della spesa dello Stato e aumento delle tariffe pubbliche e delle imposte.

Il presidente Alfonsín si trovò dunque costretto ad adottare urgenti politiche di bilancio col rischio di portare al collasso un’economia già moribonda, considerato che buona parte dell’apparato produttivo del paese, in particolar modo il suo comparto industriale, era ormai in bancarotta. Progressivamente il peso del debito diventò sempre più insostenibile. Le limitazioni prescritte dal FMI per mantenere credibilità sui mercati ed ottenere nuovi prestiti spinsero tuttavia di lì a poco i paesi latino americani aderenti al Gruppo di Cartagena (complessivamente indebitati per 368 miliardi di dollari) a richiedere una soluzione politica alla crisi del debito. La minaccia di una coalizione multilaterale in grado di creare i presupposti per procedere in modo autonomo al rimborso dei debiti costrinse i paesi creditori ad adottare una politica meno rigida nei confronti di quelli debitori. Col Piano Baker del 1985 il FMI respinse ogni tipo di riduzione concordata del debito, ma accolse un alleggerimento dello stesso attraverso la rinegoziazione delle scadenze di rimborso. Il FMI si dichiarò inoltre disponibile a concedere un maggiore sostegno finanziario ai paesi debitori che avessero raggiunto un accordo interno sulle riforme strutturali da intraprendere.

Lo stesso anno Alfonsín adottò il Piano Austral con l’obiettivo di contenere l’inflazione (che superava ormai il 1000%) e di consolidare il bilancio dello Stato. Il piano previde dunque la riduzione del disavanzo pubblico attraverso una profonda riforma fiscale (basata sull’incremento delle tariffe e dei prezzi dei servizi pubblici, prelievi fiscali sul commercio estero e la razionalizzazione complessiva della spesa pubblica), oltre a politiche monetarie restrittive e il blocco di prezzi e salari. L’austral sostituì il peso con un rapporto di uno a mille, e il tasso di cambio della nuova valuta fu fissato al dollaro statunitense. L’effetto iniziale del Piano fu sostanzialmente positivo: l’inflazione fu abbattuta senza intaccare il livello di produzione e di occupazione.
Il momentaneo rientro sul deficit rassicurò i creditori internazionali che allentarono provvisoriamente le pressioni sul paese, mostrandosi disposti a concedere nuovi prestiti. Tuttavia tra il 1986 e il 1987 l’Argentina dovette affrontare una nuova fase recessiva. La bilancia dei pagamenti andò in forte passivo per il repentino calo dei prezzi di alcune esportazioni agricole e la crescita delle importazioni dovuta all’incremento della domanda interna. In brevissimo tempo l’inflazione tornò a salire a ritmi spaventosi, sicché il Piano Austral fu definitivamente accantonato. Il picco della crisi fu raggiunto nel 1989, allorché l’inflazione superò il 5.000% (a Buenos Aires i prezzi venivano scritti col gesso su lavagnette per poter essere aggiornati nel corso della giornata).

Contemporaneamente il PIL si contrasse bruscamente, la disoccupazione rimase elevata, e i salari reali si dimezzarono. Il paese fu scosso da una serie di sommosse popolari durante le quali negozi e centri commerciali subirono saccheggi e razzie per l’improvvisa carenza di beni di prima necessità. Le violente rivolte da parte delle fasce più povere della popolazione (per lo più abitanti delle bidonvilles e delle periferie urbane) indussero il presidente Alfonsín a dare le dimissioni.

Quei  “meravigliosi anni ’90”

Il 1989 fu l’anno della svolta liberista per l’Argentina. L’artefice del radicale cambiamento nella politica economica del paese fu Carlos Menem, un eccentrico avvocato peronista, al tempo governatore di La Rioja. Menem si presentò agli elettori come una sorta di taumaturgo ispirato da ideali socialisti e schierato in difesa dei più poveri.

Una volta eletto presidente, Menem subì tuttavia una repentina metamorfosi. L’uomo che aveva raggiunto la notorietà per l’impegno in difesa dei parenti dei desaparecidos si ripulì presto dei folti basettoni da caudillo per apparire in giacca e cravatta, abbronzato e seducente.

L’ex governatore di La Rioja svelò sin da subito la propria indole ambigua, allorché stabilì a sorpresa di concedere l’indulto in favore degli alti esponenti delle giunte militari responsabili degli atroci reati commessi durante gli anni della dittatura.

Soltanto un anno più tardi, sotto la costante pressione del FMI, Menem intraprese una serie di misure impopolari con l’obiettivo di ridurre il debito e di contenere il fenomeno dell’iperinflazione. L’intero sistema economico argentino venne radicalmente ristrutturato attraverso una profonda opera di privatizzazione che non risparmiò nessun settore dello Stato.

Si trattò di una vera e propria operazione lampo. In soli due anni vennero svendute le principali imprese pubbliche di telecomunicazione e di navigazione aerea, buona parte del settore petrolchimico (la YPF venne ceduta a metà del suo valore di mercato), più di un terzo della rete stradale nazionale ed oltre 5.000 linee ferroviarie (molte delle quali vennero subito smantellate).

Almeno fino al 1994 il programma di privatizzazioni stimolò un enorme afflusso di capitali esteri. In un clima di corruzione dilagante il 90% del settore pubblico venne venduto ad imprese straniere a veri e propri prezzi di saldo. Le entrate dello Stato furono utilizzate per riacquistare parte del debito estero, oltre che per ridurre il deficit, ma gli effetti benefici furono del tutto provvisori.

La moneta nazionale tornò il peso, e venne fissata la parità con il dollaro nel rapporto di uno a uno. L’inflazione calò repentinamente al 172% nel 1991, per passare al 17,5% nel 1992 e al 4% nel 1994. Ma il fenomeno della disoccupazione iniziò a manifestarsi in gran parte del paese per via dei pesanti tagli imposti nelle ex aziende di Stato (a seguito dei quali oltre 700 mila lavoratori furono lasciati a casa).

Le privatizzazioni di settori come la sanità, l’istruzione e il sistema previdenziale impedirono progressivamente ai più poveri di accedere ai servizi essenziali per via dei costi crescenti.

Nonostante ciò la crescita del PIL, stimolata dall’incredibile afflusso di capitali esteri concomitante con la recessione negli Stati Uniti e i bassi tassi d’interesse americani, arrivò a sfiorare il 10%.

Per qualche anno l’Argentina fu additata come un vero e proprio modello di successo delle politiche neoliberiste promosse dal FMI.

Le importazioni raggiunsero livelli record, e anche l’export si incrementò notevolmente, soprattutto per via dei forti legami commerciali intrapresi col Brasile. Nel 1994 il governo Menem firmò a New York il Fiscal Agreement Agency, l’accordo che stabiliva l’emissione di bond argentini regolati secondo la legge degli Stati Uniti d’America. Alla fine del 1994 l’aumento dei tassi di interesse americani determinò tuttavia una contrazione dei prezzi sui mercati obbligazionari mondiali e la fuga di capitali dall’America Latina.

L’Argentina piombò in recessione e il tasso di disoccupazione raggiunse il 18% in pochissimi mesi. Menem difese strenuamente il cambio fisso col dollaro, bruciando buona parte delle riserve in valuta estera detenute dalla Banca Centrale. L’aumento dei tassi di interesse quadruplicò la spesa del finanziamento del deficit e il debito estero tornò a gonfiarsi paurosamente.

Se in un primo momento l’apprezzamento del real difese l’export argentino, l’attacco speculativo subito nel 1999 dalla valuta brasiliana, e la sua successiva svalutazione, fecero precipitare il deficit della bilancia commerciale di Buenos Aires. La situazione iniziò rapidamente a degenerare.

Benché gli uomini del FMI continuassero a sottolineare pubblicamente il successo delle politiche economiche intraprese da Menem, il malcontento iniziò a esacerbarsi tra i piqueteros, gli attivisti appartenenti al movimento dei lavoratori disoccupati. In tutto il paese si verificarono mobilitazioni di protesta, sit-in, occupazioni di strutture pubbliche (il movimento dei piqueteros era nato nel 1995 contro il taglio di posti di lavoro a seguito della privatizzazione della YPF) e blocchi delle strade.

Il decennio menemista era ormai al capolinea. Già le elezioni del 1997 per il rinnovo del parlamento e del governo di alcune province avevano portato alla ribalta un’alleanza di centro-sinistra (composta dall’Unión Cívica Radical e dal Frepaso, il Fronte per un paese solidale). L’Alianza vinse le elezioni presidenziali del 1999 che portarono Fernando De la Rúa alla Casa Rosada.

De La Rúa ereditò un paese in condizioni finanziarie disperate.

Benché il governo Menem avesse privatizzato praticamente tutto ciò che si poteva (l’Argentina era nei primi posti al mondo per liberalismo economico) il debito estero (sia pubblico che privato) aveva raggiunto l’impressionante cifra di 140 miliardi di dollari. In dieci anni il PIL era cresciuto complessivamente del 46%, e quello pro capite dell’86%, ma la “cura liberista” aveva avuto conseguenze devastanti sull’occupazione e sulla disuguaglianza.

Nel 1999 il 20% della popolazione più ricca deteneva il 70% delle ricchezze, mentre il 20% più povero solo il 2%. Intanto quell’anno il PIL si contrasse del 4%. De La Rúa si pose come obiettivo immediato quello di attirare nuovi capitali esteri, con lo scopo di sostenere il fabbisogno del debito dello Stato.

Il governo incrementò il livello di tassazione e impose tagli alla spesa pubblica. Il risparmio per le finanze pubbliche fu del 2% del PIL, una cifra irrisoria rispetto all’esponenziale incremento degli interessi passivi sul debito. Nell’aprile del 2000 il tonfo della borsa di Wall Street segnò la fine del boom economico americano.

L’intera economia mondiale subì un brusco arresto.

I capitali abbandonarono rapidamente l’Argentina. De La Rúa chiese il soccorso del FMI, che in risposta pretese dolorose misure di austerity in cambio di un prestito da 40 miliardi di dollari.

La recessione si aggravò e il paese precipitò in deflazione. Il rischio di insolvenza sul debito accelerò la fuga di capitali. De La Rúa richiamò Cavallo, il ministro delle finanze di Menem promotore della parità dollaro-peso, con l’obiettivo di portare a compimento il programma di austerità indicato dal FMI. Mentre la scure di Cavallo si abbatté su una popolazione già allo stremo delle forze, molti risparmiatori iniziarono a prosciugare i propri conti correnti.

Il FMI pretese che il governo ottenesse il pareggio di bilancio come presupposto per un ulteriore prestito da 8 miliardi di dollari.

Cavallo si dichiarò disposto a difendere la parità peso-dollaro ad ogni costo. Intanto il prelievo sui conti correnti, che aveva viaggiato al ritmo di 500 milioni di dollari al giorno per tutto il mese di novembre, toccò a dicembre la quota di 1 miliardo di dollari ogni ventiquattro ore. A quel punto Cavallo fu costretto ad istituire il corralito.

Ma la misura si rivelò del tutto inutile, giacché, nel momento in cui il blocco dei conti correnti divenne operativo, erano già usciti dal paese oltre 100 miliardi di dollari. L’Argentina precipitò nel caos, tra saccheggi e tumulti di piazza. Il governo dichiarò lo stato d’assedio.

Il 21 dicembre 2001 dal palazzo della Casa Rosada si alzò in volo l’elicottero che portò in salvo il presidente Fernando de la Rúa, mentre Plaza de Mayo era teatro di violenti scontri tra popolazione e forze dell’ordine. Qualche giorno più tardi il governo ad interim guidato da Rodríguez Saá dichiarò lo stato di default sulla maggior parte del debito, per una cifra pari a 132 miliardi di dollari.

Le vicende che si susseguirono in Argentina a partire dalla prima metà degli anni ’70, culminando nel default del 2001, rappresentano la sintesi di un brutale saccheggio che ebbe come principali responsabili il Fondo Monetario Internazionale e i governi corrotti di Buenos Aires.

L’organizzazione con sede a Washington, istituita a Bretton Woods nel ’44 con la finalità di soccorrere gli Stati in difficoltà promuovendo la stabilità finanziaria e riducendo gli squilibri economici, si rivelò in tutta la sua avida essenza di avamposto neoliberista a tutela degli interessi delle banche americane ed estere.

Ma il FMI fece di più, allorché negli anni del regime sostenne l’indebitamento argentino, infiltrando il governo di Videla con uomini di fiducia e funzionari, con l’obiettivo di distruggere l’indipendenza economica dello Stato e di soffocarlo attraverso la dittatura del debito.

Nel momento in cui il FMI fu chiamato in causa per redimere le controversie tra lo Stato debitore e le banche creditrici, l’istituzione non indugiò a schierarsi dalla parte di queste ultime, condannando milioni di argentini a un destino di povertà ed indigenza.

L’esproprio del patrimonio dello Stato durante gli anni di Menem fu una sorta di colpo di grazia che impedì una volta per tutte al paese di risollevarsi. Menem sfruttò il caos e lo sconforto della gente generati dall’iperinflazione per spacciare le privatizzazioni come parte di un progetto di salvataggio di più ampio respiro.

Con questo ignobile stratagemma il FMI riuscì ad imporre disumane politiche che avrebbero presto legato definitivamente le mani alla neonata democrazia argentina (a tal proposito un documento di 1400 pagine scoperto nel 2006 dal famoso storico Alejandro Olmos Gaona rivelò sorprendenti retroscena riguardo al piano di privatizzazioni argentine, secondo cui il dettaglio della svendita del patrimonio pubblico sotto il governo di Menem fu scritto in segreto dalla JP Morgan e dalla Citibank, due dei maggiori creditori privati del paese; i responsabili economici del governo di Buenos Aires si limitarono dunque ad eseguire alla lettera le disposizioni dei due giganti finanziari americani sotto la diretta copertura di Washington).

Ma le ostilità tra governo argentino da una parte e FMI e oligarchia finanziaria dall’altra non erano affatto destinate a placarsi dopo il default del paese. A partire dal 2003, con il governo di Néstor Kirchner, l’Argentina tentò di intraprendere un piano di ripresa in opposizione ai dettami neoliberisti propinati dall’istituzione con sede a Washington, mettendo in atto dunque una serie di misure volte a far riguadagnare allo Stato uno spazio decisivo nella gestione economica del paese.

Con il nuovo corso di politica economica l’Argentina attraversò una fase di grande espansione, con una crescita intorno all’8-10% annuo e con un rilevante calo del tasso di povertà, sceso fino al 23,2% nel secondo semestre del 2006 (nel novembre del 2002 era al 60%).

La morsa del debito si allentò in virtù dell’accordo trovato coi principali creditori esteri che previde uno swap sul 76% dei titoli oggetto di default, grazie al quale le cedole vennero rimpiazzate da altre con un valore nominale molto più basso (il 25-35% dell’originale) e scadenze più lunghe.

Nel 2008, la presidente Cristina Fernandez de Kirchner (che nel 2007 era succeduta al marito) rese noto che era allo studio un progetto di riapertura dell’accordo che consentisse anche al restante 24% dei vecchi detentori di titoli argentini di aderirvi.

L’obiettivo era quello di uscire completamente dalla procedura di default nei confronti degli investitori privati. Il compromesso fu siglato nel 2010. Si trattò di fatto di un default controllato, sulla cui gestione non operò direttamente il FMI. Proprio per questa ragione le autorità del Fondo espressero dure critiche nei confronti dell’accordo, iniziando ad esercitare forti pressioni sui creditori privati perché ottenessero migliori condizioni sul rimborso del debito. Lo swap fu accettato da buona parte dei creditori.

Soltanto alcuni hedge funds americani si rifiutarono di sottoscriverlo, esigendo il pagamento per intero del debito (si trattava di una quota inferiore al 7% del totale). Si aprì un contenzioso culminato nel giugno del 2014 con la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti: l’Argentina veniva condannata a pagare per intero il gruppo di investitori speculativi e a sottoporsi alla clausola “pari passu” (che le imponeva di garantire uguale trattamento a tutti i creditori, compresi quelli che avevano precedentemente aderito al piano di ristrutturazione).

Si trattava di un vero e proprio fulmine a ciel sereno.

Il resto è storia recente, anzi recentissima. Per l’Argentina si è parlato di nuovo default tecnico, il secondo in tredici anni. Ma la situazione è ancora in evoluzione. Al di là di come andranno le cose un presupposto pare certo: l’infrazione commessa dall’Argentina nel rinegoziare in modo indipendente il debito coi propri creditori senza assoggettarsi ai diktat dell’oligarchia finanziaria rischia di trasformarsi in un precedente troppo pericoloso per essere accettato da Washington. Il braccio di ferro tra lo Stato argentino e le élite finanziarie pare destinato a durare ancora per molto tempo.

Un tempo che sembra ormai senza fine…