Frances Coppola: L’Europa Punta Contro gli Scogli

Un bellissimo articolo di Frances Coppola su OpenDemocracy sostiene che la crisi dell’eurozona si è semplicemente trasformata da acuta in cronica, e risponde alle proposte di chi crede nell’illusione del “più Europa”:  come si approfondisce l’integrazione, si approfondisce anche sempre di più il deficit democratico di questa organizzazione di eurocrati non eletti. I primi anni ’30 in Germania non sembrano aver insegnato nulla.

 

di Frances Coppola, 25 Settembre 2014

Frances Coppola risponde all’articolo ‘Dove va l’Europa?‘, scritto da Yanis Varoufakis e James Galbraith. La crisi dell’euro è finita, vero? Un attimo… si è semplicemente trasformata da acuta in cronica.

Tutto è tranquillo in Europa. L’inflazione è sotto controllo, ci sono segnali di ripresa in alcuni paesi periferici, la disoccupazione, anche se è ancora troppo alta, non cresce più. Le banche sono sotto il controllo della BCE, costrette a ripulire i loro bilanci e a raccogliere capitali per proteggere gli stati sovrani dai costi dei fallimenti bancari. E si fanno piccoli passi verso una unione bancaria e anche verso l’unione fiscale. La crisi dell’euro quindi è finita, vero?

Un attimo… non è finita – si è semplicemente trasformata da acuta in cronica. Le economie dell’Europa meridionale sono terribilmente fragili: per molte di loro il debito e il PIL rimangono su un percorso insostenibile, un percorso che non cambierà se la crescita rimane stagnante. L’austerità fiscale da sola non può risanare le finanze pubbliche: come spiegano Eichengreen e Panizza, riuscire a realizzare i sostenuti avanzi di bilancio necessari a far rientrare il debito-PIL nei limiti di Maastricht sarebbe un fatto senza precedenti. Vorrei aggiungere che sarebbe disastroso, non solo per quei paesi, ma per la zona euro nel suo insieme, perché creerebbe una depressione infinita nella periferia. Le depressioni ‘senza fine’, alla fine terminano – in disordini politici, guerre e rivoluzioni. La più grande minaccia alla permanenza dell’Euro, e in effetti dell’Unione europea, è la devastazione strisciante delle economie dell’Europa meridionale – che ora comincia anche ad avvicinarsi alla potente Francia. Se non fosse per il presidente Putin, potrei ritenere questa la più grande minaccia alla pace in Europa. Ma non dovremmo sottovalutare le tensioni che la crisi dell’euro, ormai cronica,  scatena sull’Unione europea. L’alleanza franco-tedesca è il cuore dell’unione. Se si rompe, è difficile vedere come l’unione possa sopravvivere.

Ed è naturalmente da qui che parte la proposta di riforma radicale delle istituzioni europee dell’economista francese Thomas Piketty e dei suoi colleghi. La loro soluzione alle tensioni dell’alleanza franco-tedesca è quella di rafforzarla attraverso un’unione più stretta. Questo è forse comprensibile. Ma è tutt’altro che evidente che un’unione più stretta sia al momento effettivamente realizzabile. Il cuore del problema della zona euro risiede negli atteggiamenti dei suoi popoli. Finché non ci sarà un senso comune di ‘europeità’ e un interesse condiviso per i popoli europei a qualsiasi parte dell’unione appartengano, non ci può essere vera unione politica e fiscale come quella suggerita da Piketty. Ricostruire le istituzioni non unirà i cuori e le menti di tutta Europa.

Il gruppo di economisti di Glienicker va dritto al cuore del problema. Il primo paragrafo della proposta del gruppo di Glienicker è intitolato “Crisi, quale crisi?” e mette in guardia dalla noncuranza dei tedeschi. Non vi è alcun senso di solidarietà con gli altri Stati membri dell’area dell’euro: la depressione in Spagna o in Italia non preoccupa i benestanti tedeschi. Il gruppo di Glienicker sostiene giustamente che i tedeschi dovrebbero essere preoccupati per i problemi economici nel resto dell’unione.

Ma vorrei andare anche oltre. Quello che vedo non è noncuranza, quanto piuttosto una indignazione morale. Morale, perchè i tedeschi credono che la loro prosperità sia la giusta ricompensa per le riforme dolorose attraverso le quali sono passati dopo la riunificazione; e indignazione, per l’incapacità degli altri paesi – o, nel caso di Francia e Italia, per il rifiuto assoluto – di attuare delle riforme simili. Perché i tedeschi, che hanno accettato un’enorme sforzo economico al fine di ricostruire il loro paese, dovrebbero sostenere dei paesi che si rifiutano di fare lo stesso sforzo? Finché il dibattito è formulato in questi termini, nessun tentativo di riformare l’eurozona potrà funzionare. Né l’eurozona apparirà come un’area monetaria sostenibile finché la maggioranza dei tedeschi non vedrà la prosperità di Spagna, Italia e Francia come un fatto di suo stesso interesse.

Ma ancora peggio, anche quelli che effettivamente vedono nella prosperità dei paesi periferici il proprio migliore interesse, credono ancora che le sole riforme fiscali potranno portare alla prosperità. Eppure non c’è nessuna prova a sostegno di questa tesi. Al contrario, la riduzione dei redditi e la contrazione delle reti di sicurezza sociale necessarie a raggiungere la competitività esterna costringeranno molti nella povertà. Quale tipo di ‘benessere’ è quello che lascia milioni di persone a fronteggiare malnutrizione, malattie e accorciamento delle speranze di vita?

La verità è che l’atteggiamento dei politici dell’eurozona, e anche di molti europei del nord, verso i paesi periferici, deve ben poco al buon senso, o perfino alla buona economia, e invece molto alla convinzione morale e ideologica nella moneta forte, nei bilanci in ordine e nel mercantilismo come percorso verso la prosperità. Quando la macroeconomia diventa una questione morale, il debito è identificato con il peccato e i debitori devono espiare il loro crimine col cilicio e l’auto-flagellazione. L’appello del gruppo di Glienicker affinchè i creditori siano ritenuti responsabili per i prestiti eccessivi cade inevitabilmente nel vuoto.
E così, tristemente, fa la “modesta proposta” di Varoufakis e Galbraith. Modesta, può essere, ma rappresenta comunque un ‘certificato di impunità’ per gli stati periferici fortemente indebitati. Quando anche la BCE non fornirà alla zona euro l’espansione monetaria di cui ha un disperato bisogno a causa delle preoccupazioni che questa ridurrebbe la pressione sulle autorità di governo per fare le dolorose riforme, che speranza c’è per l’approvazione politica di un qualsiasi programma di riduzione del debito e di ricostruzione delle economie distrutte, per quanto modesto possa essere?

La tesi di Varoufakis e Galbraith che la ristrutturazione del debito e un New Deal dovrebbero precedere qualsiasi intensificazione dell’unione, ha un senso sia a livello economico che sociale. Ed è finanziariamente ben pensata, anche se gli appassionati della moneta forte senza dubbio guarderanno con sospetto all’idea di organismi pan-europei che finanziano gli stati senza alcun sostegno da parte dei contribuenti. Ma temo che, siccome la loro proposta rinvia all’infinito il futuro del progetto europeo, sarà condannata senza appello. E questo perché gli unici piani di soluzione della crisi dell’euro che saranno accettabili per i responsabili politici europei sono quelli che promuovono l’obiettivo politico di una unione più stretta.

Il sogno politico di lunga data degli ‘Stati Uniti d’Europa’ in grado di sfidare gli Stati Uniti per la supremazia politica e finanziaria sembra prevalere su tutte le considerazioni sociali ed economiche. E non c’è niente di così utile come una crisi per avvicinarsi ancora di più all’obiettivo. Per dirla con Jean Monnet: “L’Europa si fa nelle crisi”. La proposta di Varoufakis e Galbraith sprecherebbe una crisi che cade a pennello.

Questo è, naturalmente, fondamentalmente antidemocratico. Nessuno in Europa ha votato per una unione più stretta. In effetti, alle ultime elezioni europee, il successo dei partiti nazionalisti suggerisce che molti europei vogliono una unione più libera, o addirittura nessuna unione affatto. Non c’è nulla di democratico nell’utilizzo di una crisi per imporre un’unione politica e fiscale per la quale i cittadini europei non hanno votato e che non è affatto chiaro che vogliano veramente. E se l’Unione europea nella pratica non è democratica, come può richiedere la ‘democrazia’ come requisito per l’adesione dei suoi Stati membri?

La storia della crisi in Grecia e a Cipro dimostra quanto sia realmente fragile la democrazia. Gli elettori di questi paesi non hanno più il diritto di decidere come i loro governi debbano usare i loro soldi: viene imposto da Bruxelles. E il fiscal compact ora comporta che tutti i paesi dell’Unione Europea sono soggetti alla sorveglianza di Bruxelles sui loro bilanci. Le opinioni degli eurocrati non eletti hanno la stessa o addirittura maggiore importanza di quella dei politici eletti messi in carica dai loro elettori per gestire le loro economie. C’è un deficit democratico che si sta sviluppando nel cuore dell’Europa. E le proposte per una unione più stretta peggiorerebbero questo deficit.

Tutte le proposte per una unione più stretta sembrano comportare l’impegno da parte dei paesi periferici ad un consolidamento fiscale senza fine in cambio della ristrutturazione del debito (non della cancellazione) e di una quantità di investimenti del tutto trascurabile. Varoufakis e Galbraith sottolineano che un impegno del genere potrebbe bloccare i paesi periferici dietro le sbarre di ferro dell’austerità.

Per quanto sia forte, il ferro è fragile. Una volta negata una vera voce democratica, e di fronte alla prospettiva di un disagio permanente evidentemente imposto da parte straniera, non ci sarebbe da stupirsi se i popoli dei paesi periferici si rivolgessero sempre di più al nazionalismo. Infatti, il collegamento tra lunghi periodi di austerità fiscale e l’ascesa di partiti nazionalisti di estrema destra è ben consolidato – i primi anni ’30 in Germania ne sono un buon esempio. Il giro di vite sui governi “dissoluti” può portare i popoli a dire: “Facciamo a pezzi le loro catene e gettiamo via da noi il loro giogo”. E a quel punto la gabbia dell’austerità si romperebbe, e con essa l’Unione europea.

Temo che, a causa della diabolica alleanza tra chi vuole un’Unione Europea più stretta e chi vuole scarsità di denaro e mercantilismo in tutta Europa, l’Europa si stia dirigendo verso gli scogli. E questa rotta non cambierà.

 

(traduzione di Carmenthesister)

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