Sul The Guardian il commento a un bel libro di psicologia sociale sulla lotta per l’identità in una società basata sul mercato: la truffa del neoloberismo è che ha eroso proprio quegli stessi valori che avrebbe dovuto premiare.

di George Monbiot, 5 aprile 2014

Essere in pace con un mondo inquieto: questo non è un obiettivo ragionevole. Può essere raggiunto solo attraverso un disconoscimento di ciò che ti circonda. Essere in pace con se stessi all’interno di un mondo inquieto: questa, al contrario, è un’aspirazione onorevole. Questo spazio è per chi si sente in contrasto con la vita.  Invita a non vergognarsi.

Sono stato spinto a scrivere da un libro notevole, appena pubblicato in inglese, di un professore belga di psicoanalisi, Paul Verhaeghe. “What About Me? The Struggle for Identity in a Market-Based Society” è uno di quei libri che, collegando fenomeni apparentemente distinti, permette improvvise nuove intuizioni su ciò che ci sta accadendo e perché.

Verhaeghe sostiene che siamo animali sociali e le nostre identità sono formate da norme e valori che assorbiamo da altre persone. Ogni società definisce e plasma la propria normalità – e la propria anormalità – secondo le narrazioni dominanti, e cerca di fare in modo o che le persone la rispettino o di escluderle se non lo fanno.

Oggi la narrazione dominante è quella del fondamentalismo del mercato, ampiamente conosciuto in Europa come neoliberismo. La storia che racconta è che il mercato possa risolvere quasi tutti i problemi sociali, economici e politici. Meno lo stato regola e ci tassa, meglio staremo. I servizi pubblici devono essere privatizzati, la spesa pubblica deve essere tagliata, e le imprese devono essere liberate dal controllo sociale. In paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, questa storia ha plasmato le nostre norme e valori per circa 35 anni: da quando Thatcher e Reagan sono saliti al potere. Sta rapidamente colonizzando il resto del mondo.

Verhaeghe sottolinea che il neoliberismo attinge all’antica idea greca che la nostra etica sia innata (e governata da uno stato di natura, che chiama il mercato) e sull’idea Cristiana che il genere umano sia intrinsecamente egoista e avido. Piuttosto che cercare di sopprimere queste caratteristiche, il neoliberismo le celebra: esso sostiene che la concorrenza illimitata, guidata dall’interesse personale, porta a innovazione e crescita economica, migliorando il benessere di tutti.

Al centro di questa idea c’è la nozione del merito. La concorrenza senza ostacoli premia le persone che hanno talento, lavorano duro, e innovano. Questo rompe le gerarchie e crea un mondo di opportunità e mobilità.

La realtà è piuttosto diversa. Anche all’inizio del processo, quando i mercati vengono deregolamentati per la prima volta, noi non cominciamo con pari opportunità. Alcune persone sono un bel pezzo avanti lungo la pista prima che la pistola della partenza spari il colpo. Ecco come gli oligarchi russi riuscirono ad acquisire quelle ricchezze, quando l’Unione Sovietica si sciolse. Non erano, nel complesso, le persone più dotate, laboriose o innovative, ma quelle con meno scrupoli, la maggior parte criminali, e con i migliori contatti – spesso nel KGB.

Anche quando i risultati si basano sul talento e sul duro lavoro, non perdurano così a lungo. Una volta che la prima generazione di imprenditori liberati dai lacciuoli ha fatto i soldi, la meritocrazia iniziale viene sostituita da una nuova élite, che isola i suoi figli dalla concorrenza per via ereditaria e con la migliore educazione che il denaro può comprare. Dove il fondamentalismo del mercato è stato più ferocemente applicato – in paesi come Stati Uniti e Regno Unito – la mobilità sociale è notevolmente diminuita.

Se il neoliberismo fosse qualcos’altro rispetto ad una truffa arrivista, i cui guru e think tank sono stati finanziati fin dall’inizio da alcune delle persone più ricche del mondo (i multimilionari USA Coors, Olin, Scaife, Pew e altri), i suoi apostoli avrebbero richiesto, come condizione essenziale per una società basata sul merito, che nessuno dovesse iniziare la vita con il vantaggio ingiusto della ricchezza ereditata o dell’istruzione determinata dal censo. Ma non hanno mai creduto nella loro dottrina. L’impresa, di conseguenza, ha rapidamente ceduto il passo alla rendita.

Tutto questo viene ignorato, e il successo o il fallimento dell’economia di mercato sono attribuiti esclusivamente agli sforzi dei singoli. I ricchi sono i nuovi giusti; i poveri sono i nuovi devianti, che hanno fallito sia economicamente che moralmente e sono ora classificati come parassiti sociali.

Il mercato doveva emanciparci, offrendo autonomia e libertà. Invece ha partorito atomizzazione e solitudine.

Il luogo di lavoro è stato travolto da una folle infrastruttura kafkiana di valutazione, monitoraggio, misurazione, sorveglianza e controllo, diretto centralmente e rigidamente pianificato, il cui scopo è quello di premiare i vincitori e punire i perdenti. Distrugge l’autonomia, l’intraprendenza, l’innovazione e la lealtà, e genera frustrazione, invidia e paura. Attraverso un magnifico paradosso, ha portato alla rinascita di una grande tradizione sovietica, conosciuta in Russia come tufta. Significa falsificazione delle statistiche per soddisfare i diktat di un potere incomprensibile.

Le stesse forze affliggono coloro che non riescono a trovare lavoro. Essi devono ora lottare, oltre che con le altre umiliazioni della disoccupazione, con un nuovo livello di spionaggio e monitoraggio. Verhaeghe sottolinea che tutto questo è fondamentale per il modello neoliberista, che insiste ovunque sul confronto, la valutazione e la quantificazione. Ci sentiamo tecnicamente liberi, ma impotenti. Che si abbia un lavoro o meno, dobbiamo vivere secondo le stesse regole o perire. Tutti i principali partiti politici le promuovono, quindi non abbiamo nemmeno alcun potere politico. In nome di autonomia e libertà siamo finiti controllati da una digrignante burocrazia senza volto.

Tra i disturbi della personalità, i più comuni sono ansia da prestazione e fobia sociale: entrambei riflettono la paura delle altre persone, che sono percepite sia come esaminatori che come concorrenti – gli unici ruoli che il fondamentalismo di mercato ammette per la società. La depressione e la solitudine ci affliggono.

I diktat infantilizzanti del posto di lavoro distruggono il nostro amor proprio. Quelli che finiscono in fondo alla scala sono assaliti da sensi di colpa e di vergogna. La fallacia dell’auto-valutazione è a doppio taglio: proprio come ci congratuliamo con noi stessi per il nostro successo, ci biasimiamo per il nostro fallimento, anche se abbiamo poco a che fare con esso.

Quindi, se non sei adatto, se ti senti in contrasto con il mondo, se la tua identità è turbata e sfilacciata, se ti senti perso e provi vergogna – potrebbe essere perché hai conservato dei valori umani che si supponeva avresti dovuto scartare. Sei un deviante. Siine orgoglioso.

(Traduzione di Saint Simon)