Su Forbes Frances Coppola spiega le ragioni molto semplici per cui al Regno Unito non potrà mai convenire l’ingresso nell’eurozona. Tali ragioni si concretizzano negli esempi forniti da Irlanda, Cipro e Islanda: le crisi finanziarie colpiscono maggiormente le nazioni che non controllano la loro moneta e non hanno una banca centrale che possa liberamente agire nell’interesse dell’economia nazionale.

 

di Frances Coppola, 7 marzo 2014

Ci sono tre ragioni per cui il Regno Unito non potrà mai entrare nell’eurozona. Sono l’Irlanda, Cipro e l’Islanda.

Irlanda

La crisi finanziaria irlandese è stata caratterizzata dal quasi-fallimento del suo intero settore bancario. L’Irlanda ha salvato le sue banche, in parte su richiesta dell’Unione Europea, molto preoccupata del fatto che il fallimento delle banche irlandesi avrebbe destabilizzato l’intero settore bancario europeo. Il salvataggio ha distrutto l’economia irlandese e ha costretto il governo ad accettare l’assistenza dell’Unione Europea e del FMI, il suo prezzo sono stati 5 anni di aumenti di tasse e tagli di spesa superati solo da quelli visti in Grecia. L’Irlanda ha ora abbandonato il “programma” UE/FMI, anche se l’austerità fiscale continua. Ma la sua economia rimane depressa, e nonostante una forte emigrazione essa registra ancora circa il 12% di disoccupazione. E sia le sue banche che il suo stato sono ancora pesantemente indebitati e vulnerabili a ulteriori shock.

Come commenta questo paper della banca centrale irlandese (il grassetto è mio),

“Nonostante l’Irlanda abbia vissuto una crisi bancaria assolutamente tradizionale, in quanto preceduta da un boom di credito e di aumento dei prezzi degli asset, essa è avvenuta inoltre nel contesto di un importante shock globale. Inoltre, data la sua appartenenza all’Unione Monetaria Europea (UME), l’Irlanda non ha sofferto di una crisi valutaria, è invece incorsa in una svalutazione interna. Come detto in precedenza, l’entità dell’aiuto statale necessario ad affrontare la crisi del sistema bancario, combinata con la forte correzione nell’economia reale, ha eroso la fiducia nello stato irlandese. Quest’ultimo fatto separa l’Irlanda dalla maggioranza degli episodi di crisi nelle economie avanzate, dove la proprietà ha svolto un ruolo chiave nella propagazione della crisi.”

Le banche del Regno Unito erano in uno stato certamente non peggiore di quelle irlandesi durante la crisi finanziaria. Ma il Regno Unito aveva una sua valuta e una banca centrale funzionante. La moneta sovrana ha assorbito lo shock, perdendo valore mentre la banca centrale diminuiva il tasso di interesse ai minimi storici e usava misure straordinarie per reflazionare l’economia all’indomani della crisi. L’economia del Regno Unito ha comunque sofferto – ha avuto una ripresa molto lunga e lenta. Ma se il Regno Unito fosse stato membro dell’eurozona, il danno sarebbe stato molto, molto maggiore. Avrebbe seguito la stessa strada irlandese – salvataggi bancari impossibili, collasso economico, default sovrano e un “programma” UE/FMI accompagnato da misure brutali di austerità.

Cipro

Nell’aprile 2013, le 2 maggiori banche cipriote sono collassate. Cipro è un piccolo paese che aveva – all’epoca – un settore finanziario i cui asset valevano 8 volte il PIL. Lo stato era troppo piccolo per salvare le sue banche, pertanto è stato permesso che una banca fallisse con perdite sui depositi sopra il limite di garanzia, mentre l’altra banca una parte dei depositi sopra la soglia di garanzia è stata convertita in azioni – il cosiddetto “haircut”. Cipro ha imposto controlli di movimenti di capitale per evitare che i depositanti prelevassero i loro soldi per evitare l’”haircut”: questi controlli sono tuttora in vigore circa un anno dopo, anche se vengono gradualmente ridotti.

Il settore finanziario era la principale industria di Cipro, e il suo collasso ha distrutto il cuore della sua economia. L’utilizzo dei controlli di capitali ha creato una svalutazione implicita della moneta che ha in qualche misura protetto l’economia, ma come per l’Irlanda, l’appartenenza all’eurozona ha significato l’assenza di una banca centrale funzionante che avrebbe potuto reflazionare l’economia. L’economia cipriota è crollata del 5,4% in meno di un anno: il danno è stato avvertito in maniera diretta dalle aziende, dalle famiglie e in ultimo dallo stato a causa del calo delle entrate fiscali. Cipro è stata costretta a ristrutturare il suo debito sovrano nel 2013 – il secondo default sovrano dell’eurozona (il primo è stato quello greco).

Ma Cipro in realtà va sensibilmente meglio di quanto previsto dal FMI, che stimava una contrazione del PIL dell’8%, e molto meglio di Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna. Questo sicuramente è dovuto al fatto che essa ha costretto i creditori delle banche a incorrere in perdite e ha usato controlli di capitale per proteggere l’economia da una dannosa fuga di capitali. Ma anche se l’obbligo per i creditori di assorbire parte delle perdite fa ormai paete della Direttiva della Europea per la Risoluzione Bancaria, i controlli di capitale rimangono un fatto eccezionale e – probabilmente – contrari allo spirito se non alla lettera del Trattato di Lisbona. Non è per nulla scontato che un membro dell’eurozona che abbia la dimensione e l’importanza del Regno Unito avrebbe avuto l’autorizzazione ad usare i controlli di capitale per creare una svalutazione implicita come ha fatto Cipro. I paesi piccoli non possono beneficiare della tolleranza che, per esempio, è stata concessa alla Spagna – il sistema bancario spagnolo sta ancora sul filo a 5 anni dalla crisi – ma possono invece utilizzare azioni che non sarebbero concesse ai paesi più grandi. Semplicemente essi non hanno la stessa importanza sistemica.

Islanda

Prima della crisi finanziaria del 2008, le banche islandesi dominavano la sua economia. Al momento del collasso i debiti del settore finanziario valevano circa 9 volte il PIL islandese, e molte erano denominate in valuta straniera. Ed ecco il problema. L’Islanda non era un membro dell’eurozona: aveva una propria moneta e una propria banca centrale. Ma le passività estere delle sue banche erano molto più grandi delle riserve valutarie estere del paese. Lo stato non poteva salvare le banche. In pratica, era nella stessa situazione dell’Irlanda o di Cipro – il suo settore bancario aveva forti passività in una valuta che non era sotto il controllo dello stato.

Ma il governo islandese aveva un grande vantaggio sull’Irlanda e su Cipro. Aveva una sua moneta e il pieno controllo della politica monetaria e fiscale. Poteva proteggere la propria economia. Esso permise alle banche di fallire e si rifiutò di onorare i debiti esteri: ci furono cause legali contro questa decisione, naturalmente, ma le vinse. Esso permise alla propria valuta di svalutarsi del 50% e impose controlli sui movimenti di capitale, molti dei quali sono ancora in atto. E diede stimolo fiscale a imprese e famiglie. 6 anni dopo, l’economia islandese ha pienamente recuperato e si stima che la sua economia cresca del 2,5% il prossimo anno.

Lezioni per il Regno Unito

L’Islanda, l’Irlanda e Cipro sono piccole economie aperte con un settore finanziario con un ruolo prominente nelle rispettive economie. Il Regno Unito è molto più grande di loro, ma è comunque un’economia relativamente piccola e aperta con un settore finanziario dominante: nonostante una contrazione del 10% negli ultimi 6 anni, le passività del settore finanziario britannico sono ancora circa il doppio del PIL. Se il Regno Unito dovesse aderire all’eurozona, questo settore dovrebbe venire drasticamente ridotto. Semplicemente il Regno Unito non potrebbe permettersi il rischio che un settore finanziario così grande areca all’economia nel caso di una nuova crisi senza poter disporre delle protezioni di una propria valuta e una propria banca centrale.

Se il Regno Unito possa, o debba, ridurre ulteriormente il suo settore finanziario – e quale sarebbe il costo economico di questa operazione – è una domanda aperta. La diversificazione dell’economia britannica è desiderabile, ma il settore finanziario contribuisce in maniera importante al PIL ed è un settore dove il Regno Unito ha un vantaggio comparato. Finora, il governo sembra incline a lasciare che il settore finanziario mantenga la sua importanza globale.

Ma l’importanza globale del settore finanziario non è l’unica ragione per la quale il Regno Unito non potrà mai entrare nell’eurozona. L’altra ragione è l’alto livello di indebitamento delle famiglie a causa dei mutui immobiliari, accoppiato con il livello relativamente alto di indebitamento statale e un persistente deficit primario. Anche se il Regno Unito smettesse di essere un leader di mercato nella finanza globale, sarebbe comunque enormemente a rischio durante una crisi finanziaria. E’ utile ricordare che nonostante molte banche del Regno Unito siano state salvate durante la crisi finanziaria, le attività sui mercati di capitali era significativa solo per una di esse – RBS. Le altre erano penalizzate da eccessivi rischi sui prestiti connessi alle proprietà immobiliari residenziali e commerciali. Questo è anche quel che è successo in Spagna e in Irlanda. Entrambe hanno sofferto terribili recessioni economiche perché indossavano la camicia di forza dell’eurozona.

Fintanto che il Regno Unito rimarrà un’economia altamente indebitata che controlla molti asset con un settore finanziario grande e dominante, non potrà mai entrare nell’eurozona.

 

(Traduzione di Malachia Paperoga)