Sul Gulf Times Lord Adair Turner, ex presidente della  Financial Services Authority britannica,  svela a chiare lettere il presunto successo del modello tedesco: crescere drogati dal debito (degli altri). Questo modello è ormai fallito.  Per uscire da una trappola del debito che può mandare in crisi l’intera economia mondiale,   Turner invoca l’uso della spesa pubblica e della monetizzazione del deficit.

 

di Adair Turner, 23 Novembre 2014

Dopo che i dati più recenti hanno mostrato che le esportazioni tedesche sono scese del 5,8% tra luglio e agosto e che la produzione industriale è calata del 4%, è ormai chiaro che l’insostenibile crescita di questo paese, alimentata dal credito, è finita.

Ma i morigerati tedeschi solitamente non la vedono in questo modo. Dopo tutto, il debito delle famiglie e delle imprese tedesche è sceso in percentuale al PIL negli ultimi 15 anni e anche il debito pubblico è ormai su un sentiero in discesa. “Quale crescita alimentata dal debito?” potrebbero chiedere.

La risposta sta nella realtà delle economie globali interconnesse, che ormai da decenni dipendono da un’insostenibile crescita del credito e ora devono affrontare un grosso sovra-indebitamento.

Prima che la crisi finanziaria del 2008 si manifestasse, il rapporto tra credito privato e PIL era cresciuto rapidamente in molte economie avanzate – inclusi gli USA, il Regno Unito e la Spagna. Questi paesi avevano anche dei deficit delle partite correnti, e in questo modo sostenevano la domanda di beni che permetteva a Cina e Germania di godersi la propria crescita alimentata dalle esportazioni.

La crescita basata sul credito privato ha permesso ad alcuni paesi di migliorare il proprio debito pubblico. Il rapporto tra il debito pubblico e il PIL in Irlanda e in Spagna, per citare 2 esempi, è sceso significativamente. Ma il rapporto globale debito/PIL delle economie avanzate, includendo debito pubblico e privato, è cresciuto dal 208% nel 2001 al 236% nel 2008. E il debito totale mondiale è cresciuto dal 162% del PIL al 175%.

La crescita del credito ha alimentato aumenti nei prezzi degli asset e ulteriore aumento del credito, un una circolo auto-rinforzante che è durato finché la bolla non è scoppiata e la fiducia è evaporata. Di fronte a un collasso dei prezzi degli asset, le famiglie e le imprese hanno allora tentato di ridurre l’indebitamento.

Il rapporto tra il debito delle famiglie e il PIL negli USA è infatti sceso – del 15% a partire dal 2009. Ma il debito non  è scomparso: si è semplicemente spostato dal settore privato a quello pubblico.

Il tentativo dei privati di ripagare il proprio debito ha depresso l’economia, poiché le famiglie hanno abbassato i consumi e le imprese hanno tagliato gli investimenti.

Le entrate fiscali sono calate e le spese sociali sono aumentate. I deficit fiscali  si sono quindi impennati. Di conseguenza, per ogni punto percentuale di riduzione del debito privato, il rapporto tra debito pubblico e PIL è aumentato di più di un punto percentuale.

Si è trattato di una riedizione di quanto avvenuto in Giappone negli ultimi 25 anni. Dopo lo scoppio del boom del credito giapponese degli anni ’80, grandi deficit fiscali sono stati essenziali nel prevenire un’acuta depressione. Ma la conseguenza inevitabile è stata che, mentre le imprese giapponesi riducevano lentamente il loro debito, il debito pubblico è salito fino al 245% del PIL.

L’indebitamento si è spostato non solo dal settore privato a quello pubblico, ma anche da un paese all’altro. Dal 2002 al 2008, il rapporto tra debito totale e PIL in Cina è stato relativamente stabile sotto il 150%. Oggi si trova al 250%. Questa è stata una politica deliberatamente adottata in risposta alla riduzione dell’indebitamento delle economie avanzate.

(E qui una domanda potrebbe essere: come mai la Cina ha accettato questo aumento, ma l’altro grande esportatore di beni e di debito, la Germania, non l’ha fatto? NdVdE).

Per paura che la recessione post-crisi delle economie avanzate producesse un declino nell’occupazione cinese socialmente pericoloso, il governo ha dato ordine alle banche di aprire i rubinetti del credito, dando il via a un boom di infrastrutture e del settore immobiliare. I produttori di lavorati e beni strumentali – come la Germania – hanno tratto beneficio da questa domanda sostenuta dal credito.

Il debito di imprese e famiglie è cresciuto rapidamente anche in molte altre economie emergenti. Mediamente, il debito totale dei paesi emergenti è cresciuto dal 114% al 151% del PIL, e l’indebitamento globale è oggi del 37% superiore rispetto al 2008. Come dice il recente 16mo Report di Ginevra sull’economia globale: “Calo del debito? Quale calo del debito?”

L’attuale livello di debito totale sembra insostenibile e impossibile da ridurre senza deprimere ulteriormente l’economia. Le regole dell’eurozona chiedono il consolidamento fiscale, ma il risultato è una bassa crescita che rende una riduzione dei debiti ancora più difficile. Analogamente, il Giappone ha aumentato l’iva in aprile per ridurre il deficit fiscale, ma l’aumento ha mandato l’economia in recessione.

La Cina si trova ora ad affrontare il dilemma che si pone alla fine di ogni boom del credito. Di fronte a una riduzione dei prezzi delle abitazioni e della crescita del credito, essa accetterà un duro ma inevitabile ritorno alla normalità, o alimenterà ancora una volta il boom, cosa che indubbiamente porterà a problemi ancora maggiori in seguito? Qualunque sarà la sua scelta, la crescita diminuirà sensibilmente, e l’inflazione è già ora decisamente sotto l’obiettivo della banca centrale del 4%.

Una crescita debole nei mercati principali di riflesso deprime la Germania, che fino a poco fa era l’unica economia europea ancora vivace. E un rallentamento simultaneo delle economie del Giappone, della Cina e dell’Eurozona rischia di rallentare la ripresa in USA e nel Regno Unito. Con una crescita globale anemica e previsioni di inflazione in discesa, un’ulteriore aumento dei debiti sembra insostenibile. Ma nonostante questo, il debito globale continua ad aumentare.

Ciò pone due problemi a cui gli economisti ortodossi e le politiche convenzionali non hanno saputo dare risposta adeguata. In primo luogo, come possiamo far sì che le economie crescano senza una rapida crescita del credito, che altrimenti condurrebbe a crisi e a sovra-indebitamento? E inoltre – la questione fondamentale oggi – come possiamo sfuggire alla trappola del debito in cui ci ha condotto la crescita del credito passata?

Come dice l’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale, fare affidamento soltanto su una politica monetaria super-accomodante è pericoloso. Essa incoraggia eccessivi rischi finanziari, aumenta la disuguaglianza, e può funzionare solo se rigenera una rapida crescita del credito privato, che è quella che ci ha messo in questo pasticcio.

Fare affidamento solo su tassi di cambio competitivi, nel frattempo, è impossibile a livello globale. La banca del Giappone considera cruciale uno Yen debole per il successo della sua strategia del QE.

La BCE spera che tassi di interesse negativi aiutino a deprezzare l’euro. E in Cina, gli economisti discutono dell’opportunità di deprezzare il renmimbi per compensare l’impatto della riduzione del credito.

Dobbiamo stimolare la crescita e aumentare l’inflazione senza generare altro debito pubblico e privato. L’unica maniera per farlo è aumentare i deficit fiscali, finanziati da denaro della banca centrale.

Altrimenti, il mondo ha due alternative: o entrare in un periodo di deflazione e bassa crescita, oppure accettare nuovi aumenti del debito – in questo modo ritardando semplicemente il problema e rendendolo ancor più ingestibile. La fine della crescita a credito della Germania dovrebbe aver chiarito quale sia la scelta da fare.