Il grande piano europeo per gli investimenti,  con cui l’Europa volta pagina e con un’azione pubblica sopperisce ai fallimenti del mercato…in realtà è un piano ben misero, con fondi pubblici  limitati, ma dai rischi di socializzazione delle perdite terrificanti, già oggetto di una tempesta di critiche. Tra questi il prof Charles Wyplosz, per cui lo spazio lasciato ai privati manderà in rovina i governi. Ne parla A.E. Pritchard sul Telegraph

 

di Ambrose Evans Pritchard, 25 Novembre 2014

E’ incredibile. Il settore privato manderà in rovina i governi‘, ha detto il professor Charles Wyplosz.

La Commissione europea ha lanciato un “New Deal” da 315 miliardi di € per tirar fuori l’Europa dalla sua crisi economica nel corso dei prossimi tre anni, ma non ci metterà quasi niente di denaro proprio, affidandosi a forme subprime di ingegneria finanziaria.

Ci vorranno mesi per vagliare la lista degli investimenti e dei progetti infrastrutturali, e lo stimolo non raggiungerà una scala significativa fino al 2016. Il progetto ha già scatenato una valanga di critiche. L’effetto leva aumenta la cifra di base di 15 volte, lasciando i contribuenti europei a sopportare il rischio più pesante mentre gli investitori privati sono protetti dalle perdite.

Jean-Claude Juncker, il nuovo presidente della Commissione, ha fatto di questo piano l’elemento centrale della sua campagna per ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nel progetto europeo, ma questa sua “ultima chance” rischia invece di diventare l’emblema della paralisi e del fallimento.

I soldi messi in gioco sono solo briciole e non basteranno a rilanciare la crescita“, ha detto il professor Charles Wyplosz, dell’Università di Ginevra. “E’ incredibile che stiano facendo questo, piuttosto che una reale espansione fiscale. Il settore privato semplicemente manderà in rovina i governi”.

Questa in realtà è una scusa per far finta che stanno facendo qualcosa, mentre l’austerità è ancora in corso. Ci vorrà troppo tempo perché il piano funzioni e i progetti scateneranno una gran lotta, con ogni paese che cercherà di ottenere una fetta della torta.”

Martedì a Strasburgo il “Collegio” dei commissari UE ha accettato il piano. Sarà noto come il European Fund for Strategic Investment (EFSI). Ulteriori dettagli non saranno pubblicati fino a mercoledì, ma i funzionari in privato hanno detto che il pacchetto sarà basato su 21 miliardi di € di fondi comunitari, denaro che in teoria dovrebbe produrre un effetto leva di quasi 300 miliardi di € di capitale di rischio e fondi privati, secondo una complessa alchimia.

Se il progetto va secondo i piani, questi soldi saranno utilizzati per costruire strade, rinnovare ferrovie, migliorare reti energetiche o aggiornare la rete Internet ad alta velocità. Il piano richiede il consenso dei leader europei, e degli interventi legislativi l’anno prossimo. Come gran parte dello stimolo macroeconomico fornito dalle istituzioni UE, è una appassionata speranza più che un serio impegno.

I progetti sono imprese “ad alto rischio”, sinora evitate dal European Investment Fund, geloso del suo rating AAA.  Ciò mette direttamente sul tavolo il problema del rischio per i contribuenti. I governi hanno già trasmesso a Bruxelles un elenco di 1.800 possibili progetti. Questi saranno vagliati da una giuria di esperti indipendenti. In linea di principio, non saranno presenti quote nazionali.

I fondi UE in gran parte provengono dal saccheggio della Direzione di ricerca della Commissione e di altre parti del bilancio UE, con € 5 miliardi di garanzie della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Werner Hoyer, capo della BEI, ha cercato di sdrammatizzare quelle da lui definite come aspettative “eccessive”.

Gli organi comunitari subiranno in primo luogo il rischio di eventuali fallimenti, secondo un meccanismo del tutto simile alla finanza strutturata utilizzata nel periodo d’oro del boom pre-Lehman, quando Dublino divenne un hub per “speciali veicoli di investimento” (SIV), che camuffavano la concentrazione del rischio. I piani comportano di fatto delle sovvenzioni, ma di un tipo controverso. I critici la chiamano “socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti”.

Charles Grant, direttore del pro-EU Centre for European Reform, ha detto che i valorosi sforzi di Juncker per fare qualcosa di sostanziale sono stati affossati da potenti avversari: “E’ ancora un altro momento triste nella storia della cattiva gestione europea. I tedeschi non credono nel piano e non vogliono metterci dei soldi. Semplicemente non capiscono quanto vadano male le cose in Europa“. Anche la Gran Bretagna si è opposta a una spesa folle su vasta scala.

Markus Ferber, portavoce per gli affari finanziari dei Cristiani Socialdemocratici tedeschi (CSU), ha detto che il piano è fondamentalmente sbagliato. “L’idea di una responsabilità per le perdite significa gli Stati membri dell’UE stanno assumendo nuovo debito“, ha detto.

Il ministro dell’economia francese, Emmanuel Macron, ha detto che il sistema ha bisogno almeno “dai 60 agli 80 miliardi di € di denaro fresco” per ingranare. Parigi ha proposto l’utilizzo del fondo di salvataggio UE (ESM) per raccogliere fondi per un intervento di spesa molto più grande. Ma è stato bloccato da Berlino, sempre diffidente nei confronti degli eurobond o di un’unione fiscale che entri dalla porta di servizio.

Mario Draghi, il capo della Banca Centrale Europea, ha implorato le autorità di bilancio dell’UE di lanciare un pacchetto per la ripresa, avvertendo che lo stimolo monetario non può funzionare da solo. Eppure non è ancora affatto chiaro se questo piano EFSI riuscirà a far ripartire il quadro macro-economico.

Le mani di Juncker sono state legate fin dall’inizio. La Germania, la Gran Bretagna e gli altri stati del nord hanno messo un limite alla spesa comunitaria all’incirca a 140 miliardi di € l’anno fino al 2020, costringendo Bruxelles a ricorrere al settore finanziario ombra.

E’ stato attaccato dalla destra per aver fatto troppo, e dalla sinistra per aver fatto troppo poco. Il rischio per Juncker è che il EFSI degeneri in un fiasco, danneggiando ulteriormente la sua possibilità di sopravvivenza politica dopo lo scandalo “LuxLeaks” che collega il Lussemburgo a dei meccanismi di elusione fiscale su grande scala, al tempo in cui era primo ministro. Le accuse possono essere ingiuste – dal momento che altri membri dell’Unione Europea implementano dei regimi fiscali di questo tipo per attirare le imprese – ma hanno avvelenato il suo rapporto con il blocco socialista dell’UE.

La zona euro è in depressione da sei anni, con una contrazione dell’economia più profonda di quella vissuta dal 1929 al 1935. Il Presidente Juncker sa che il fallimento nell’impresa di avviare una ripresa duratura vorrebbe dire sfidare il destino una volta per tutte: “O riusciremo a ridurre drasticamente la disoccupazione, o falliremo“.