Riceviamo dal nostro lettore  Domenico R. un articolo in una certa misura inquietante di Martin Wolf sul Financial Times, che per quanto svolga come sempre delle analisi interessanti e condivisibili, tuttavia sembra collocarsi nel frame che si sta consolidando sulla necessità di una patrimoniale che colpisca i risparmi per rilanciare la domanda e la crescita.  Infatti la soluzione non può passare attraverso una tassazione del risparmio, che andrebbe ancora soltanto ad alimentare il settore finanziario.

 

di Martin Wolf, 25 Novembre 2014

Le principali economie dei paesi sviluppati – US, Eurozona, Giappone e UK – sono afflitte da una “sindrome cronica di carenza di domanda”. Più precisamente, i loro settori privati non sono stati in grado di spendere abbastanza da portare la produzione vicino al suo massimo potenziale, senza gli incentivi di una politica monetaria ultra-aggressiva, larghi deficit statali, o entrambe le cose.
La sindrome di carenza di domanda ha afflitto il Giappone sin dai primi anni ’90, e le altre economie dal 2008 fino ai giorni nostri.

Che cosa è stato fatto al riguardo? Per rispondere è necessario capire la malattia.

Le crisi sono gli arresti cardiaci del sistema finanziario. Potenzialmente hanno effetti devastanti sull’economia. Il ruolo del dottore economico è di tenere in vita il paziente: impedire il crollo del sistema finanziario e sostenere la domanda. Non è durante un attacco di cuore che bisogna preoccuparsi dello stile di vita del paziente. Ciò che conta è tenerlo in vita.

Come gli attacchi di cuore, le crisi finanziarie hanno effetti persistenti. Un motivo è proprio il danno che si verifica nello stesso settore finanziario. Un altro è una perdita di fiducia nel futuro.
Un altro ancora è che il debito accumulato nella fase preliminare della crisi diventa non più sostenibile. Ciò che avviene allora è una “balance-sheet recession” – una fase in cui l’indebitato si concentra nel ripagare il debito pregresso. Le politiche post-crisi devono compensare o facilitare la riduzione del livello di indebitamento del settore privato (deleveraging). Politiche monetarie e fiscali di sostegno possono essere entrambe molto utili. Senza politiche di questo tipo vi è il rischio di scivolare in gravissime depressioni economiche, come è capitato nei paesi membri dell’eurozona colpiti dalla crisi.

Un’attività complementare al deleveraging è la ristrutturazione del debito. Molti economisti hanno consigliato proprio la ristrutturazione come parte essenziale della soluzione. Negli USA, almeno per quanto riguarda il settore famiglie, è stato fatto un lavoro di gran lunga preferibile di quel che è stato fatto nell’Eurozona. Ma organizzare una ristrutturazione del debito è estremamente complicato, fin tanto che chi ha ricevuto un prestito si rifiuterà di ammettere il fallimento (l’incapacità di rimborsare il debito). Tale argomentazione è valida per il settore privato, ma è ancor più valida per il settore pubblico. Ed è proprio questo il motivo per il quale il debito in eccesso è così difficile da redimere.

Vi sono inoltre delle possibilità ancor più allarmanti del debito in eccesso. Nel mio libro, The Shift and the Shocks, ho avanzato l’ipotesi che un certo numero di mutamenti nell’economia mondiale abbiano creato una domanda cronicamente debole in assenza di boom del credito. Annovero tra questi cambiamenti l’eccesso di risparmio nelle economie emergenti, i mutamenti nella distribuzione del reddito, l’invecchiamento e un declino secolare della propensione all’investimento nei paesi ad alto reddito. Dietro a questi cambiamenti sta, tra le altre cose, la globalizzazione, l’innovazione tecnologica e il ruolo sempre più rilevante del settore finanziario. Non è sufficiente rimettere ordine dopo il tracollo di un boom del debito. I politici devono anche rimuovere la dipendenza della domanda da un credito insostenibile.
Senza questo, neppure un risanamento radicale riporterà entusiasmo dal lato della domanda. E’ vero che, se un paese è piccolo, può essere in grado di importare la domanda mancante attraverso i conti con l’estero. Ma quando una gran parte dell’economia mondiale soffre della stessa sindrome, sono necessarie soluzioni alternative. Ci sono tre principali alternative: convivere con una debolezza cronica della domanda; avviare politiche aggressive dal lato della domanda a tempo indeterminato (come ha fatto il Giappone); o correggere le sottostanti debolezze strutturali della domanda.

Una politica monetaria iper-aggressiva può essere di aiuto portando i tassi reali di interesse ben al di sotto dello zero. Un’alternativa è rappresentata dai disavanzi di bilancio. Ma questo rischia di mettere il debito su un percorso di crescita permanente. Un’alternativa ancora meno convenzionale è quella consigliata da Adair Turner, ex presidente della UK’s Financial Services Authority, ovverosia il finanziamento monetario diretto dei disavanzi di bilancio. Questo significa nazionalizzare l’emissione di moneta, strumento oggi delegato alle banche private, spesso irresponsabili. Questo è un modo più diretto (e probabilmente più efficace) di utilizzare il potere di una banca centrale di creare moneta al fine di espandere la domanda, rispetto all’utilizzo indiretto del denaro, attraverso il controllo dei prezzi degli asset. La monetizzazione diretta del deficit appare particolarmente sensibile in Giappone.

L’alternativa è concentrarsi sulle cause di una domanda strutturalmente debole. Una soluzione di politica economica potrebbe essere la redistribuzione del reddito dai risparmiatori ai consumatori.
Un’altra potrebbe essere proprio incoraggiare la spesa. Ecco perché l’incremento della tassa sui consumi deciso in Giappone è da considerarsi particolarmente sbagliato. Il Giappone dovrebbe tassare i risparmi piuttosto. E’ vero che questo contraddice la concezione che essere risparmiatori è una cosa positiva. Ma in un mondo che soffre della sindrome di carenza di domanda, non è così. I risparmi improduttivi dovrebbero essere scoraggiati.

Ma oltre il malessere post crisi e una domanda cronicamente debole bisogna fare i conti con la possibilità di un’offerta strutturalmente debole. La soluzione è l’incoraggiamento a lavorare, investire e innovare. Ma le politiche destinate a promuovere l’offerta non devono contemporaneamente indebolire la domanda. Questa è una delle difficoltà che riguardano la riforma del mercato del lavoro, che implica l’abbassamento dei salari per una gran parte della forza lavoro e rende più facile per i datori di lavoro sia assumere, che licenziare. Questo porta ad un potenziale abbassamento dei consumi, almeno nel medio termine – precisamente l’esperienza della Germania nel primo decennio degli anni 2000. Le riforme devono promuovere la domanda.
Ecco perché l’Eurozona deve stabilire un programma equilibrato, che non faccia troppo affidamento sulle riforme strutturali.

La crisi ha lasciato una triste eredità. L’Eurozona ha fatto peggio degli USA, ad esempio, nell’affrontare questo problema. Ma le origini della crisi vanno trovate nelle debolezze strutturali di lungo termine. La politica deve affrontare anche queste debolezze, se si vuole che l’uscita dalla crisi non diventi subito l’inizio di un nuovo percorso di crisi. Le risposte, probabilmente, devono essere non convenzionali: Del resto, lo è anche la condizione economica di oggi. Malattie rare necessitano terapie eccezionali. E quindi bisogna cercarle.

 

Traduzione di Domenico R.