Di fronte ai catastrofici dati dell’economia europea – specie se paragonati agli analoghi dati USA – il Nobel Paul Krugman sul New York Times  attacca il luogo comune che identifica nei PIIGS i colpevoli, perché la realtà è ben diversa. Il paese che più di tutti non ha rispettato le regole è la Germania – con prezzi e costo del lavoro fortemente disallineati rispetto all’obiettivo di inflazione – ma la responsabilità maggiore è dei politici dei paesi periferici, che ancora oggi fanno finta di non capire.

 

di Paul Krugman, 30 novembre 2014

L’economia USA sembra finalmente emergere dal buco in cui si era cacciata durante la crisi finanziaria globale. Sfortunatamente, non possiamo dire lo stesso dell’Europa – l’altro epicentro della crisi. La disoccupazione nell’eurozona è ferma a circa il doppio di quanto si registra negli USA, mentre l’inflazione è ben al di sotto dell’obiettivo ufficiale, e la deflazione è ormai diventata un rischio incombente.

Gli investitori se ne sono accorti: i tassi di interesse europei sono sprofondati, con i bond tedeschi a lunga scadenza che rendono appena lo 0,7%. Questi tassi sono quelli che siamo abituati ad associare alla deflazione giapponese, e i mercati stanno infatti segnalando che si aspettano un “decennio perduto” anche in Europa.

Perché l’Europa si trova in condizioni così disastrose? Il luogo comune dei politici europei è che stiamo pagando il prezzo dell’irresponsabilità: alcuni governi non hanno agito con la prudenza che sarebbe richiesta dalla moneta comune, scegliendo invece di assecondare degli elettori disinformati e seguire delle dottrine economiche fallimentari. E se chiedete a me (e a molti altri economisti che hanno studiato a fondo la questione), l’analisi è essenzialmente corretta, eccetto che per un dettaglio: hanno sbagliato l’identità dei “cattivi”.

Sì, perché gli errori che stanno all’origine del lento disastro europeo, non vengono dalla Grecia, dall’Italia o dalla Francia. Vengono dalla Germania.

Non sto negando che il governo greco abbia agito irresponsabilmente prima della crisi, o che l’Italia non abbia un grosso problema di produttività stagnante. Ma la Grecia è solo un piccolo paese il cui disordine fiscale è unico, mentre i problemi di lungo periodo dell’Italia non sono la fonte della deriva deflazionistica europea. Se proviamo a identificare quali sono i paesi le cui politiche erano pesantemente disallineate prima della crisi e che hanno danneggiato l’Europa da quando la crisi è scoppiata, e che rifiutano di imparare dall’esperienza, tutto indica che la Germania è stato il principale colpevole.

Consideriamo, in particolare, il paragone tra Germania e Francia.

La Francia viene spesso attaccata dalla stampa, in particolare sulla sua presunta perdita di competitività. Questi discorsi esagerano decisamente la realtà; non viene mai detto, dalla maggior parte dei media, che la Francia ha solo un piccolo deficit commerciale. E in ogni caso, anche se fosse un problema, da dove deriva? La competitività della Francia è stata erosa da una crescita eccessiva di costi e prezzi?

Assolutamente no. Da quando l’euro è stato introdotto nel 1999, il deflatore del PIL francese (il prezzo medio dei beni e servizi prodotti in Francia) è aumentato dell’1,7% all’anno, mentre il suo costo del lavoro unitario è aumentato dell’1,9% annuo. Entrambi i numeri sono perfettamente in linea con l’obiettivo della Banca Centrale Europea di un’inflazione appena al di sotto del 2%, e sono simili a quelli degli Stati Uniti. La Germania, invece, è decisamente disallineata, con una crescita di prezzi e costo del lavoro dell’1% e 0,5% rispettivamente.

E non è solo la Francia ad avere costi in linea con quanto dovrebbe. La Spagna ha visto salire i propri costi e prezzi durante la bolla immobiliare, ma ormai tutti gli eccessi sono stati eliminati da anni di disoccupazione devastante e  pressione al ribasso sui salari. La crescita dei prezzi italiani è stata forse un pochino alta, ma non è neanche lontanamente disallineata quanto quella tedesca.

In altre parole, se esiste un problema di competitività interno all’Europa, esso è in massima parte causato dalle politiche “beggar-thy-neighbor” (letteralmente: “frega il tuo vicino” ndVdE) della Germania, che sta di fatto esportando deflazione nei paesi vicini.

E come la mettiamo col debito? Non è forse vero che i paesi europei – tranne la Germania – stanno pagando il prezzo della loro passata irresponsabilità fiscale? In realtà, questa storia regge per la Grecia e per nessun altro. E in particolar modo non funziona per la Francia, che non sta affrontando alcuna crisi fiscale; la Francia può attualmente prendere in prestito denaro a lunga scadenza pagando tassi al minimo storico, sotto l’1%, appena al di sopra del tasso tedesco.

Nonostante ciò i politici europei sembrano determinati a dare la colpa della loro situazione ai paesi sbagliati e alle politiche sbagliate. Certo, la Commissione Europea ha approntato un piano per stimolare l’economia con investimenti pubblici – ma il denaro pubblico impegnato è così poco in confronto al problema che deve risolvere che il piano stesso è praticamente uno scherzo. E nel frattempo, la Commissione sta ammonendo la Francia, che sta pagando tassi al minimo storico, che potrebbe incorrere in sanzioni per non aver tagliato abbastanza il suo deficit.

Perché invece non risolvere il problema dell’inflazione troppo bassa in Germania? Una politica monetaria estremamente aggressiva potrebbe farcela (anche se io non ci conterei), ma le autorità monetarie tedesche stanno mettendo in guardia da una mossa del genere, perché potrebbe allentare la pressione sui paesi debitori.

Quello a cui assistiamo, quindi, è l’immenso potere distruttivo delle cattive idee. Non è tutta colpa della Germania – la Germania è un attore importante a livello europeo, ma è in grado di imporre le politiche deflazionistiche solo perché la maggior parte delle élite europee dà credito alla stessa falsa storiella. E c’è da chiedersi cos’è che farà irrompere in scena la realtà.

 

Traduzione di  Malachia Paperoga