Werner Raza, direttore dell’Austrian Foundation for Development Research, parla del TTIP in un’intervista su Open Democracy: l’accordo di libero scambio transatlantico è un pericolo per il benessere dei cittadini, i diritti dei lavoratori, l’autonomia degli Stati e perfino per la coesione e l’integrazione europea. Di fatto si tratta solo di una nuova fase del processo di svalutazione del lavoro e di distruzione dei diritti sociali. I nostri lettori lo sanno già, ma è bene battere su questo tasto dato che l’argomento è grave ma pressoché assente nel dibattito pubblico. (Per chi vuole approfondire c’è questo post su Goofynomics.)

 

di Thomas Fazi e Werner Raza,  8 dicembre 2014

Un recente report dell’Austrian Foundation for Development Research ha valutato in modo critico molte delle affermazioni sui presunti benefici del TTIP, trovandoli inesatti, irrealistici e distorti ideologicamente. Ne parliamo col direttore Werner Raza.

Molte delle valutazioni sull’impatto del TTIP che sono state commissionate da vari Stati membri dell’UE e dalla stessa Commissioni Europea descrivono la sottoscrizione dell’accordo commerciale UE-USA come un “El Dorado economico” che porterà più crescita, più esportazioni e più occupazione, e che praticamente da solo potrà portare l’Europa fuori dalla crisi.

Un recente report del ÖFSE – Austrian Foundation for Development Research – commissionato dal gruppo GUE/NGL del Parlamento Europeo, valuta questi risultati in modo critico, mostrando che sono basati su assunzioni irrealistiche e inaccurate, su errori metodologici e bias ideologici, che sottovalutano fortemente i rischi derivanti dall’accordo, mentre sovrastimano grossolanamente i potenziali benefici. Werner Raza, direttore dell’ÖFSE, mette in luce i principali risultati del report.

Thomas Fazi: Potrebbe riassumere i principali risultati dello studio sul TTIP svolto dall’ÖFSE, di cui Lei è co-autore? Come quadrano con le conclusioni degli studi “ufficiali” (CEPR, CEPII, Bertelsmann, etc.)?

Werner Raza: In primo luogo, i benefici economici stimati dagli studi sul TTIP su redditi e crescita sono scarsi – in generale si parla di meno dell’1% del PIL –, e si otterrebbero solo in un periodo di 10-20 anni. Pertanto il TTIP non può dare impulso nel breve termine ad un’economia UE in difficoltà.

In secondo luogo, con commercio e investimenti transatlantici già largamente liberalizzati, i benefici economici dipendono essenzialmente dalla riduzione e/o allineamento delle misure non-tariffarie. Queste ultime riguardano un’ampia gamma di standard, regolamentazioni e normative, e includono questioni politiche di rilevanza pubblica molto sensibili, come la salute e la sicurezza pubblica, la tutela del consumatore, le regolamentazioni sociali e ambientali, etc.

In terzo luogo, i costi sociali della riduzione o allineamento delle misure non-tariffarie dovuti al TTIP possono essere rilevanti, e sono stati finora completamente trascurati nelle valutazioni dell’impatto economico.

Inoltre, i costi di aggiustamento macroeconomico non sono trascurabili e sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda la disoccupazione e la perdita di entrate fiscali.

Infine, i potenziali effetti avversi includono: una riduzione di commercio e reddito per i paesi meno sviluppati a causa della deviazione degli scambi in favore di USA ed UE, e una riduzione del commercio intra-UE con effetti negativi sull’integrazione europea.

TF: Un aspetto particolarmente preoccupante, secondo molti, è il fatto che il TTIP preveda di includere un controverso sistema di risoluzione delle dispute tra investitori e Stati, chiamato ISDS.

WR: L’ISDS è forse l’aspetto più problematico del TTIP, perché dà agli investitori privati la possibilità di fare causa ai governi di fronte a tribunali internazionali. L’ISDS è una forma di giurisdizione internazionale privatizzata, con dei forti deficit in termini di controllo democratico e di legittimità dei processi. Tende a privilegiare l’interesse degli investitori anziché il bene pubblico.

Gli investitori di UE e USA sono tradizionalmente i più attivi sostenitori dell’ISDS, che ridurrà gli spazi di manovra politica dei governi dell’UE nella regolamentazione dell’interesse pubblico. Sebbene fortemente criticato durante le recenti consultazioni pubbliche, anche da parte dei governi di Germania, Francia e Austria, la Commissione Europea sembra disposta a mantenere l’ISDS all’interno dell’accordo.

Un secondo aspetto collegato a questo ha a che fare con quella che i negoziatori ufficiali dell’accordo descrivono come cooperazione in campo normativo. Con il TTIP si stabilirà un sistema che punta a trasferire la discussione politica sulle iniziative normative verso organi tecnocratici lontani dal controllo democratico. Ciò finirà per dare ai settori privati di entrambe le sponde dell’Atlantico, nonché al governo USA, un maggiore potere di influenza sulle iniziative normative dell’UE.

TF: Un punto che Lei ha messo in luce, e che altri report omettono completamente, sono le conseguenze economiche dell’eliminazione delle poche barriere ancora rimanenti. Lei afferma che ciò potrebbe avere un grave impatto sui bilanci dell’UE, in termini di ulteriore austerità. Potrebbe spiegarlo?

WR: Il TTIP porterà probabilmente a una più o meno completa eliminazione di tutte le restanti tariffe commerciali tra USA e UE. Nel 2012, secondo la Commissione Europea, tali tariffe poste sulle importazioni dagli Stati Uniti fruttavano 2,6 miliardi di euro, ovvero il 12% dei ricavi tariffari dell’UE.  Se durante i 10 anni del periodo di attuazione del TTIP queste tariffe saranno eliminate – con un completamento del processo intorno al 2027, a seconda dello scenario previsto –, ciò significherà una perdita di entrate tra i 2 e i 4 miliardi di euro all’anno per il bilancio UE.

Sebbene nel lungo termine una parte di questa perdita sarà compensata dalle maggiori entrate fiscali sul valore aggiunto provenienti dalla vendita di prodotti di importazione USA, nel breve termine questa riduzione di introiti fiscali dovrà essere compensata o con tagli della spesa o con fonti di entrata alternative. La mia previsione è che gli Stati membri dell’UE non saranno disposti a fare ulteriori trasferirimenti a Bruxelles, e perciò la Commissione Europea dovrà fare delle scelte molto difficili.

TF: Il dibattito sul TTIP di solito vede contrapporsi quelli secondo i quali l’accordo sarà “buono” per l’economia e quelli per i quali sarà “cattivo”, mentre il vostro report sottolinea un punto criciale, e cioè che semplicemente, in termini puramente economici, alcuni settori dell’economia – e alcuni paesi dell’Europa – trarranno beneficio dall’accordo (almeno in termini relativi), mentre altri ne saranno danneggiati. Potrebbe dirci quali settori dell’economia e quali paesi pensa che beneficieranno di più dal TTIP?

WR: In generale mi aspetto che i paesi orientati all’export, con una specializzazione in prodotti di qualità ad elevata intensità di capitale, come la Germania, l’Olanda e la Svezia, beneficieranno di più dall’accordo. Invece i paesi con una specializzazione in industrie ad alta intensità di manodopera e di energia, così come quelli specializzati nell’agricoltura, tenderanno ad essere danneggiati dall’accordo.

TF: Qual’è la sua interpretazione delle dinamiche in gioco in Europa: quali governi stanno spingendo di più per l’accordo? Quali stanno resistendo? E su cosa sono basate tali decisioni, secondo Lei? Sono più basate sulla struttura dell’economia dei vari paesi? Ad esempio, le economie più mercantiliste e trainate dall’export sono più favorevoli all’accordo?

WR: In generale sia le economie trainate dall’export, su tutte la Germania, sia i paesi con un settore dei servizi molto internazionalizzato, in particolare il Regno Unito, sono i più forti sostenitori dell’accordo. Tuttavia, quelli che più spingono per i negoziati non sono i governi di per sé, ma i settori delle imprese, nell’UE e negli USA. Le grandi imprese multinazionali sono quelle che più spingono per il TTIP.

TF: Lei ritiene che il TTIP sia legato in qualche modo alla strategia di austerità e di svalutazione interna che si sta imponendo in Europa, e che sembra mirata a trasformare il continente in una gigantesca economia trainata dall’export, sul modello del sistema tedesco?

WR: In modo abbastanza ovvio, il TTIP è parte essenziale della strategia Global Europe, la quale mette esplicitamente in relazione le politiche europee sul commercio con il programma per la competitività di Europa 2020. Quindi sì, ritengo che la nuova agenda per il commercio sia parte di una politica della crisi che enfatizza la necessità di aumentare la competitività al fine di stabilire un modello di crescita trainato dalle esportazioni in tutta l’UE, in particolare nell’eurozona.

Non c’è bisogno di dire che secondo me tutto ciò è fondamentalmente sbagliato. L’UE dovrebbe al contrario cercare di stimolare la domanda interna attraverso un programma di investimenti che faciliti una trasformazione socio-ecologica e una politica della redistribuzione che miri a combattere il diffuso impoverimento della popolazione, in particolare nei paesi in crisi della periferia a Sud e a Est dell’Europa.

TF: Lei è d’accordo con quelli che dicono che il TTIP è parte di una più ampia strategia di smantellamento del cosiddetto “modello sociale europeo”?

WR: Nella misura in cui questo modello di crescita trainato dalle esportazioni è legato alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, alla bassa tassazione per le imprese e alla deflazione salariale, elementi cruciali delle cosiddette riforme strutturali, io vedo chiaramente un legame tra il TTIP e lo smantellamento dello Stato sociale a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Il TTIP contribuisce a questo in particolare sbilanciando gli equilibri tra le forze sociali in favore del settore delle imprese, e anche sigillando le riforme neoliberali degli ultimi due decenni, in particolare quella della privatizzazione dei servizi pubblici.