Il sociologo Ziegler, intervistato da Voxeurop, parla di Europa, democrazia, sinistra, TTIP e xenofobia. Al di là dei singoli (e preoccupanti) fatti, si nota la scomparsa della coscienza di classe da parte dei lavoratori, che oggi tollerano la violenza inflitta loro, e la distruzione delle precedenti conquiste sociali, come avvenimenti “normali”.

 

intervista a Jean Ziegler – 30 dicembre 2014

Nel suo ultimo libro il sociologo svizzero e membro del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, Jean Ziegler, denuncia i misfatti della “oligarchia finanziaria globale” e accusa le élite europee di non rendersi conto in che misura stanno esacerbando una crescente minaccia al principio di legalità e alla coesione nazionale.

Il suo libro contiene molti riferimenti a Marx e a filosofi e sociologi marxisti. Un quarto di secolo dopo la caduta del muro e la scomparsa dei regimi di ispirazione marxista, c’è ancora spazio per una tale analisi?

Marx è ancora attuale, anche se aveva torto su una cosa: fino alla fine, rimase convinto che la deprivazione materiale sarebbe durata molto a lungo. Tuttavia, oggi saremmo in grado di provvedere al sostentamento di 12 miliardi di esseri umani. A parte questo errore, Marx ha fondato la coscienza critica e analitica del modo di produzione capitalista. Gli strumenti analitici che ha fornito per comprendere il capitalismo finanziario sono ancora applicabili e ci permettono di capire meglio come funziona.

Il mio libro va inteso come una sorta di arma nella lotta della nuova società civile globale. Questa società civile esiste già e progredisce. Considerate il World Social Forum, il cui ultimo incontro svoltosi nel 2013 ha portato 15.000 persone a Tunisi per discutere delle alternative al capitalismo globale. Si tratta di un esercito di resistenza formato da gruppi che combattono su una serie di fronti: il Movimento Internazionale dei Contadini contro l’espropriazione delle terre; Attac, contro la mancanza di regolamentazioni nei mercati finanziari; Greenpeace per la protezione ambientale; Amnesty International per il rispetto dei diritti umani; e il secondo più grande sindacato tedesco, IG Metall, così come i sindacati austriaci, contro il TTIP (il “Patto Transatlantico per il Commercio e l’Investimento”).

I sostenitori del TTIP – cioè Washington e la Commissione Europea – hanno presentato l’accordo come fosse una rivoluzione che creerà centinaia di milioni di posti di lavoro all’interno di un  mercato comune transatlantico.

Stupidaggini! Se passa il TTIP, tutti gli standard europei e ciò che si era ottenuto in termini di protezioni sociali, ambientali e della salute, rischiano di scomparire. Sotto quali condizioni verranno creati i posti di lavoro promessi? Se giudichiamo sulla base di quanto abbiamo visto finora, non c’è alcuna ragione per essere ottimisti.

Il “dialogo sul commercio”, iniziato nel 2005 tra le 70 maggiori società multinazionali e il Dipartimento Americano per il Commercio, ha portato al progetto del TTIP, che è stato negoziato in totale segretezza fino al 2013: non c’è un solo deputato di un singolo parlamento nazionale o del parlamento europeo che sappia esattamente quanto sia ampio il mandato assegnato a coloro che stanno negoziando il TTIP da parte dell’UE.

Messo in termini semplici, le multinazionali vogliono essere liberate da qualsiasi costrizione che sia posta alla massimizzazione dei loro profitti, come ad esempio la scandenza dei brevetti, che esse vorrebbero prolungare.

Nel campo della salute, dell’ambiente e della sicurezza alimentare, ciò significa l’abolizione delle normative europee. La clausola chiave dell’accordo stabilisce un tribunale arbitrale per risolvere le controversie, con giudici stabiliti dalle parti, e senza la possibilità di appello di fronte ad un tribunale nazionale! Se questo accordo verrà firmato, se il Parlamento Europeo lo approva, se il 28 parlamenti dei paesi membri lo ratificano e se esso entra in vigore, allora le multinazionali potranno sporgere denuncia contro qualsiasi Stato sovrano prenda delle decisioni contrarie ai loro interessi o ai loro desideri. In breve, se il TTIP viene applicato, darebbe alle multinazionali la corda per strangolare le politiche economiche e finanziarie decise a livello nazionale.

Nel suo libro lei parla di rischio di scomparsa degli stati nazionali. Si tratta di un rischio anche per l’Europa, dove gli stati nazionali sono stati fondati molto tempo fa?

Sì, la giungla si sta espandendo anche in Europa, minacciando il principio di legalità e le conquiste sociali. In Spagna il 18,2 percento dei bambini sotto i dieci anni sono costantemente e seriamente malnutriti. In Inghilterra e a Berlino ci sono esempi di sindacati degli insegnanti che organizzano raccolte di generi alimentari per i bambini che patiscono la fame.

La democrazia in Europa potrebbe scomparire. Sarebbe l’Armageddon per i democratici se non si svegliano in fretta!

Chi dovrebbe sentire i campanelli d’allarme?

Sarebbe il ruolo tradizionale della sinistra politica, ma la sinistra in Europa è priva di idee. Non succede più che i movimenti socialisti e i loro intellettuali forniscano ai lavoratori i necessari strumenti di analisi, di percezione e comprensione del mondo. L’integrazione dei lavoratori europei all’interno della strategia definita dal progetto imperialista ha ucciso la teoria e la pratica della solidarietà con le classi subalterne del terzo mondo. La violenza inflitta oggi contro i lavoratori viene percepita come “normale”, come un’inevitabile e intriseca parte del capitale.

Possiamo osservarne le conseguenze. In Svizzera, il più recente voto popolare lo conferma. Negli anni recenti gli svizzeri hanno liberamente e spesso votato a larga maggioranza contro una serie di conquiste sociali che erano nel loro stesso interesse, come l’estensione della lunghezza delle vacanze, il contratto unico nazionale di assicurazione sanitaria, l’incremento della pensione minima, la limitazione degli stipendi dei dirigenti e perfino l’istituzione di un salario minimo.

Per una generazione, in Europa, abbiamo assistito ad una recrudescenza delle idee dell’estrema destra, una “normalizzazione” del razzismo e della xenofobia. Si è arrivati al punto che, per la maggioranza delle persone, tutto ciò sia “questione di opinioni”, tanto legittime quanto tutte le altre. In tutto il continente partiti politici e movimenti xenofobi stanno guadagnando un crescente numero di voti. In Francia in Front National sta diventando il primo partito, in Italia la Lega Nord domina in tre regioni, mentre il New Flemish Alliance domina Antwerp e il Belgio del nord; in Svizzera il Swiss People’s Party domina il parlamento federale e, a febbraio, è riuscito a far passare un’iniziativa contro la libera circolazione tra Svizzera e Unione Europea. I partiti di estrema destra stanno fiorendo in Olanda, Slovacchia, Bulgaria, Danimarca e Inghilterra, e già detengono chiaramente il potere in Ungheria.

C’è un modo per contrastare questa recrudescenza?

La coscienza nazionale. La nazione appartiene a quelli che aderiscono al contratto nazionale e che rispettano le leggi della Repubblica. Questi non possono essere esclusi, non importa da dove vengono. La pluralità dei background culturali in una società, come quelli dei singoli individui, costituisce una ricchezza delle nazioni europee, un segno della loro grande civiltà.