Un interessante articolo dell’economista tedesco Heiner Flassbeck approfondisce le cause della debolezza della Abenomics, mostrando come il rapporto tra salari e produttività sia cruciale per uscire dalla crisi.

 

di Heiner Flassbeck, 8 dicembre 2014

Traduzione di Arturo

Negli ultimi anni avevamo parlato in più occasioni (per esempio qui) dell’Abenomics ed eravamo molto fiduciosi che il Giappone potesse arrivare a far propria una diagnosi corretta del suo problema. In effetti il primo ministro Shinzo Abe aveva esplicitamente detto che in Giappone i salari devono aumentare. Ora però i media, se n’è parlato molto, riferiscono di una nuova recessione: qualcosa sarebbe andato storto nel tentativo di liberare il Giappone dalla recessione. In considerazione di questo, alcuni lettori ci hanno chiesto se siamo stati troppo ottimisti.

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Abbiamo detto fin dall’inizio che il Giappone ha soprattutto un problema salariale. Se si considerano i passati vent’anni e si confronta il Giappone con altri grandi paesi industrializzati, la peculiarità dello sviluppo salariale – anche paragonandolo a quello molto moderato tedesco – risulterà immediatamente evidente. In Giappone non solo il CLUP (qui i relativi dati), ma anche i salari nominali orari sono quasi costantemente calati dal 1996 (vd. figura 1).

Anche solo considerando questo risultato è innegabile che il paese si trovi in una situazione eccezionalmente difficile. In effetti, contro una riduzione dei redditi e il relativo consolidamento di aspettative negative di reddito della massa delle famiglie, la politica economica tradizionale non può ottenere nulla. 25 anni di tassi di interesse a zero da parte della banca centrale e un debito pubblico sempre crescente ne costituiscono eloquente testimonianza. Pertanto la dichiarazione del presidente Abe, che bisogna incidere direttamente sulla dinamica salariale se si intende combattere efficacemente la deflazione, è del tutto corretta e addirittura rivoluzionaria. La verità è che si è fatto troppo poco. Nel primo semestre del 2014 i salari sono aumentati appena di un 1,3% rispetto alla media del 2013.

Allo stesso tempo, il governo giapponese ha deciso un aumento dell’imposta sul valore aggiunto (entrato in vigore nell’aprile 2014) di ben tre punti percentuali, che, secondo le previsioni del FMI, farà salire il tasso di inflazione fin quasi al 3% (vd. figura 2). Questo aumento delle tasse ha però l’effetto particolare di aumentare da un anno all’altro il tasso di incremento dei prezzi (e quindi il livello dei prezzi), senza che però poi il tasso di inflazione annuale si sollevi più poiché verrà già calcolato da questo livello più elevato.

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Questo particolare balzo nel tasso di inflazione quest’anno ha però avuto l’effetto di provocare una nuova riduzione dei salari reali (vd. figura 3). Se li confrontiamo con quelli del 1996, vedremo che oggi i salari reali sono quasi un 10% più bassi di allora. Perfino in Germania, dove dal 2003 i salari reali orari sono aumentati appena, la situazione non è per nulla paragonabile al Giappone. Se il governo giapponese vuole ottenere qualche risultato, deve rovesciare radicalmente questo andamento, così da resistere su un sentiero di crescita non deflazionistico, finché si riaffermino, in ambito lavorativo, normali aspettative di andamento dei redditi e quindi dei prezzi.

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Questi grafici mostrano anche che il discorso che si sente sempre, che il Giappone non andrebbe poi così male, visto che il PIL pro capite negli ultimi vent’anni è cresciuto quasi con lo stesso vigore di quello americano, non è certo una scusa per l’inazione della politica economica.

Come si possa ignorare la centralità della questione salariale, l’ha ancora una volta dimostrato Hans-Werner Sinn. In una intervista alla FAZ, ha preso posizione anche sulla situazione giapponese e alla domanda “in considerazione della situazione di bassa inflazione e di economia più o meno stagnante dell’Eurozona, viene proposto un confronto col Giappone. Vede anche lei dei parallelismi?” ha così risposto:
“Il confronto è appropriato. Nel 1990 il paese ha fatto fronte allo scoppio della bolla giapponese con politiche keynesiane a debito. Il debito pubblico è salito dal 59 al 245% in rapporto al PIL. Inoltre il paese è stato inondato di moneta dalla banca centrale. Dal 1998 a oggi i tassi di interesse sono stati fissati praticamente a zero. Tutto ciò è servito a poco o nulla. Da allora il Giappone è stato in deflazione con crescita debole e ripetute recessioni. Questo dimostra che non si possono risolvere i problemi strutturali attraverso misure macroeconomiche. Il ministro Abe ha cercato di fare questo, allentando ancora di più i cordoni della borsa. Neanche questa volta con buoni risultati: il Giappone è di nuovo in recessione. Da questo in Europa dovremmo imparare che non si possono nascondere i problemi stampando moneta. Il denaro facile è solo un palliativo, controproducente se evita gli interventi necessari.”

Basta tradurre “problemi strutturali” con rigidità salariale, come avviene normalmente in Europa, per capire che la diagnosi di Hans-Werner Sinn è completamente sbagliata. Infatti è proprio la flessibilità salariale il problema giapponese e tutto il resto, la “deflazione con crescita debole”, non è che una conseguenza. Il parallelo fra il Giappone e l’Eurozona sta in questo, che agli altri paesi dell’unione monetaria viene richiesto di adattarsi alla politica tendenzialmente deflazionista tedesca invece di seguire una politica simile a quella francese di aumentare i salari secondo il trend di produttività più l’obiettivo di inflazione del 2%. Che la politica seguita finora dal Giappone abbia condotto a una massiccia sottovalutazione della loro moneta – l’unico salvagente su cui il paese può contare, perché sostiene le esportazioni – è noto. Intanto l’Europa segue il Giappone. Che la BCE consideri la svalutazione dell’euro solo come un danno collaterale inintenzionale oppure anche come uno strumento attivo della sua politica monetaria, questa di fatto non gioca alcun ruolo sui mercati. L’unica certezza è che in questa svalutazione competitiva nessun paese ha vinto, mentre tutti insieme possono solo perdere.