Dal sito di Zero Hedge riprendiamo l’editoriale di Mario Draghi, governatore della BCE, pubblicato in originale su Project Syndicate: è il programma di avanzamento dell’unione monetaria, un progetto che Draghi chiaramente definisce di natura politica, e per la cui realizzazione  dichiara necessaria una definitiva cessione di sovranità, in cui si passi da regole imposte da autorità non elette a istituzioni stabili che direttamente legiferino per noi in ogni campo residuo in cui la democrazia nazionale possa ancora minimanente incidere. Le ragioni dell’economia – che smentiscono in teoria e in pratica la convergenza delle economie e l’utilità delle riforme strutturali per uscire dalla deflazione – evidentemente non contano.

di Mario Draghi, 2 gennaio 2015

FRANCOFORTE – E’ un equivoco comune che l’area dell’euro sia un’unione monetaria senza un’unione politica. Ma questo riflette un fraintendimento profondo del significato di “unione monetaria”. L’unione monetaria è possibile solo per la sostanziale integrazione già raggiunta tra i paesi dell’Unione europea- e la condivisione di una moneta unica approfondisce questa integrazione.

Se l’unione monetaria europea si è dimostrata più resiliente di quanto molti pensassero, è soltanto perché coloro che dubitavano valutavano male questa dimensione politica. Essi hanno sottovalutato i legami tra i suoi membri, quanto vi avevano investito collettivamente e la loro volontà di risolvere insieme i problemi comuni nei momenti cruciali.

È chiaro, però, che la nostra unione monetaria è ancora incompleta. Questa era la diagnosi formulata due anni fa dai cosiddetti “quattro presidenti” (il presidente del Consiglio Europeo in stretta collaborazione con i presidenti della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e dell’Eurogruppo). E, sebbene in alcuni ambiti siano stati fatti progressi importanti, in altri resta ancora dell’opera da compiere.

Ma cosa significa “completare” un’unione monetaria? Principalmente, significa creare delle condizioni che rendano i paesi più stabili e prosperi di quanto non sarebbero se non fossero membri. Devono trovarsi in condizioni migliori stando dentro piuttosto che restandone fuori.

In altre unioni politiche, la coesione è mantenuta attraverso una identità comune forte, ma spesso anche da trasferimenti di bilancio permanenti tra regioni più ricche e regioni più povere, che riequilibrano il livello dei redditi ex post . Nell’area dell’euro tali trasferimenti unilaterali tra paesi non sono previsti (i trasferimenti esistono nell’ambito della politica di coesione dell’UE, ma in misura limitata e prevalentemente destinati a sostenere il processo di convergenza dei paesi o delle regioni a più basso reddito). Questo significa che abbiamo bisogno di un approccio diverso per assicurare che ogni paese stia meglio all’interno dell’area dell’euro in maniera permanente.

Questo comporta due principali questioni.

In primo luogo, dobbiamo creare le condizioni per cui tutti i paesi possano crescere in maniera indipendente. Tutti i membri necessitano di poter sfruttare i vantaggi comparati all’interno del Mercato Unico, attrarre capitali e creare posti di lavoro. E di essere abbastanza flessibili da reagire con rapidità a degli shock a breve termine. Questo deriva da riforme strutturali che stimolino la concorrenza, riducano la burocrazia superflua e rendano i mercati del lavoro più adattabili.

Finora, la scelta se attuare o no tali riforme è stata in gran parte una prerogativa nazionale. Ma, in un’unione come la nostra, queste riforme sono chiaramente un interesse comune. I paesi dell’area dell’euro dipendono l’uno dall’altro per la crescita. E, soprattutto, se una mancata attuazione delle riforme strutturali porta a una divergenza permanente all’interno dell’unione monetaria, questo evoca lo spettro di un’uscita – e tutti i membri in ultima analisi ne soffrirebbero.

Nell’eurozona, la stabilità e la crescita di tutte le aree dipendono dallo sviluppo di ciascun paese. Vi sono quindi valide ragioni per una maggiore condivisione della sovranità in quest’area – per costruire un’autentica unione economica. Questo va ben oltre il rafforzamento delle procedure esistenti. Significa governare insieme: passare dal coordinamento a un processo decisionale comune, e dalle regole alle istituzioni.

La seconda implicazione dell’assenza di trasferimenti di bilancio è che i paesi hanno bisogno di investire di più in altri meccanismi per condividere il costo degli shock. Anche con delle economie più flessibili, l’aggiustamento interno sarà sempre più lento di quanto non sarebbe se i paesi disponessero di un proprio tasso di cambio. La condivisione del rischio è dunque essenziale per evitare che le recessioni lascino segni indelebili e accentuino le divergenze delle economie.

Una parte fondamentale della soluzione è migliorare la condivisione del rischio nel settore privato rafforzando l’integrazione finanziaria. Infatti, meno vogliamo condividere il rischio nel settore pubblico e più abbiamo bisogno di condividere il rischio nel settore privato. Un’unione bancaria nell’area dell’euro dovrebbe fungere da catalizzatore per favorire una più profonda integrazione del settore bancario. Ma la condivisione del rischio riguarda anche l’approfondimento dei mercati dei capitali, in particolare di quello azionario, ed è per questo che occorre anche procedere con rapidità verso un’unione dei mercati dei capitali.

Ancora, dobbiamo riconoscere il ruolo vitale delle politiche di bilancio in un’unione monetaria. Una politica monetaria unica incentrata sulla stabilità dei prezzi nell’area dell’euro non può reagire agli shock che colpiscono un solo paese o regione. Pertanto, per evitare prolungate recessioni a livello locale, è fondamentale che delle politiche di bilancio nazionali possano svolgere il loro ruolo di stabilizzazione.

Per consentire il funzionamento degli stabilizzatori fiscali nazionali, i governi devono poter ottenere finanziamenti a un costo accessibile nei periodi di crisi economica. A tale scopo è indispensabile un quadro normativo fiscale forte, che protegga i paesi dal contagio. Ma l’esperienza della crisi suggerisce che, in periodi di tensioni estreme sui mercati, nemmeno una situazione iniziale di finanza pubblica sana può rappresentare una protezione sicura dalle ricadute negative.

Questa è una ragione ulteriore per cui abbiamo bisogno di un’unione economica: i mercati probabilmente non reagirebbero in modo negativo a dei deficit di bilancio temporaneamente elevati, se nutrissero una maggiore fiducia nelle prospettive di crescita futura. Impegnando i governi a realizzare le riforme strutturali, l’unione economica rafforza la credibilità sul fatto che i paesi possano realmente uscire dal debito attraverso la crescita.

In definitiva, la convergenza economica fra paesi non può essere solo un criterio per l’adesione all’unione monetaria o una condizione da rispettare per un arco di tempo limitato. Deve essere invece una condizione da soddisfare sempre. E per questa ragione, per completare l’unione monetaria dovremo in ultima analisi rafforzare ulteriormente la nostra unione politica: stabilire i diritti e doveri dell’unione in un nuovo ordine istituzionale.

[il grassetto è nostro]