Interessanti e approfondite riflessioni di Jacques Sapir sul massacro di Charlie Hebdo: una parte dei giovani figli di immigrati non riescono a integrarsi perché non esiste niente a cui integrarsi. L’Europa non sarà mai un paese, e la Francia non lo è più. Occorre ritrovare la propria sovranità nazionale e il senso profondo della laicità.

di Jacques Sapir, 8 gennaio 2015

Il massacro commesso dagli assassini alla sede di Charlie Hebdo ha scioccato, sconvolto e indignato. Ma lancia anche una sfida. E’ compito della polizia chiarire le complicità di cui gli autori di questo crimine efferato hanno potuto beneficiare. Questo sarà il tema dell’inchiesta e, si spera, dell’imminente processo a questi assassini (secondo le ultime notizie uscite mentre scriviamo, gli assasini sono stati uccisi dalla polizia, ndt). Ma, già da ora, emergono due problemi: quello della nazione, e, quindi, della sovranità, e quello della laicità.

Il fallimento dell’integrazione è prima di tutto il rifiuto della Nazione

Ciò che rivelano le derive del settarismo, certamente molto minoritarie, ma comunque esistenti in una parte della gioventù francese, è il sentimento di anomia1 dell’identità. Una parte dei giovani, figli di immigrati, non riescono a integrarsi, perché non sanno a cosa integrarsi. Un’espressione importante, e davvero molto giusta, del maggio 1968 è che non ci si può innamorare di un tasso di crescita. Allo stesso modo, non ci si integra a un PIL. Questi giovani, che a volte manifestano rumorosamente il loro attaccamento al paese d’origine dei loro genitori, sanno che in realtà essi sono respinti dalle società del Nord Africa. Non si sentono francesi, perché non osiamo più parlare della Francia. Eppure, quando le cose vanno male, ci si ritorna immediatamente. Nel suo discorso del 7 gennaio, il Presidente della Repubblica non ha fatto menzione dell’Europa. E’ una dimenticanza veramente rivelatrice.

Ma questi giovani sanno bene di essere nati da qualche parte e che la loro storia personale è irreversibile. Questo sentimento può portare a delle reazioni molto diverse. Alcuni possono trovare dentro di sé le risorse  per cercare di integrarsi malgrado tutto. E qui ci inchiniamo davanti ad Ahmed Merabet, 42 anni, figlio dell’immigrazione e poliziotto membro della brigataVtt del commissariato del XIesimo arrondissement di Parigi, vigliaccamente assassinato a sangue freddo dai criminali che hanno colpito Charlie Hebdo; ugualmente ci si inchina davanti a Franck Brinsolaro, poliziotto del servizio di protezione, responsabile per la protezione di Charb. Questo vale anche, ma se ne è parlato di meno, ed è cosa deplorevole, per i molti soldati francesi uccisi durante le operazioni all’estero. Ad esempio in Mali, come il sergente Thomas Dupuy, o in Afghanistan; questi uomini danno testimonianza del loro attaccamento alla Francia, terra di adozione divenuta patria e per la quale sono morti. Sì, l’integrazione funziona, ma riguarda ormai solo una parte di coloro che dovrebbe raggiungere. C’è il timore, se non stiamo attenti, che questo processo si amplifichi.

L’illusione del religioso, l’importanza del narcisismo.

Altri si rivolgono alla religione e può finire nel fanatismo. Ma, dietro l’apparenza di un aumento della religiosità, in realtà stiamo assistendo a un aumento dell’affermazione della propria identità e del narcisismo. Le restrizioni dei tabù sul cibo e sull’abbigliamento, sui segni esteriori (come ad esempio la questione del velo tra i musulmani) hanno in primo luogo lo scopo di identificare brutalmente una comunità, separandola dal resto della popolazione e rinchiudendola entro dei riferimenti mitizzati a beneficio di pochi. Queste pratiche, che producono delle reazioni, in realtà approfondiscono le divisioni tra gli individui, invece di mettervi fine. Nella ricerca della purezza, e ogni religione distingue il “puro” dall'”impuro”, non vi può essere un movimento collettivo, se non di piccole comunità assediate dalle reazioni violente di altre comunità. Questa è anche la trappola che viene tesa dagli assassini, come ha ben sottolineato Robert Badinter nel giornale FR2 di mercoledì 7 gennaio. Colpisce il fatto che Marine Le Pen, nella sua breve dichiarazione (sempre su Fr2), abbia detto sostanzialmente la stessa cosa.

Attraverso questo ritorno alla religione, hanno quindi ritenuto di proteggersi dall’anomia. In realtà, ci si sono precipitati a capofitto. Qui è necessario constatare il fallimento dell’integrazione per una parte della popolazione immigrata, perché questi ultimi non hanno avuto dei riferimenti che potessero assimilare. L’integrazione è un processo di assimilazione di regole e costumi, che è in parte cosciente (attraverso lo sforzo fatto per imparare la lingua e la storia della società in cui ci si vuole integrare), ma è anche in parte inconsciente. Perché questo meccanismo inconscio si possa mettere in atto, è necessario che ci sia un riferimento. La perdita o l’eliminazione di quest’ultimo nel nome di un “multiculturalismo”, che non rappresenta in realtà che la tolleranza verso pratiche molto diverse, è un grave ostacolo all’integrazione. In realtà, così come per fare degli scambi si devono stabilire degli oggetti che non si scambiano, così per integrare e far pervenire degli individui a un principio di tolleranza, devono essere definiti dei confini molto chiari, dei punti sui quali non si può transigere. Ancora una volta, scopriamo i danni causati dallo scandaloso relativismo che si fregia delle insegne delle scienze sociali per sovvertirne meglio gli insegnamenti.

Il tradimento delle élite e la perdita della sovranità.

Dobbiamo quindi sottolineare le enormi responsabilità delle élite politiche, l’UMP come il PS, che abbandonano la Francia a piccoli passi, sia perché non credono più nel nostro paese (ma come fa allora la Corea del Sud?) o per interessi stupidi e malvagi, la voglia di vivere la vita delle élite globalizzate. Quello che dimenticano tutti i politici che hanno ceduto al canto delle sirene della “popolizzazione” è che per oltre il 95% della popolazione francese, la vita reale avviene entro i confini di questo paese che si chiama Francia. Per coloro che non credono più nella Francia, ci si sarebbe aspettati almeno il tentativo di costruire un’Europa veramente federale, sul modello della Germania o degli Stati Uniti. Si tratta di un progetto che possiamo comprendere. Ma il progetto è fallito. Si sarebbe dovuto proporre quando è crollato il muro di Berlino. Invece, abbiamo voluto perpetuare il metodo tradizionale della costruzione europea, quello dei “piccoli passi”. E oggi ne paghiamo il prezzo, con la Francia che non è più un vero paese poiché ha abbandonato molte delle sue prerogative sovrane, dalla moneta al bilancio, alle istituzioni europee, e un’Europa che non sarà mai un paese, come vediamo tutti i giorni, in particolare nella riduzione del bilancio dell’Unione europea, che oggi è a meno dell’ 1,3% del PIL. Il sistema confederale che ne risulta, e in cui ci troviamo per impostazione predefinita, provoca la crisi sia economica che politica che l’Europa sta attraversando. Questa crisi che  devastato la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e l’Italia, e  domani, se non stiamo attenti, devasterà la Francia.

La Corte costituzionale tedesca ha ben visto il problema, quando ha ricordato in una delle sue sentenze del 2009 che non c’era nessun popolo europeo, e che solo i diversi paesi costituivano il quadro democratico. In questo spazio di mezzo in cui vegetiamo nasce l’anomia. E dall’anomie nascono dei mostri. Tutti i politici francesi che non hanno voluto ascoltare quello che chiaramente aveva detto il nostro popolo già dieci anni fa, col rifiuto della Costituzione europea tramite referendum, ne sono responsabili. Sono quindi profondamente squalificati quando oggi richiamano all’unità nazionale.

Poiché l’Europa federale è impossibile, e con essa il mito di un ‘”Europa sociale”, bandiera del PS e di una parte della sinistra e oggi ormai completamente screditata, bisogna quindi tornare rapidamente indietro e restituire alla Francia gli strumenti della sua sovranità. Questa passa per la moneta, naturalmente, con la dissoluzione della zona euro, ma anche per le diverse regole vincolanti in materia di bilancio. È auspicabile che ciò avvenga a livello europeo. Ma ciò che è desiderabile, non è tuttavia sempre possibile. È necessario che questo avvenga in ogni modo, che i nostri partner lo vogliano o no.

Società eterogenee società dense.

Ma la costruzione di una nazione, o la ricostruzione, richiede di riflettere su ciò che può creare un legame tra persone diverse con credenze differenti. Quale può essere la natura di questo cemento? Si ritiene che oggi, in questi tempi che vogliamo “globalizzati”, il fattore economico prevalga sulla politica. Le relazioni “di mercato”, si sostituirebbero dunque alle relazioni che costituiscono il tessuto della società. Quest’ultima sarebbe quindi solo il risultato di una somma di “contratti” tra due o più persone, e, quindi, potrebbe essere colta attraverso ciascun particolare contratto. Ciò implica una spersonalizzazione dell’azione e del ruolo delle norme che ne derivano, spersonalizzazione basata su principi simili a quelli dell’economia monetaria perfetta descritta da Simmel [1]. Ma Simmel stesso era consapevole del fatto che una società il cui cemento non fosse un insieme di istituzioni tra loro collegate e interdipendenti , che non potessero quindi essere separate analiticamente le une dalle altre, potrebbe portare solo all’anomia [2].

Noi in realtà viviamo in società ad alta densità economica, ma anche sociale. Diciamo subito che questa definizione della densità non è quella dei geografi o dei demografi, anche se prende da loro in prestito naturalmente alcuni aspetti. Le società moderne hanno infatti la caratteristica di essere dense, non solo umanamente (in senso geografico e demografico), ma anche a causa delle interazioni sempre più sviluppate e più potenti tra gli attori. Queste interazioni derivano da quello che si potrebbe chiamare “progresso delle forze produttive”, per prendere in prestito una formula di Marx. Questi sono gli effetti di esternalità sempre più importanti indotti dai mezzi materiali utilizzati dal XIX secolo. Dobbiamo a Durkheim la paternità del concetto di densità sociale. Nel suo libro Le regole del metodo sociologico egli stabilisce il concetto di densità dinamica e di densità materiale della società. [3] Questa densità dinamica corrisponde al numero delle relazioni esistenti tra le unità di una società data:

La densità dinamica può essere definita, a parità di volume, in funzione del numero di individui che sono effettivamente tra loro in relazioni non solo commerciali ma anche morali; vale a dire che non solo si scambiano servizi o si fanno concorrenza, ma vivono una vita in comune”. [4] La densità materiale corrisponde a sua volta alla densità demografica, ma anche allo sviluppo dei canali di comunicazione e di trasmissione. Per Durkheim, queste due densità sono necessariamente collegate: ” Per quanto riguarda la densità del materiale (…) essa di solito avanza di pari passo con la densità dinamica e generalmente può servire a misurarla” [5]

L’eterogeneità degli agenti in una società che è materialmente densa induce allora una eterogeneità e una molteplicità di forme di interazione. La complessità che ne risulta può essere trattata solo da un insieme di istituzioni e di forme organizzative. Questi insiemi istituzionali e queste forme organizzative devono essere complementari, sia nelle regole che producono sia negli effetti generati da queste regole. Questa doppia complementarietà preclude qualsiasi tentativo di replicare la logica dell’atomismo al livello delle istituzioni. Dobbiamo quindi tener conto della necessità di un’azione collettiva. [6] Qui troviamo il contributo della filosofia pragmatica di Dewey. [7] La relazione con l’istituzionalismo apre così la questione del suo rapporto con l’olismo metodologico. [8]

La laicità, compagna necessaria della sovranità

Ma il riconoscere l’importanza di una prospettiva di analisi olistica, solleva la questione di su quali basi costruire le regole e le istituzioni, in breve, le forme collettive necessarie. C’è nostalgia per un’età mitica in cui si affermava la trilogia “Un re, una legge, una fede.” Questa nostalgia trova espressione sia tra i fondamentalisti islamici che tra gli identitari. Ma questo mitico ideale è stato frantumato una volta per tutte dalla eterogeneità delle credenze, che si è imposta come uno dei fatti più importanti della Riforma.

Le guerre che ne sono derivate sono state tra le più atroci e più implacabili che l’Europa abbia mai conosciuto. L’unica soluzione stava nella separazione tra la vita pubblica e la vita privata, e nel confinamento della religione a quest’ultima. Questo è stato riconosciuto e teorizzato alla fine delle guerre di religione da Jean Bodin, in un’opera postuma, la Heptaplomeres [9] compagno segreto dei Sei libri della Repubblica. Il suo contenuto non fa che continuare e portare avanti quello dei Sei libri. Di cosa si tratta dunque? Bodin immagina che sette personaggi, i quali praticano tutti la medicina [10] e professano una fede diversa, siano riuniti in un castello. Ognuno al proprio turno cercherà di convincere gli altri sei. Naturalmente, ogni volta è un fallimento, e per una semplice ragione: la fede non è una questione razionale. Quando il settimo di questi personaggi ha finito di parlare, si pone una domanda formidabile: che cosa faranno?

La risposta è illuminante per due motivi. Il primo è che essi decidono di non parlare più tra loro di religione, cioè la religione è esclusa dal dibattito pubblico e diventa una “questione privata”, anche se, a titolo di cortesia, si impegnano tutti ad andare alle celebrazioni gli uni degli altri. La seconda è che decidono di lavorare in comune “per il bene dell’umanità.” Un’altra fine sarebbe stata possibile. Essi avrebbero potuto decidere di separarsi e ognuno lavorare separatamente nella propria comunità. Ed è qui la seconda “invenzione” di Bodin. Si insiste, giustamente, sulla prima e cioè la distinzione tra sfera pubblica e sfera privata. È essenziale. Ma questa non dovrebbe nascondere la seconda, non meno importante. L’invenzione della sfera privata, e del confinamento della fede in quest’ultima, ha senso solo perché le persone di fedi diverse devono coabitare insieme. Che Jean Bodin sottolinei l’azione comune delle persone di diverse credenze religiose è molto importante. Ciò significa che ci sono delle cose comuni, la Res Publica, che sono più importanti della religione. Questo significa anche che ciò che chiamiamo nella nostra lingua “laicità” è una condizione di esistenza delle società eterogenee. [11] Sottraendo le questioni della fede dallo spazio pubblico si consente così di creare il dibattito e approfondire altri argomenti. In questo senso, Bodin pone il problema dell’articolazione dell’individualismo con la vita sociale, un problema che è al centro del mondo moderno.

Sovranità e laicità

Oggi dobbiamo reagire. Non chiedendo sanzioni più severe e un arsenale repressivo. Questo può essere necessario, ma essendo consapevoli che si è in un campo essenzialmente simbolico. Si può fare un gesto politico, ma la reazione dovrebbe essere più profonda e, in un certo senso, più radicale. Di fronte alla crescita dell’anomia e dei suoi mostri occorre ricostruire urgentemente le condizioni per l’esercizio della sovranità popolare all’interno della nazione. Ma, per questo, è indispensabile avere un atteggiamento fermo sulla laicità, che è la garanzia fondamentale delle nostre libertà. Sì, dobbiamo riunirci e trovare le fondamenta della Res Publica. Ma i nostri leader eletti sono gli ultimi a poterlo fare.

Gli assassini sembrano forti solo perché noi siamo deboli, e dimentichi dei principi di cui siamo portatori. Li abbiamo lasciati montare sulle nostre spalle. Raddrizziamoci e cadranno a terra!

[1]  Simmel G., Philosophy of Money, Routledge, Londres, 1978; pubblicato originariamente col titolo Philosophie des Geldes, 1900;

[2] Deutschmann C., “Money as a Social Construction: on the Actuality of Marx and Simmel”, Thesis Eleven, n°47, novembre 1996, pp. 1-20

[3] E. Durkheim, Les règles de la méthode sociologique, Presses Universitaires de France, coll. Quadrige, Paris, 1999 (première édition, P.U.F., Paris, 1937).

[4] Id., pp. 112-113.

[5] Id. pp. 113.

[6] D. Truman, The Governmental Process , A. Knopf, New York, 1958.

[7] J. Dewey, John Dewey: Philosophy, Psychology and Social Practice , edito da J. Ratner, Putnam’s Sons, New York, 1963.

[8] M-C. Villeval,, “Une théorie économique des institutions?”, in Boyer et Saillard Théorie de la régulation. État des savoirs, La Découverte, Paris, 1995, pp.479-489.

[9] Bodin J., Colloque entre sept sçavants qui sont de différents sentiments des secrets cachés des choses relevées, traduzione anonima del Colloquium Heptaplomeres di Jean Bodin, testo curato da François Berriot, con la collaborazione di K. Davies, J. Larmat et J. Roger, Genève, Droz, 1984, LXVIII-591.

[10] Cosa che non è senza importanza perché la medicina, sotto l’impulso di persone come Ambroise Paré, e grazie alla pratica della dissezione dei cadaveri, è diventata la scienza del corpo umano, e ha intrapreso la strada che la renderà una scienza.

[11] Un commento illunminante del suo contributo alle idee di tolleranza e di laicità si trova in: J. Lecler, Histoire de la Tolérance au siècle de la réforme, Aubier Montaigne, Paris, 1955, 2 vol; vol. 2; pp. 153-159

1Anomia”: Il termine fu coniato da Durkheim nel suo studio sul suicidio del 1897 per identificare quello stato di tensione e smarrimento che affliggerebbe l’individuo qualora posto in un contesto sociale debole, ossia incapace di proporre norme e valori sociali condivisi e riconosciuti, NdT.