Paul Krugman interviene sui paesi in crisi dell’eurozona intrappolati in una deflazione ormai instaurata e ben difficile da invertire (nonostante l’ottimismo obbligato di alcuni). Per il premio Nobel  il tradimento dell’Europa del sud deriva dal fatto che, nel momento del bisogno, le regole del gioco sono state ignorate nell’esclusivo interesse dei paesi creditori.

 

 

 

 

di Paul Krugman – 10 gennaio 2015

 

Ambrose Evans-Pritchard scrive che la caduta dell’Europa verso la deflazione corrisponde ad un “tradimento” dell’Europa del sud. Ciò suona eccessivo, ma è la semplice verità. Lasciatemi elaborare questo concetto con un grafico che trovo illuminante.

 

Il grafico che vedete qui sotto mostra l’inflazione core (cioè escludendo energia, generi alimentari, alcol e tabacco) in Germania, Spagna, e nell’eurozona nel suo complesso. Come potete vedere, ci sono due periodi distinti nel sistema euro.

 

010915krugman2-tmagArticle

 

Nel primo periodo, quello precedente alla crisi, i capitali inondavano l’Europa del sud. Col senno di poi era un fatto negativo, ma a quel tempo ben pochi di coloro che occupavano posti di responsabilità se ne lamentavano — oh, e in Spagna si trattava di indebitamento privato, non pubblico. Il risultato è stato un boom nel Sud, e anche un’inflazione più elevata. Di nuovo, però, ciò era visto come perfettamente normale e addirittura positivo, a quel tempo. Dopotutto non potete aspettarvi che tutti in un’unione monetaria abbiano lo stesso tasso d’inflazione. L’inflazione complessiva andava bene — e i prezzi in crescita nel sud dell’Europa aiutavano la Germania a diventare super-competitiva ed emergere dalla depressione economica in cui si trovava alla fine degli anni ’90, senza  bisogno di un’effettiva deflazione.

 

Poi il flusso di capitali si è fermato, e per l’Europa del sud è diventato necessario rovesciare la dinamica di crescita dei costi e dei prezzi relativi che si era stabilita durante il perido di afflusso di capitali. Tanto la macroeconomia di base quanto le regole concordate per il funzionamento dell’euro dicevano che questo aggiustamento avrebbe dovuto essere simmetrico rispetto a ciò che era accaduto prima — cioè che l’inflazione complessiva dell’eurozona avrebbe dovuto rimanere fissa al suo target (o al di sopra, dice la scienza economica, ma lasciamo perdere questo), con la Germania che avrebbe dovuto avere un’inflazione significativamente più alta in modo tale che la minore inflazione nel sud avrebbe potuto portare la necessaria “svalutazione interna”.

 

In realtà, però, non c’è stato alcun aumento di inflazione in Germania, e a questo punto abbiamo anzi una caduta. L’inflazione complessiva dell’eurozona, anche usando l’inflazione core, è ben al di sotto del suo target. Così l’Europa del sud è costretta alla deflazione, che ha costi pesanti ed aumenta ulteriormente il peso del debito.

 

E adesso ci sono i tedeschi che dicono che loro hanno risolto i propri problemi, e quindi perché non lo può fare anche l’Europa del sud? Perché? Il perché è che l’Europa del sud ha giocato secondo le regole, ma al momento del bisogno le regole sono state cambiate, e sono cambiate enormemente a suo svantaggio.

 

Potreste chiedervi cosa si sarebbe dovuto fare per evitare la situazione? La BCE avrebbe dovuto operare un’aggressiva espansione non appena è diventato chiaro che l’inflazione stava diminuendo. Ci sarebbe voluto uno sforzo ben preciso per compensare l’austerità fiscale nell’Europa del sud con un’espansione nel nord. Invece si è permesso che l’ossessione dell’inflazione e del deficit dominasse per anni, e ora la situazione è praticamente irrecuperabile.

 

I mercati ritengono chiaramente che la causa sia quasi persa. I bund tedeschi a 5 anni rendono zero; i titoli indicizzati alla stessa scadenza rendono -0,2 percento. Questa è una implicita previsione che ci sarà appena lo 0,2 percento di inflazione nei prossimi cinque anni, il che significa un’intensa pressione deflazionistica nel sud. Davvero una brutta situazione.