Sulla piattaforma Pieira, l’economista A. Mody ripercorre le tappe forzate con cui Kohl ha imposto l’unione monetaria della Germania prima e dell’Europa successivamente. Le sue decisioni hanno ignorato ogni buon senso economico, ed oggi le conseguenze del suo protagonismo politico si ripercuotono su tutti i popoli europei. Oggi è necessario rompere con la retorica finta europeista di maniera e rendersi conto che il percorso di integrazione va ridiscusso e reimpostato su basi diverse.

 

di Ashoka Mody, 22 dicembre 2014,

Il 28 novembre 1989, il cancelliere Helmut Kohl disse al Bundestag di avere un piano in dieci punti per riunificare la Germania. Né il suo ministro degli esteri, Hans Dietrich Genscher, né gli alleati europei avevano idea che Kohl fosse sul punto di accelerare il già vertiginoso ritmo della storia. Il Presidente americano George H.W. Bush ricevette una lettera di spiegazione del piano mentre Kohl cominciava il suo discorso al Bundestag.

L’unione della Germania era ormai segnata e Kohl sarà giustamente ricordato per essere stato un passo avanti alla storia.

Ma, il 6 febbraio 1990 — praticamente nello stesso momento in cui il presidente della Bundesbank Karl Otto Pohl e il suo omologo dell’est, Horst Kaminsky, dicevano ai giornalisti che “sarebbe prematuro anche solo considerare” la conversione del Marco dell’Est con un Marco dell’Ovest — Kohl annunciò che questo era esattamente ciò che intendeva fare. La decisione era dovuta all’attenzione [di Kohl] verso le elezioni del maggio successivo. Essa fece ben poco per arginare la migrazione dalla Germania Est verso la Germania Ovest, ma riuscì a gravare le imprese dell’Est altamente improduttive con gli alti costi della Germania Ovest, praticamente paralizzandole — fino ai tempi nostri.

Kohl promise ricchezze ai tedeschi dell’est e nessun costo per i tedeschi dell’ovest. Cavalcò l’onda l’unga dell’emozionante riunificazione per ottenere un trionfo personale. Al momento, la storia era dalla sua parte.

A partire dal vertice dei leader europei del dicembre 1989 a Strasburgo fino al vertice di maggio 1998 a Bruxelles, Kohl assicurò da solo l’emergere dell’euro nella sua forma attuale. Spinto inesorabilmente dai francesi, Kohl avrebbe potuto tuttavia, in qualsiasi momento di questo percorso quasi decennale, premere il bottone “pausa”. I consigli dalla Bundesbank e del Ministero delle finanze furono sempre di muoversi lentamente. Ma Kohl ignorò i suoi più stretti consiglieri. Con loro grande orrore, egli accettò una data definitiva per l’introduzione dell’euro a Maastricht nel dicembre 1991.

Con l’euro che era ormai un fatto compiuto, i suoi consiglieri gli suggerirono – più vigorosamente che mai – di non ammettere l’Italia nel primo gruppo di paesi aderenti. Ma Kohl insistette e nel momento della decisione, nel maggio 1998, egli aveva ormai accantonato ogni buonsenso. Con l’ingresso dell’Italia, Portogallo e Spagna furono ammessi anche loro. E il precedente consentì alla Grecia di diventare un membro dell’eurozona 2 anni dopo.

Oggi, con l’Eurozona impantanata in continue difficoltà economiche, e mentre paesi con tendenze economiche divergenti strappano il tessuto della moneta unica, in un nuovo libro, Kohl si è sentito in dovere di difendere il concetto a cui diede realtà.[1] E’ ironico che egli incolpi il suo successore, Gerhard Schröder, di aver permesso alla Grecia di essere ammessa al club dell’euro.

Ne valeva la pena, dice Kohl, perché – in definitiva – l’euro era un progetto per promuovere la pace.  I documenti di cancelleria testimoniano di una conversazione, tenutasi il 12 dicembre 1989, in cui Kohl dice al Segretario di stato americano James Baker: “l’euro non è nell’interesse nazionale tedesco, ma abbiamo bisogno di amici.” Una Germania unita, affermò, non poteva avere amici e avrebbe rischiato di disturbare la pace se non si fosse legata con l’euro. Nel suo libro, Kohl ripete questo mantra: “a causa dell’euro”, dice, “l’unificazione europea divenne irreversibile, e abbiamo fatto un passo importante verso una garanzia permanente di pace e di libertà nel nostro continente”.

L’euro è talvolta descritto come un progetto elitario. Ma esso è molto di più. Per spingere l’euro, Kohl ha bypassato il cittadino tedesco, sapendo che il popolo desiderava a grandissima maggioranza mantenere il Marco. Egli sfiancò i propri consiglieri economici con la minaccia di ignorarli. E si guadagnò una presa sul suo partito che rese la sua autorità quasi indiscutibile.

Quando il processo democratico è così deliberatamente bypassato, l’obiettivo della pace non potrà che essere una chimera. Un grande potere dona la capacità di fare un grande bene. Ma apre anche la possibilità di fare gravi errori.

Le sofferenze causate dalle pastoie economiche dell’euro sono il germe della discordia politica che va montando. La discordia non è casuale: fa parte della costruzione. I cittadini tedeschi, che sono stati ignorati, ora vogliono poter dire la loro. E la loro voce viene ascoltata, come riflesso dei recenti successi elettorali del partito Alternative für Deutschland. In altri paesi dell’eurozona, le difficoltà economiche vengono cinicamente utilizzate per promuovere il fervore nazionalistico e persino gli istinti più vili.

Il conflitto è anche integrato nella governance dell’euro. I membri del Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea stanno assumendo posizioni apertamente nazionali. Sempre più di frequente trapelano deliberazioni riservate che rivelano antagonismi profondi.

Nel frattempo, le regole fiscali e la loro sorveglianza, che Kohl ha promosso come una pietra angolare del progetto-euro, stanno creando gli scontri previsti. Il conflitto urlato tra la Germania e i suoi avversari tradizionali — Francia e Italia — evidenzia scorrettezze e meschinità. Il Ministro delle finanze francese Michael Sapin mette in guardia che gli attacchi dei leader tedeschi alimentano in Francia il populismo nazionalista. Il primo ministro francese Manuel Valls insiste sul fatto che la Francia deve essere rispettata. Altri esprimono i sentimenti contro la Germania con ancora più rabbia.

Se questo progetto serviva alla Germania per farsi degli amici, di sicuro sta andando nella direzione sbagliata.

La crisi persiste perché gli interessi divergenti all’interno dell’eurozona garantiscono che le decisioni nell’affrontare i problemi complessi siano afflitte da ritardi e mezze misure. Le azioni energiche devono sempre aspettare che un tracollo finanziario sembri imminente. E ciò assicura che la crisi assuma sempre nuove forme, il che fa crescere ulteriori discordie e conflitti.

Nell’ottobre 1982, giorni dopo essere diventato cancelliere per la prima volta, Kohl raccontò al Presidente francese Francois Mitterrand la perdita di suo zio e di suo fratello durante la seconda guerra mondiale. “Non facciamoci illusioni”, disse, “Io sono l’ultimo cancelliere pro-europeo”. E nei suoi ultimi anni come Cancelliere tedesco, Kohl respinse gli inviti a ritirarsi, nel timore che senza di lui l’euro non si concretizzasse.

Kohl può aver creduto che la moneta unica fosse necessaria per garantire la pace e che l’adesione italiana fosse essenziale per tale scopo. O può essere stato attirato dalle sirene della storia. Abbiamo la sua parola che egli era pro-europeo e abbiamo il suo regalo: l’euro.

Kohl non solo si assicurò che l’Europa avrebbe indossato una camicia di forza monetaria ma, per proteggere la Germania dalla sua follia, impose a tutti anche una camicia di forza fiscale. Gli osservatori suoi contemporanei — anche quelli simpatizzanti — dissero chiaramente che le regole fiscali di ispirazione tedesca erano economicamente sbagliate e politicamente divisive.

Ma l’eredità più debilitante di Kohl potrebbe essere stata la retorica di nobili sentimenti con cui ha dotato il progetto della moneta unica. Non ci fu mai alcun collegamento tra l’euro effettivo e le magnifiche metafore di pace e di unità che egli invocò. L’Europa aveva posto una sicura base commerciale per la pace nel miglior modo possibile con il trattato di Roma del 1957 arrivato al suo culmine nell’atto unico europeo del 1986. Al contrario, l’euro, per sua natura, genera conflitti tra le nazioni membre.

Le metafore di Kohl aggiravano volutamente i conflitti inerenti. E siccome le élite europee — anche se in un primo momento inconsapevolmente — sono state risucchiate in idealismo retorico, hanno giocato con diverse parole, “sovranità condivisa” e “flessibilità”, mentre insistono sul fatto che rafforzare questo sistema disfunzionale sia il solo modo possibile di andare avanti.

La grande sfida oggi è quella di annullare l’eredità della retorica di Kohl. Rompere l’euro è troppo costoso. Perciò l’obiettivo è quello di indebolire i legami che uniscono [le nazioni] preservando la pace e l’unità. Lasciamo andare le regole centralizzate di bilancio e lasciamo che i paesi si accordino con i propri creditori privati. Prolungare lo stato delle cose attuale approfondirà i contrasti — e i default sui debiti avverranno in ogni caso. Presto, potrebbe essere troppo tardi per tirarsi indietro.

 

[1] Kohl, Helmut: Aus Sorge um Europa. Ein Appell, Droemer Knaur, München, 2014.