Sul Telegraph R. Bootle mette in discussione il mito della competitività, che per come viene intesa e propagandata è in realtà un gioco a somma nulla, in cui il vantaggio di un paese è la perdita di un altro – e generalmente crea delle situazioni che non durano a lungo.  Ne è un chiaro esempio il modello fallimentare dell’eurozona.  C’è poi un altro significato più positivo del termine che rimanda a quelle condizioni dell’economia che favoriscono la crescita, ma anche qui occorre ricordare che l'”economia” non ha sua una esistenza autonoma dalle persone che la compongono, e che non tutto le deve essere sacrificato, perché esistono anche dei beni che non hanno un valore commerciale. Una bella lezione ai politici e agli opinionisti da parte di un economista liberale. 

 

di Roger Bootle, 4 gennaio 2015

Una delle parole usate più di frequente in economia e nel dibattito pubblico sui fatti economici, è “competitività”. Eppure questo è un concetto mal compreso e gravemente abusato.

L’idea che la parola sembra evocare è che l’attività economica sia come una gara di corsa o una partita di calcio. L’obiettivo è  vincere. Naturalmente, se qualcuno vince, qualcun altro deve per forza perdere.

Ma l’economia può davvero funzionare così? Se fosse davvero così sarebbe impossibile un aumento del benessere per tutti, quantomeno negli scambi con gli altri paesi. I paesi potrebbero farsi strada con la lotta per conquistare alti livelli di competitività, ma a meno che essi effettivamente “vincano”, non ne trarrebbero alcun vantaggio – tranne il piacere di “partecipare”, naturalmente.

Questa rappresentazione sembra completamente in contrasto con la nostra esperienza. Ed è anche in contrasto con la teoria economica. Il commercio internazionale non dovrebbe forse portare benefici a tutti i partecipanti, non solo ai “vincitori”?

In effetti, la parola competitività è usata in due sensi diversi. Il primo è riferito ai prezzi. Se i salari e i prezzi di un paese salgono del 10% senza alcun miglioramento comparabile della produttività, mentre negli altri paesi costi e prezzi rimangono gli stessi, allora, supponendo che il tasso di cambio resti invariato, i suoi beni (e servizi) diventeranno più costosi rispetto agli altri paesi.

Se potesse farcela ugualmente senza alcun effetto negativo sulla domanda dei propri beni, allora sarebbe una cosa buona e giusta. Gli economisti direbbero che sono migliorate le “ragioni di scambio”; vale a dire, i prezzi relativi di esportazioni e importazioni. Se volete, sarete in grado di esportare di meno (e quindi mantenere più beni per il consumo interno) in corrispondenza di una determinata quantità di importazioni.

Ma la maggior parte delle volte ci sarà un effetto avverso. Aumentando i prezzi interni, diminuirà la domanda per i propri prodotti. In tal caso, gli economisti direbbero che avete perso “competitività”. Di conseguenza, le esportazioni nette scenderanno e il PIL sarà inferiore.

Generalmente, questa forma di non competitività non dura a lungo perché, come per qualsiasi fenomeno essenzialmente monetario, così come è facile mettersi nei guai, è anche relativamente facile uscirne. Quando i tassi di cambio sono flessibili,  è molto facile. Un alto livello di prezzi interni può essere controbilanciato da un tasso di cambio più basso. (Allo stesso modo, però, è facile che i presunti vantaggi derivanti da un tasso di cambio più basso siano compensati da prezzi più elevati).

I paesi periferici dell’Eurozona hanno sofferto di un calo di competitività quando hanno permesso ai salari e prezzi interni di salire più velocemente rispetto a quelli dei paesi del centro – e senza avere un tasso di cambio che potesse deprezzarsi. Ora stanno attraversando un periodo di  calo dei salari e dei prezzi per diventare nuovamente più competitivi.

(NdVdE: sarebbe più corretto dire che è stata la Germania, via riforme Hartz, a far sì che i propri salari e prezzi salissero più lentamente rispetto ai paesi periferici, mantenendosi al di sotto del target di inflazione della BCE.)

In questo caso la parola competitività trasmette qualcosa di significativo, perché è impossibile per tutti i paesi contemporaneamente diventare più competitivi. Quando un paese migliora la sua posizione, almeno un altro deve perdere terreno.

Quando i paesi periferici hanno perso competitività, la Germania l’ha guadagnata. E siccome i periferici hanno recentemente iniziato a recuperare competitività,  la Germania l’ha persa – che è una delle ragioni per le quali la performance dell’economia tedesca di recente è stata deludente. Non possiamo diventare tutti più ricchi migliorando la nostra competitività, non più di quanto possiamo farlo mettendoci d’accordo per mangiare ognuno in casa dell’altro.

Ma c’è un altro uso della parola “competitività”. Esso si riferisce a tutte le caratteristiche reali di un’economia come le infrastrutture, il sistema fiscale, l’istruzione, le competenze della forza lavoro e la facilità di fare impresa.

Un certo numero di organizzazioni conducono regolarmente indagini sulla competitività dei diversi paesi, intesa in questo senso molto più ampio. Di solito suggeriscono che Singapore è da qualche parte in cima alla lista e il Burkina Faso sta in fondo.

Ora, questo tipo di “competitività” è un concetto molto diverso. Ha un aspetto connesso al primo significato, perché se un paese ha un vantaggio in infrastrutture, strade, educazione, fiscalità ecc,  allora  tenderà a fare meglio anche nel commercio internazionale. Ma la differenza è che è possibile per tutti i paesi migliorarsi in questo senso. Per di più, nella misura in cui alcuni lo fanno,  tutti staranno meglio – anche se alcuni meglio di altri.

Quel che qui viene misurato non è la competitività in quanto tale, ma piuttosto la condizione di alcuni fattori chiave che tendono a promuovere il business e quindi ad aumentare il PIL e lo standard di vita. Questo decisamente non è un gioco a somma nulla. Possiamo tutti migliorare noi stessi.

Questa differenza può sembrare un semplice cavillo verbale, ma non lo è. Capire correttamente il concetto è fondamentale per prendere le decisioni giuste. Facciamo un esempio: l’utilizzo di un prato per costruire una strada o una ferrovia o un aeroporto (NdVdE, o un Treno ad Alta Velocità…). Spesso si sostiene che ciò sia necessario per renderci, o mantenerci, “competitivi”.

Ma non ha senso. Riformulando il concetto, quello che i sostenitori della strada, ferrovia o aeroporto dovrebbero dire è che tale infrastruttura “ci” renderà più ricchi, almeno in senso stretto. Quindi si tratta di una scelta sul fatto se vale la pena di sacrificare il prato per il beneficio economico connesso al nuovo sviluppo.

Allo stesso modo, a volte si sente dire: “OK, un aumento del numero di voli causerebbe una buona dose di inquinamento acustico per i residenti nelle vicinanze, ma è necessario all’economia”.

Ma chi è questa signora Economia di cui dobbiamo proteggere l’interesse? Che cosa mangia? Dove abita? ”L’economia” è semplicemente il risultato di tutti i nostri sforzi per fare, prestare servizi, creare e fabbricare. Non ha un’ esistenza indipendente al di fuori di noi. Se una certa cosa non ci fa stare meglio, non ha alcun senso sostenere che vale la pena di farla perché “l’economia” migliora.

Non fraintendetemi. Spesso costruire una strada o una ferrovia o un aeroporto sarà la decisione giusta – nonostante i danni al benessere di alcune persone. Ma non ci dovrebbe essere la presunzione assoluta  che qualunque cosa venga scambiata nell’economia di mercato e di conseguenza ha un prezzo, deve necessariamente essere più preziosa di qualcosa che non è commerciabile e non ha prezzo. Può esserlo, ma può non esserlo.

In linea di principio, l’aria pulita e il benessere acustico di qualcuno possono essere scambiati con molti più beni prodotti e consumati – o con voli attivati e confermati.

Tutto si riduce al valore relativo dei beni, dei voli, del rumore, ecc. per tutte le persone interessate – e questo non ha nulla a che fare con la “competitività”.