In questi giorni in cui le elezioni greche tengono banco in tutta Europa e non solo, il Nobel Krugman fa due interventi in proposito, sottolineando due aspetti critici. Il primo è che l’eventualità di un Grexit è tutta nelle mani della BCE e nella sua volontà o meno di agire come prestatore di ultima istanza. La seconda è che tutte le chiacchere sul taglio del debito sono praticamente irrilevanti – quello che conta è l’avanzo primario, attraverso il quale la Grecia trasferisce risorse reali ai suoi creditori.  E’ qui che si gioca la vera partita.

 

di Paul Krugman, 26 gennaio 2015

La svalutazione interna in Grecia

Una questione che sembra importante nel dibattito sul Grexit (l’uscita della Grecia dall’euro): a questo punto non è detto che la Grecia abbia bisogno di un grosso guadagno di competitività. La “svalutazione interna” attraverso il calo dei salari è incredibilmente dolorosa – ma la Grecia ha pagato un prezzo straordinariamente alto, e ha ottenuto un calo vertiginoso dei salari relativi:

Svalutazione interna Grecia figura 1

E allora perché dovrebbe uscire dall’euro? La risposta principale potrebbero essere le banche greche, la cui sorte dipende dall’esistenza di un prestatore di ultima istanza – un ruolo che non può essere assunto dal Governo greco, perché non controlla la propria moneta.

Ma ciò significa che se la Grecia viene spinta fuori dall’euro, sarà perché Bruxelles e Francoforte hanno di fatto preferito tenere in ostaggio il sistema bancario greco, e che la Grecia si è rifiutata di pagare il riscatto. E’ una prospettiva un po’ diversa da quello che si sente in giro, non è vero?

Attenzione ai flussi, non agli stock

Cosa dovremmo pensare della contrattazione che potrebbe aver luogo tra il nuovo Governo greco e la troika? (Non ci sarà contrattazione se la troika in sostanza dice che non ci saranno concessioni). La maggior parte della discussione si concentra su ciò che accadrebbe al debito. Ma come sottolineano Daniel Davies e James Galbraith – con giudizi di fatto molto differenti, ma lasciamo perdere per ora – a questo punto il debito greco, misurato come stock, non è un dato molto significativo. Dopo tutto, la grande maggioranza del debito è detenuta da organi ufficiali, il tasso di interesse è scollegato dai prezzi di mercato, e il pagamento degli interessi deriva in parte da fondi prestati dagli stessi creditori . In un certo senso il debito è una finzione contabile; il suo valore è quello che i governi che cercano di dettare condizioni alla Grecia decidono che sia.

Ok, so che non è così semplice – il valore del debito ha importanza politica e psicologica. Ma penso che potremo chiarire meglio le cose se per un po’ mettiamo tutto questo da parte e ci concentriamo sull’aspetto più concreto,  che non è una questione di definizioni: l’avanzo primario della Grecia, la differenza tra quello che incassa tramite le tasse e quello che spende, al netto della spesa per gli interessi. Questo avanzo — che è un flusso, non uno stock — rappresenta ciò che la Grecia sta effettivamente pagando, sotto forma di risorse reali, ai suoi creditori, invece dei soldi presi in prestito per pagare gli interessi.

La Grecia è in avanzo primario dal 2013, e secondo il suo accordo con la troika, dovrebbe mantenere un avanzo primario del 4,5% ancora per molti anni a venire. Cosa significherebbe allentare questo vincolo?

Non vorrebbe dire pretendere che i creditori buttino via soldi buoni per averne di cattivi; tutti hanno già implicitamente riconosciuto che il debito non sarà mai completamente ripagato ai prezzi di mercato, ma, conseguendo un avanzo primario, la Grecia sta facendo dei trasferimenti ai suoi creditori, e ora stiamo solo discutendo  sull’ammontare di questi trasferimenti.

Quindi cerchiamo di pensare a un caso estremo, in cui la Grecia smettesse completamente di conseguire un avanzo primario (questa non è una proposta). Si potrebbe pensare che questo consentirebbe ai greci di spendere un ulteriore 4,5% del PIL – ma i benefici per la Grecia sarebbero in realtà molto maggiori. Ricordate, il motivo principale per cui l’austerità è stata così dura è che un taglio di spesa provoca una contrazione dell’economia che porta a minori entrate, le quali impongono ulteriori tagli per conseguire l’obiettivo di bilancio. Un allentamento dell’austerità invertirebbe questo processo; la spesa supplementare significherebbe un’economia più forte, che vorrebbe dire maggiori entrate, il che significa che l’avanzo primario non scenderebbe così tanto.

Supponiamo che il moltiplicatore sia 1,3 – come sembrano suggerire le stime del FMI – e che la Grecia possa raccogliere il 40% di un aumento del Pil a titolo di entrate fiscali (grosso modo corrispondente alla pressione fiscale media). Allora un miliardo ulteriore di spesa andrebbe a generare circa 0,5 miliardi di euro di entrate fiscali, riducendo l’avanzo primario di solo 0,5 miliardi di euro.

E se proseguiamo nel ragionamento, troviamo che la rinuncia alla regola di un avanzo primario del 4,5% del PIL per la Grecia, permetterebbe di aumentare la spesa del 9% del PIL — ossia del doppio — e ciò aumenterebbe il PIL del 12 per cento rispetto a quello che sarebbe stato altrimenti. La disoccupazione diminuirebbe di circa 10 punti percentuali invece di rimanere ferma dov’è.

Ok, non succederà mai – anche nella migliore delle ipotesi, Syriza potrebbe ottenere un allentamento del requisito dell’avanzo primario, non un’abrogazione totale. Ma anche un cambiamento parziale nella direzione che ho descritto potrebbe avere effetti positivi piuttosto significativi sul welfare greco.

Il punto è che mentre la questione del taglio del debito è più che altro un artificio contabile, la discussione su quanto debba essere grande l’avanzo primario greco è reale, e ha grosse implicazioni sulle prospettive economiche. Mantenete gli occhi aperti su questa faccenda.