Già in passato Voci dall’Estero ha dato spazio agli interventi del neo ministro greco Yanis Varoufakis (per esempio qui, qui e qui). Proponiamo ora un suo scritto di aprile dello scorso anno in cui esponeva una road map per una possibile trattativa europea a cui la Grecia avrebbe dovuto – secondo lui – attenersi, e che ora presenta un particolare interesse dato che  potrebbe diventare (parte del)la strategia  ufficiale del nuovo governo. 

 

Di Yanis Varoufakis, 14 aprile 2014

Nel suo ultimo editoriale del Financial Times, Wolfgang Münchau concorda con gran parte di quello che ho scritto qui (sul coma profondo in cui versa l’economia sociale greca) e qui (sui motivi per cui gli investitori fanno la fila per dare soldi alla Grecia),  ma finisce col suggerire che la Grecia dovrebbe considerare seriamente di uscire dall’eurozona. Nel post di oggi propongo una valutazione della sua argomentazione. In breve, sostengo che, mentre la valutazione di Münchau sulla situazione greca è corretta, l’uso dell’”opzione nucleare” (cioè la minaccia di uscire dall’eurozona) non è né desiderabile né necessaria come mezzo per costringere l’Europa a cambiare le sue politiche.

Il Grande Paradosso Greco del giorno, ossia l’impressionante aumento del prezzo degli asset di una nazione più che mai fallita , non è né così grande e nemmeno tanto un paradosso. C’è, infatti, un semplice motivo per cui gli investitori internazionali fanno la fila per comprare i titoli della nazione (ad esempio i titoli di stato appena emessi e le azioni di alcune banche), anche se il paese è economicamente kaput e il suo governo è più che mai sprofondato in un’insolvenza di lungo termine. Qual è questo semplice motivo? Lo scollamento a breve termine tra il valore dei titoli e l’economia reale della Grecia.

Prendiamo per esempio i nuovi bond, del valore di 3 miliardi di €, emessi la scorsa settimana. Questo nuovo debito è stato aggiunto a quello già esistente di 320 miliardi di €, su un’economia in contrazione il cui PIL nominale, attualmente, è intorno ai 180 miliardi di €. Solo per ripagare gli interessi l’anno successivo (nel 2015), il governo deve conseguire un avanzo primario gigantesco del 12,5% del PIL e utilizzarlo tutto per servire il debito (mentre i greci sono intrappolati in un’indicibile miseria e solo il 10% di 1,3 milioni disoccupati riceve qualche sussidio). Perché un investitore che vuole tutelare i propri interessi dovrebbe comprare queste nuove obbligazioni, considerata l’insostenibilità del debito complessivo del paese? La risposta è, naturalmente, che Berlino e Francoforte hanno segnalato agli investitori che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Che, mentre il debito della Grecia sarà, alla fine, ristrutturato con la stessa probabilità con cui domani il sole sorgerà da est, queste particolari obbligazioni non saranno toccate. Infatti, gli è stato fatto credere che la BCE (via OMT o con qualche altro pretesto), forse con la partecipazione del MES, garantirà queste obbligazioni. Lo stesso ragionamento vale per delle banche come Alpha e Pireo, che sono piene di crediti non esigibili: il governatore della Banca di Grecia ha chiaramente affermato che lo stress test e i test di qualità “non dovranno essere troppo rigorosi, per timore che possano dissuadere gli investitori”. Dichiarazioni di questo tipo (fatte, a proposito, dall’ex vicepresidente di Pireus Bank, trasferitosi direttamente all’ufficio di governatore della Banca centrale) rassicurano gli investitori che gli organi di sorveglianza chiuderanno un occhio sulle nuove azioni emesse da queste banche; che c’è un esplicito impegno a non guardare troppo sul serio nei bilanci delle banche.

Ecco spiegato il Grande Scollamento su cui si fonda il Grande Paradosso al cuore delle attuali difficoltà della Grecia:

  • Le banche sono insolventi, ma attraggono comunque grandi quantità di denaro da parte degli investitori internazionali.
  • Lo stato è insolvente ma, di nuovo, gli investitori fanno la fila per prestargli i soldi.
  • Nel frattempo, gli investimenti nell’economia reale sono negativi, il credito è fermo e tutti hanno debiti con tutti ma nessuno può ripagare i propri debiti, mentre la deflazione sta terribilmente aggravando tutte queste situazioni di indebitamento.

Nel suo solito editoriale sul Financial Times (13 aprile 2014), Wolfgang Münchau inizia dando la sua versione, abbastanza corretta, di quello che io chiamo il Grande Scollamento. Suggerisce che la strategia di Berlino per dichiarare vittoria sulla crisi greca (non troppo diversa dal famoso discorso di Bush da una portaerei al largo delle coste dell’Iraq) è semplice: “generiamo una bolla di investimenti finanziari massicci e speriamo che ci sia qualche ricaduta sull’economia reale”. Naturalmente, come Münchau aggiunge, “… ci vorrebbe una bella bolla per riuscirci… E questo ci riporta al problema fondamentale: chi, sano di mente, è disposto a fare un investimento di lungo termine in un paese con un debito insostenibile nel lungo periodo? ”

Appunto. La risposta è: nessuno. Ecco perché, più di recente, c’è stata un’unica offerta, tristemente bassa (di circa 85 € al metro quadrato) per un grande immobile di prim’ordine proprio sulla riviera di Atene (il vecchio aeroporto a Hellenikon) che il governo ha messo all’asta per rimborsare alcuni dei suoi debiti impagabili. Ecco perché neanche Gazprom si è interessata all’acquisto di un monopolio del gas di uno Stato membro dell’UE. Ecco perché le imprese greche stanno chiudendo e dislocando all’estero. E così via.

La tattica del governo greco attuale è di fare affidamento sulla strategia di Berlino della Nuova Bolla e far finta che non esista nessuno Grande Scollamento; che la Nuova Bolla (dei prezzi dei bond e delle azioni) equivale a una crescita reale o a un percorso attraverso il quale alla fine ci si arriverà. Münchau correttamente lo contesta. E cosa propone? Suggerisce che il governo greco (forse il prossimo governo greco) contempli l’”impensabile”: un completo default su tutto il debito estero della Grecia, l’uscita dall’eurozona, una nuova “Taylor rule” per gestire un nuovo regime monetario in modo da rafforzare un obiettivo di inflazione credibile, e la deregolamentazione del mercato del lavoro che aggiungerà la grinta necessaria per dare all’economia greca la necessaria velocità di fuga dalla crisi.

Münchau ha ragione nel giudicare che la politica attuale, di affidarsi a una nuova bolla e confidare in qualche effetto di ricaduta sull’economia reale, non è un’opzione realistica per la Grecia. In sostanza, se il governo greco vuole evitare molti decenni di stagnazione e di miseria sociale inutile, deve scontrarsi con Berlino e Francoforte. I lettori abituali di questo blog sanno che sono perfettamente d’accordo con lui su questo. Dove continuo a dissentire è sul presupposto che l’unica alternativa, l’unica strategia conflittuale a disposizione del governo greco, sia fare i bagagli e uscire dall’eurozona[1]. In altre parole, non vedo perché la Grecia debba disporre solo di questa opzione nucleare (l’uscita dell’eurozona), quando l’impostazione istituzionale dell’UE dà al governo una varietà di carte da giocarsi in sequenza all’interno dell’Eurozona per convincere i suoi partner della necessità di una “conferenza del debito”, che come sostiene anche Münchau cambierebbe notevolmente la situazione, in un modo che renderebbe l’economia della Grecia di nuovo sostenibile (e che potrebbe includere accordi utili per Portogallo, Irlanda, Italia ecc.).

Più precisamente, la Grecia può scegliere una strategia di pressioni crescenti su Berlino, Francoforte e (i personaggi sempre meno importanti di) Bruxelles come questa:

  • Potrebbe cominciare rifiutandosi di firmare (come è suo diritto) gli accordi sull’Unione Bancaria,  senza i quali, come Münchau sa molto bene, sia l’Europa in generale che la Grecia in particolare starebbero molto meglio.
  • Potrebbe quindi dichiarare che, finchè non ci sarà un taglio sostanziale del debito, Atene si rifiuterà di emettere nuovi bond, o anche di accettare l‘ultima tranche dei fondi di “salvataggio” che servono a ripagare i titoli pubblici greci acquistati dalla BCE nell’ambito del piano SMP.
  • Inoltre, potrebbe alzare la posta in gioco rifiutandosi di accettare qualsiasi allungamento delle scadenze dei debiti nei confronti della troika; un’allungamento che Berlino conta di offrire alla Grecia la prossima estate, invece di una vera riduzione del debito. E così via.

Sul fatto che la Grecia abbia il diritto e la possibilità di giocarsi queste carte non c’è dubbio. La domanda importante, che potrebbero porre Münchau e molti altri, è questa: che si fa se Berlino e Francoforte dicono di no? E se dicono ad Atene di “andare a buttarsi dalla scogliera più alta”? Attualmente, il governo greco sostiene di avere un avanzo di bilancio. Anche se ne dubito fortemente, penso che un piccolo avanzo primario possa essere raggiunto attraverso qualche taglio aggiuntivo di costi e una compressione decisa dei redditi degli alti dirigenti del settore pubblico (senza toccare i redditi più bassi, le pensioni e i sussidi). Ciò dovrebbe essere sufficiente per consentire al governo di Atene di far fronte alle sue spese durante un’eventuale impasse di medio termine con Berlino e Francoforte, dato che lo stato greco non avrà bisogno di nessun finanziamento né da parte del settore ufficiale né dal mercato monetario. In breve, la risposta a una posizione tedesca del tipo “buttati giù” può essere: “noi non ci butteremo giù dal dirupo, ma resteremo solidi come la roccia all’interno dell’eurozona e manteniamo ferma la nostra richiesta di una conferenza del debito. State a guardare.”

Berlino e Francoforte, senza dubbio, si infurieranno. Faranno una quantità di minacce, tra cui la sospensione dei flussi dei fondi strutturali da Bruxelles. Ma il vero campo di battaglia saranno le banche. Come hanno fatto con Cipro, quando hanno minacciato il governo di una sospensione immediata del programma ELA di emergenza liquidità, così anche nel caso della Grecia, minacceranno di staccare la spina alle banche greche. E qui ci sono due aspetti che bisogna sottolineare. In primo luogo, le banche greche non detengono più il debito del governo greco, il che significa che il loro collaterale presso il Sistema Europeo delle Banche Centrali non può essere declassato legalmente. In secondo luogo, Francoforte dovrà pensarci due volte prima di minacciare di cambiare le proprie regole e chiudere le banche greche – poiché così facendo minaccerebbe di sprofondare l’intero sistema bancario della periferia in un’altra ondata di panico. Di fronte ad una realtà di questo tipo, ho buone ragioni di pensare che Berlino preferirà venire a patti col governo greco e  guardare con molta più “indulgenza” la “richiesta” di una conferenza per la riduzione dei debiti. E se non lo vuole fare, e preferisce distruggere l’eurozona, lasciamoglielo fare, dico io.

Epilogo

Wolfgang Münchau ed io siamo d’accordo sulla situazione attuale: l’economia greca è kaput e la strategia tedesca della Nuova Bolla per rivitalizzare il paese produrrà certamente decenni di inutile miseria. Inoltre, Berlino e Francoforte non concederanno mai di cambiare questa strategia fino al momento in cui Atene non si deciderà ad affrontarli. La domanda è:  che piega dovrebbe prendere questo confronto? Münchau considera l’opzione nucleare di uscita dall’eurozona. Io sostengo che ci sono delle armi “convenzionali” che possono avere successo nel far recedere la Germania dalla sua attuale posizione di irrazionale intransigenza. O nel costringere la Germania a prendere lei stessa l’iniziativa politica di smantellamento dell’eurozona. In questo senso, la Grecia non ha alcun motivo di assumersi volontariamente la colpa della frammentazione della moneta comune, finché ci sono delle azioni legali e legittime per affrontare la posizione intransigente di Berlino e di Francoforte all’interno dell’Eurozona.

“Non sto sostenendo l’uscita” conclude Münchau prima di finire ricordando molto opportunamente che “gli elettori greci e gli investitori stranieri dovrebbero tuttavia sapere che la Grecia ora si trova nella posizione di poter scegliere”. Non potrei essere più d’accordo. Il che mi porta a concludere che, per evitare di fare minacce che Atene non vorrebbe implementare, la scelta giusta per la Grecia è di giocare una serie di carte sul tavolo della contrattazione, che essa ha il diritto di utilizzare nel quadro giuridico e istituzionale dell’Unione europea.

[1] Il disaccordo tra me e Wolfgang va avanti da un bel po’. Ecco qui un post a riguardo datato luglio 2013.