Bootle: Perché la Grecia trasformerebbe il Grexit in un successo

Sul Telegraph Roger Bootle, presidente esecutivo di Capital Economics, affronta la domanda chiave: e se la Grecia uscisse dall’euro? Il recupero di competitività, la spinta sul PIL ottenuti col riallineamento del cambio farebbero stare i greci decisamente meglio. Certo, esiste il rischio che il processo venga mal gestito. Ma la conclusione dell’autore è che i greci, finalmente recuperata la possibilità di decidere il proprio destino, non fallirebbero l’appuntamento con la storia.

 

Di Roger Bootle, 1 Febbraio 2015

E’ passata una settimana dal risultato delle elezioni generali greche e ancora non sappiamo se il nuovo governo sarà in grado di trovare un accordo con le autorità dell’eurozona.

Ci sono indicatori contrastanti. Ogni tanto un portavoce del governo greco suggerisce che la Grecia non sta chiedendo la luna, mentre un portavoce dell’eurozona indica che c’è spazio per una certa flessibilità.

Poi un’altra voce greca sembra chiedere la luna – con minacce – mentre qualcuno dall’eurozona riafferma utilmente la santità assoluta e inviolabile del debito. Qualcosa – e qualcuno – deve cedere. Di conseguenza, dobbiamo prepararci o ad un accordo pasticciato o a un’uscita disordinata dall’euro.

Anche se al governo greco venisse concessa una totale cancellazione del debito e la fine dell’austerità, se la Grecia rimanesse nell’euro, questo risolverebbe il problema solo a metà. Sì, perché la Grecia è ancora assolutamente non competitiva, fatto che spiega una buona parte della caduta del 25% del suo PIL.

Se i negoziati si interrompono, e la Grecia rinnega il suo debito, potrebbe cercare di rimanere nell’euro, ma non ci riuscirebbe. In queste circostanze, la BCE si rifiuterebbe sicuramente di sostenere la Banca Centrale Greca.

Per un po’ la Banca Centrale Greca potrebbe usare le sue riserve e in teoria potrebbe essere in grado di raccogliere alcuni fondi sui mercati nazionali greci. Ma si tratterebbe di  noccioline in confronto alla valanga di soldi che verrebbero sicuramente ritirati dalle banche greche, o per essere conservati “sotto il letto” o ridepositati in banche fuori dalla Grecia.

Le banche greche si rivolgerebbero alla Banca Centrale Greca per avere liquidità, ma dal momento che la banca non può emettere euro senza l’autorizzazione della BCE, presto i soldi finirebbero. Questo porterebbe rapidamente ad una crisi bancaria, dato che la gente non potrebbe prelevare i soldi che in teoria dovrebbero essere disponibili a vista nei conti bancari.

Il risultato sarebbe il caos finanziario e un collasso economico come quello che ha quasi colpito il Regno Unito durante la crisi di Northern Rock – fino a quando il governo britannico non ha sostenuto il sistema con una garanzia sui depositi.

Il governo britannico ha potuto essere credibile perché la Gran Bretagna ha una propria moneta. Se necessario, la Banca d’Inghilterra potrebbe “stampare” una quantità illimitata di moneta. (E a tempo debito infatti essa ha “stampato” enormi quantità di denaro attraverso il suo programma di Quantitative Easing). Nelle attuali circostanze, la Banca Centrale Greca non può farlo.

Così, per evitare un collasso bancario, la Banca Centrale Greca dovrebbe sostituire l’euro con una nuova valuta nazionale greca, che chiamiamo “nuova dracma”. Questo non solo consentirebbe alla Banca Centrale Greca di sostenere il sistema bancario, ma consentirebbe anche alla Grecia di avere di nuovo un tasso di cambio tra la sua valuta e tutte le altre. E il tasso di cambio senza dubbio scenderebbe notevolmente. “E in un colpo solo, fu libero”, ecc. ecc.

Ma non del tutto. Anche se uscire dall’euro e lasciar svalutare drasticamente la sua nuova moneta su tutti i mercati, a mio avviso, permetterebbe alla Grecia una realistica possibilità di sfuggire alla sua terribile situazione, inizialmente gli effetti dell’uscita dall’euro potrebbero essere decisamente sgradevoli.

Lo scopo di avere una propria valuta è di effettuare un cambio dei prezzi interni in termini dei prezzi  all’estero. Il primo risultato è un aumento del prezzo delle importazioni, che riflette la valuta più debole. Se la nuova dracma si svalutasse tra il 30 e il 40%, cosa che credo sia pienamente plausibile, allora ci sarebbe un notevole aumento nel livello dei prezzi delle importazioni.

Quando un paese decide di svalutare, solitamente il bilancio pubblico e le sue partite correnti sono sostanzialmente in deficit. Spesso, inoltre, l’economia è vicina alla piena occupazione. Questo significa che la svalutazione è destinata a causare un calo iniziale dei redditi reali dato dall’ aumento del  livello dei prezzi. Dopo tutto, devono essere trasferite delle risorse  dal consumo interno e verso le esportazioni.

In realtà, nel caso greco, le cose stanno diversamente. Se escludiamo il pagamento degli interessi, il bilancio è in attivo – e così le partite correnti. Contemporaneamente, c’è un’enorme capacità produttiva inutilizzata, con il tasso di disoccupazione al 25%.

In altre parole, c’è spazio perché la compressione dei redditi reali causati dall’aumento dei prezzi all’importazione venga attenuata, o addirittura completamente compensata, da una riduzione dell’IVA e/o di altre imposte indirette.

Inoltre – anche se ci dovesse essere un deterioramento a breve termine degli standard di vita – se la svalutazione è ben gestita, dopo un paio d’anni le persone starebbero palesemente meglio.

Ci sarebbe spazio per un aumento dei redditi nel settore delle esportazioni o dei servizi agli stranieri, principalmente nel settore del turismo. Inoltre, dovrebbe esserci molto spazio per una crescita dell’occupazione, una volta che l’aumento della competitività [dato dalla svalutazione] incoraggerebbe le persone a passare dai beni importati alle fonti di approvvigionamento interne e aumenterebbe la domanda delle esportazioni greche.

Questo processo porterebbe a una grande crescita del PIL e delle entrate fiscali, riducendo così il deficit del governo senza bisogno di altre misure di austerità. In realtà, ci sarebbeanche spazio per un po’ di allentamento fiscale.

Questa è l’interpretazione positiva. Ma c’è una possibile evoluzione negativa. Se dopo l’uscita dall’euro, i greci dovessero subire una  compressione ancora maggiore dei redditi reali, questo potrebbe rendere le persone ancora più arrabbiate, scoraggiate e confuse.

E se il governo permettesse o incoraggiasse la gente a compensare l’aumento dei prezzi delle importazioni con degli aumenti delle  retribuzioni, o di altre fonti di reddito come le pensioni, allora ben presto l’effetto della svalutazione si annullerebbe. Per gestire con successo il suo percorso attraverso queste difficoltà, un governo dovrebbe avere una misto di massima determinazione e grandissima capacità di comunicazione, degna di un Churchill.

Nella nostra storia abbiamo sperimentato sia svalutazioni che hanno funzionato sia quelle che hanno fallito. La svalutazione del 1967 non ci ha fatto molto bene. Al contrario, i principali deprezzamenti del 1931 e del 1992 hanno funzionato a meraviglia, mentre la svalutazione del 2008/9 sembra essere un caso intermedio. (Anche se, rispetto a chi non ha svalutato, il Regno Unito se l’è passata sicuramente meglio, NdVdE).

Né i mercati, né il governo greco sanno come potrebbe rivelarsi un’uscita dall’euro. Ma una cosa è chiara. Se la Grecia ha sfidato le autorità della zona euro e il FMI, come anche i mercati, per dichiarare bancarotta sui debiti e uscire dall’euro, non le rimarrebbe alcun luogo ove nascondersi.

Se combinasse un pasticcio in questa situazione, lo sa il cielo che cosa accadrebbe poi – sia economicamente sia politicamente.

Questo è uno dei motivi per cui penso che, nonostante alcuni indicatori negativi, la Grecia trasformerebbe il “Grexit” in un successo.

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