Le Figaro intervista Jacques Sapir sulle crisi che attraversano l’Europa, dalla Grecia all’Ucraina: per il professore francese queste crisi testimoniano il fallimento di questo modello di Unione europea.

di Alexandre Devecchio, 12 febbraio 2015, 

Dopo diverse ore di trattative a Minsk, i presidenti dell’Ucraina e della Russia insieme ad Angela Merkel e François Hollande hanno concordato un cessate il fuoco a partire dal 15 febbraio, mentre a Bruxelles i diciotto ministri delle finanze della zona euro non sono riusciti a raggiungere un accordo sul debito greco. Queste due crisi, anche se molto diverse, mostrano uno sconvolgimento dei rapporti di forza in Europa?

Queste due crisi non hanno lo stesso oggetto, lo stesso contesto e non riuniscono gli stessi attori. Nel caso della crisi in Ucraina, siamo di fronte a un problema di sicurezza, sia in senso stretto ( nel Donbass c’è attualmente una guerra civile), sia in un senso più ampio (come sicurezza sul continente europeo). Questa crisi non si risolve con l’accordo di Minsk, anche se, e per la prima volta, si può mostrare un relativo ottimismo.

Nel caso della crisi greca, ciò che è in discussione è sia come questo paese è stato trattato per quasi 5 anni e ANCHE la questione delle scelte scelte economiche e istituzionali che sono state fatte in Europa. A Minsk, c’è un vincitore, e bisogna riconoscerlo, è Vladimir Putin. Nel caso della Grecia la questione sarà, in tutti i modi, molto più complessa. Quello che possiamo dire è che questo è un momento storico segnato sia da un ritorno della Russia nel gioco europeo, sia dalla crisi, o addirittura dal fallimento, di una certa forma di costruzione europea.

In caso di fallimento dei negoziati con l’Unione europea, la Grecia potrà rivolgersi alla Russia?

E’ una possibilità. Il Ministro delle Finanze della Federazione Russa, il signor Siluanov, ha evocato la possibilità di un prestito diretto della Russia alla Grecia. Ma questa opzione non è oggi la più probabile. Tuttavia, se la Grecia dovesse dichiarare default e uscire – di fatto – dalla zona euro, si può benissimo immaginare un accordo di swap tra la Banca Centrale della Grecia e la Banca Centrale della Russia per consentire alla Grecia di tornare alla sua moneta nazionale con delle riserve di valuta estera sufficienti. E’ molto probabile che di questo si sia fatta menzione nei colloqui svolti tra il ministro greco degli Affari Esteri e il suo omologo russo.

In definitiva, questo potrebbe portare ad un riassetto del panorama geopolitico in Europa?

In ogni caso, è chiaro che in Europa gli equilibri geopolitici stanno evolvendo rapidamente. La Germania oggi prende atto della sua impasse politica. Ha accettato un meccanismo federale, l’Euro, ma a condizione che questo meccanismo non porti a quella che viene chiamata una “unione di trasferimento”, cioè a una logica davvero federale che vedrebbe l’economia tedesca finanziare fino all’ 8% -10% del suo PIL il resto dell’Europa. La Germania ha beneficiato molto di questa situazione, certamente troppo. Ma ora si trova bloccata tra una pretesa legittima della Grecia che, in caso di successo, porterà a questa unione di trasferimento che essa vuole evitare più di ogni altra cosa, e un collasso della zona euro di cui porterebbe la responsabilità.

Queste due questioni terrorizzano i governanti tedeschi. In un certo senso, terrorizzano anche i governanti francesi, che sono sollecitati dalla vittoria elettorale di SYRIZA ad assumersi le proprie responsabilità. Nessuno ne ha voglia, e lo status quo attuale li soddisfa. Ma questo status quo è diventato impossibile da riprodurre. Questa è una ragione dell’isteria diplomatica che ha colto i leader dei due paesi negli ultimi giorni. Ma in realtà non hanno alcun progetto di ricomposizione del paesaggio geopolitico europeo. Stiamo andando verso una grave crisi a causa della mancanza di immaginazione, ma soprattutto della mancanza di coraggio, da parte di questi leader.

Il vecchio sogno del generale De Gaulle di un‘Europa che va dall’Atlantico agli Urali sta rinascendo?

In realtà, quando si legge il preambolo dell’accordo che è stato firmato a Minsk, si vede un chiaro riferimento ad uno spazio umanitario ed economico comune, dall’Atlantico al Pacifico.

Ma, perché una tale prospettiva abbia la possibilità di realizzarsi, occorrerebbe che i leader europei, e ben inteso i leader tedeschi e francesi in primo luogo, comprendessero ciò che la situazione richiede. In realtà, l’Europa sta morendo a causa della zona euro. È paradossale, ma è stato detto da molti economisti che l’incompletezza della zona euro avrebbe portato l’Europa a perdersi. Questo è ciò che accadrà, se non ci decidiamo oggi a sciogliere con calma l’Eurozona.

In Europa le tensioni vanno crescendo , e l’immagine della Germania si è profondamente deteriorata. Viviamo in realtà un “momento nazionale” che è caratterizzato in molti paesi da una rivolta popolare contro la negazione della sovranità organizzata e perpetrata da Bruxelles. Se vogliamo salvare l’Europa si deve o imporre un cambiamento radicale nella politica economica, che è ciò che vuole Syriza, ma che Berlino rifiuta per motivi che si possono comprendere, o ridare una flessibilità alle relazioni tra i paesi, e consentire loro di recuperare la loro moneta e svalutare se la situazione lo richiede. La scelta di una o l’altra di queste soluzioni permetterebbe di andare avanti e di tendere la mano alla Russia. Tuttavia, i leader tedeschi e francesi non sono in grado di fare né l’uno né l’altro. Così presiederanno alla distruzione di ciò che hanno creduto di coastruire.

Lo scenario catastrofico è del tutto da escludere? Le crisi possono portare a un’esplosione selvaggia dell‘Europa,  forse a una guerra?

Va detto subito che una guerra generalizzata, sul modello della seconda guerra mondiale, oggi in Europa è impossibile. Oltre al fatto che sarebbero direttamente coinvolte delle potenze nucleari, la densità delle strutture civili, la cui distruzione avrebbe effetti simili alle armi atomiche (centrali nucleari, impianti chimici, ecc …), è tale da escludere qualsiasi scenario di guerra generalizzata. Per contro, uno scenario di esplosione dell’Europa è concepibile, forse addirittura probabile. Bisognerebbe sin da oggi riflettere sui contorni di quella che sarebbe “un’altra Europa”, un’Europa più democratica, più vicina alla gente, e che sarebbe più efficace. Colpisce il fatto che i più grandi successi sono stati il frutto di una cooperazione multilaterale attorno a un progetto, come Airbus, o Ariane, o l’Agenzia spaziale europea, e mai progetti attuati dalla Commissione europea. Ciò dovrebbe incoraggiare la politica a riflettere.