Come riporta sul Telegraph A.E. Pritchard, continuano a farsi sentire gli effetti della debolezza dell’euro, artificialmente indotta dalle mosse della BCE. Questo fenomeno, che qualcuno chiama “euroglut”, si sta dimostrando impossibile da contenere per le economie vicine come Svizzera, Svezia e Danimarca, costrette a misure estreme di politica monetaria. Questa guerra – combattuta a colpi di QE e di ribassi dei tassi di interesse – non potrà però risolvere il problema di fondo, della debolezza della domanda globale, e nella migliore delle ipotesi funzionerà come il gioco dello scaricabarile.

 

di Ambrose Evans-Pritchard, 12 febbraio 2015

La Svezia ha tagliato i tassi di interesse sotto lo zero e lanciato un quantitative easing per combattere la deflazione, diventando l’ultimo stato scandinavo ad aderire all’escalation di guerre valutarie in Europa.

La Riksbank ha colto i mercati di sorpresa, riducendo il tasso benchmark a – 0,10%, rivelando i suoi primi acquisti di asset, e assicurando che prenderà ulteriori provvedimenti in qualsiasi momento per interrompere la discesa del paese nella trappola deflazionistica. La banca ha presentato la mossa come una misura precauzionale dovuta ai rischi crescenti di un “risultato peggiore sull’estero” e della crisi in Grecia.

Janet Henry della HSBC ha detto che le misure sono chiaramente una manovra di “beggar-thy neighbor” per indebolire la corona, ossia l’ultimo atto di una guerra valutaria globale che serve a poco per risolvere il problema di fondo dell’insufficiente domanda a livello mondiale.

La mossa arriva mentre la vicina Danimarca prende misure sempre più drastiche per fermare l’inondazione di denaro che rischia di travolgere il suo aggancio valutario all’euro e che stringe la morsa deflazionistica.

I danesi hanno tagliato i tassi quattro volte in un mese, fino a – 0,75%,  per combattere le conseguenze del QE imminente della Banca Centrale Europea. Hanno anche preso la decisione senza precedenti di arrestare tutte le emissioni di titoli di stato.

Jens Nordvig di Nomura ha detto che quest’anno la Banca Centrale danese ha speso finora 32 miliardi di euro – quasi il 10% del PIL –   per intervenire sui mercati dei cambi al fine di difendere il suo aggancio valutario all’euro. “Si tratta del ritmo più veloce di accumulo di riserve nella storia della Banca nazionale danese. Non c’è dubbio che la pressione sulla corona sia molto significativa, e che la lotta per l’aggancio valutario sarà dura” ha detto.

Steen Jakobsen di Saxo Bank ha detto che una rottura dell’aggancio valutario danese sarebbe pericolosa, poiché il sistema pensionistico privato del paese ha investito pesantemente in obbligazioni e asset in euro, mentre le sue passività sono in corone danesi.

C’è un disallineamento valutario che potrebbe far diventare tecnicamente insolventi alcuni di questi fondi pensione. Scommetto che se si arriva al punto critico, la Danimarca preferirebbe unirsi all’euro piuttosto che consentire una rivalutazione del 10%. La cosa potrebbe accadere molto velocemente se la situazione in Grecia va fuori controllo” ha detto.

Le conseguenze del QE in Europa hanno già mandato in pezzi le difese della moneta Svizzera, innescando un aumento del 14% del franco rispetto all’euro e minacciando di cancellare l’ultimo spazio di manovra degli esportatori svizzeri in difficoltà.

Il caos europeo dei tassi di cambio ha un parallelo in Asia, dove il grande stimolo monetario in Giappone e i malcelati sforzi di far scendere il valore dello yen stanno provocando mal di pancia in Cina.

Lo yuan cinese è legato al dollaro statunitense attraverso un “dirty float” (o “fluttuazione sporca”, ossia il cambio è flessibile, ma la Banca Centrale Cinese interviene per mantenere un rapporto costante col dollaro, ndt). Nonostante ciò, il dollaro si sta apprezzando senza sosta rispetto alle altre valute asiatiche, visto che la prospettiva di una stretta monetaria della Fed ha innescato un enorme flusso di capitali verso gli Stati Uniti, una riedizione delle tensioni che portarono alla crisi dell’Asia orientale nel 1998.

Tutto questo sta aggravando i problemi della Cina, in un momento delicato in cui l’economia sta già affrontando una crisi della proprietà immobiliare. Il calo dei prezzi della produzione industriale del paese si è acuito a – 4,3%.

Lo Yuan cinese si è apprezzato del 50% contro lo yen dall’inizio del 2012. Ci sono timori crescenti che la Cina possa essere costretta a svalutare lo yuan per proteggere la sua base di esportazione e scongiurare un possibile shock. Un provvedimento del genere trasmetterebbe una scossa deflazionistica a tutto il mondo, data la vastità dell’eccesso di capacità cinese.

Manoj Pradhan, economista globale di Morgan Stanley, ha detto che il mondo sta rivivendo i “fantasmi degli anni ’30” con i paesi che uno dopo l’altro tentano di guadagnare un vantaggio sugli altri anticipandoli nella svalutazione. “La lezione degli anni trenta è che coloro che si muovono prima ottengono vantaggi a discapito di quelli che aspettano troppo a lungo” ha detto.

Il signor Pradhan ha detto che sta diventando sempre più difficile trarre vantaggio da questo stratagemma, ora che “lo stanno facendo tutti”. La Cina sta affrontando una forte pressione perché si difenda ora che ancora è in grado di farlo. “Quanto più aspettano, tanto più difficile sarà per i politici cinesi prendere la decisione” ha detto.

Per il momento gli Stati Uniti hanno accettato l’impennata del dollaro, ma a Capitol Hill ci sono crescenti pressioni per un cambiamento nella politica. Al Congresso sia i repubblicani che i democratici  appoggiano una nuova legge che introduce negli accordi commerciali delle regole vincolanti sulle valute  e impone tasse di importazione punitive ai paesi ritenuti “manipolatori di valuta”. La mossa è esplicitamente rivolta a Cina e Giappone, ma potrebbe includere anche la Germania, date le dimensioni del suo avanzo di partite correnti.

Anche la Svezia corre il rischio di finire nella lista nera di Washington. La mossa della Riksbank ha provocato perplessità, dal momento che la banca stessa dice che la crescita economica è in ripresa. Il paese è nel mezzo di un boom immobiliare e il debito ipotecario è già all’81% del PIL, uno dei rapporti più elevati al mondo. Lanciare un QE in tali circostanze è un fatto straordinario.

Svezia fig 2

La Riksbank insiste sul fatto che l’unico obiettivo è quello di scongiurare la deflazione, ma ci sono diffusi sospetti che la Svezia stia di fatto proteggendo la sua base industriale e i suoi esportatori. Non è la prima volta che è coinvolta in simili controversie. La più antica banca centrale del mondo, decise delle azioni radicali all’inizio degli anni ’30 per liberare la Svezia dai vincoli del Gold Standard. La sua lungimiranza riuscì a proteggere il paese dai guai peggiori della grande depressione.

Stephen Lewis di Monument Securities dice che le azioni di emergenza stanno sfuggendo di mano: “il rischio principale connesso a una guerra valutaria globale è che essa porterà le banche centrali ad assumere delle politiche monetarie così estreme da danneggiare il buon funzionamento dei mercati finanziari.” Val la pena sottolineare che, intraprendendo così ciecamente le loro guerre valutarie, esse dovrebbero ignorare quello che è il motivo fondamentale per cui si risparmia e si investe”.