L’uscita ordinata della Grecia è l’unica scelta per l’Europa

In questo articolo del Telegraph, Halligan si mostra convinto che alla fine la Germania cederà alle richieste greche, ma che il destino dell’euro, anche nel caso in cui si trovi un accordo di lungo termine, sarà comunque segnato da una spirale di impoverimento, sofferenze e violazioni della democrazia.  La cosa più lungimirante da fare sarebbe quindi concordarne lo smantellamento tra i paesi membri.

di Liam Halligan, 21 febbario 2015

La zona euro provocherà una spirale di instabilità finanziaria finché alla fine non imploderà o sarà deliberatamente smantellata.

E’ straordinario e incredibile come i fondamentali problemi economici dell’Europa che avevano davanti agli occhi,  un’Europa affamata e in via di disintegrazione, fossero l’unica questione sulla quale era impossibile suscitare il loro interesse “, scrisse John Maynard Keynes nel suo polemico saggio “Le Conseguenze Economiche della Pace“.

Keynes si riferiva ai “quattro grandi”, i leader delle principali potenze alleate che avevano sconfitto la Germania del Kaiser Guglielmo durante la Prima Guerra Mondiale – tra cui il primo ministro britannico David Lloyd George. Funzionario del Tesoro durante la negoziazione del trattato di Versailles del 1919, il 36-enne Keynes, disgustato, rassegnò le sue dimissioni  per scrivere di lì a poco uno dei libri più influenti del 20° secolo.

Keynes sosteneva che i termini del trattato fossero troppo duri per la Germania. Diceva che i leader di America, Gran Bretagna, Francia e Italia stavano imponendo sanzioni finanziarie enormi, che schiacciavano la capacità della Germania di riprendersi, solo per placare i loro compatrioti.

Le riparazioni sono state la loro principale incursione nel campo dell’economia,” tuonò Keynes in un lavoro che divenne prestissimo un best-seller. “Le hanno impostate come se si trattasse di un problema teologico, politico, di propaganda elettorale, vedendole da qualsiasi punto di vista, tranne quello del futuro destino economico dello Stato di cui si stavano occupando.

Come ben sappiamo queste parole sono state profetiche. Keynes disse che le perfide condizioni imposte a Versailles avrebbero rinnovato la sete di guerra della Germania, e così è successo. Direi che oggi possiamo trarre una lezione dall’avvertimento di Keynes – pur essendo passati quasi 100 anni e con la Germania in una posizione un po’ diversa.

I governi dell’Eurozona si sono incontrati a Bruxelles alla fine della scorsa settimana per esaminare la richiesta della Grecia di estendere il suo programma di salvataggio finanziario da 172 miliardi di euro. Tuttavia le proposte presentate da Atene sono state rapidamente respinte, con la Germania che guidava la carica. Berlino è stata irremovibile nella pretesa che la Grecia aderisse ai termini precisi del suo attuale bail-out prima di garantire qualsiasi “prestito ponte”, mentre il nuovo governo greco, guidato dal partito di sinistra radicale Syriza, puntava al suo mandato democratico per chiedere condizioni di bail-out più morbide.

Nonostante l’impasse, i negoziati si sono conclusi con qualcosa di simile ad un accordo, quando il venerdì sera la cancelliera Angela Merkel – consapevole che i suoi elettori sono stanchi di pagare per un settore pubblico greco considerato troppo prodigo e che, ai loro occhi, assicura condizioni pensionistiche e di lavoro più generose che in Germania – è riuscita a sottomettere il suo omologo greco, il primo ministro Tsipras.

[nonostante le favole raccontate agli elettori tedeschi, in realtà  i soldi dei contribuenti europei, attraverso ESM e EFSF, sono andati ad estinguere i debiti privati greci  con le banche tedesche, e in minor misura francesi, mentre nel periodo 2010-2014 sono state imposte dal governo greco misure di austerità che hanno prodotto duri tagli anche al settore pubblico, riducendo il potere d’acquisto dei greci del 25% rispetto al periodo pre-crisi; mentre nello stesso periodo quello tedesco rimaneva pressochè immutato, ndVdE]

[…]

Su questa assurda resa dei conti greco-tedesca, mantengo la mia posizione di sempre: nonostante questi quattro mesi di entente cordiale, c’è ancora il rischio di provocare un “Minsky moment”, di far deragliare la ripresa globale e mettere a repentaglio le fortune economiche di diversi miliardi di persone.

Anche se questo ultimo accordo può essere visto come una vittoria per la Merkel, la Germania finirà col fare un passo indietro, perché, pur con mille lamenti e proteste, anche nelle precedenti crisi l’ha sempre fatto.

Berlino ha investito troppo capitale politico nell’unione monetaria per consentire il “Grexit” – che potrebbe poi vedere l’uscita di altri paesi del “Club Med”, minacciando non solo l’euro, ma l’intero “progetto europeo”.

Detto questo, anche se sarà stipulato un compromesso a lungo termine, un accordo greco non segnerà la fine dei mali della zona euro, ma solo la fine dell’inizio. Una volta che Atene avrà cambiato le condizioni del suo bail-out, gli elettori degli altri paesi che pure hanno ricevuto un’assistenza condizionata a dure riforme, ma che le hanno portate a termine, saranno furiosi.

Portogallo, Spagna e Irlanda si sono abbuffate di credito a buon mercato, hanno subito crolli bancari e poi, come la Grecia, hanno sopportato l'”austerità” collegata al bail-out. Tutti e tre i paesi hanno preso la medicina e stanno crescendo di nuovo, con le economie che stanno tornando ai livelli pre-crisi. [i nostri lettori sanno che non è così, come abbiamo scritto ad esempio qui e qui e come ha più volte documentato il prof. Bagnai sul suo blog]…Quello che vedranno, comprensibilmente, saranno i due pesi e due misure – e l’incentivo per i membri della zona euro a non pagare il biglietto in futuro.

[..]

La realtà è che l’euro è del tutto incoerente. E’ impossibile che una serie di paesi, ciascuno con il proprio elettorato, condividano una moneta comune, a meno che le risorse fiscali non siano interamente condivise, il che equivarrebbe ad un’unione politica – che non avverrà mai in Europa.

Ciò naturalmente non impedirà agli eurocrati di provarci, quell’esercito di burocrati boriosi, non eletti, strapagati e storicamente illetterati le cui carriere sono interamente legate ad un’ “unione sempre più stretta”. Che importa se la Grecia ha truccato i conti, col consenso di Bruxelles, per soddisfare le condizioni di adesione alla zona euro? Chi se ne frega se la stessa Germania è stato il primo Stato membro a infrangere le venerate regole fiscali?

Il miglior risultato di questi negoziati, a lungo termine, potrebbe essere che le due parti si accordino sulla propria diversità, riconoscendo che la moneta unica è una sciocchezza pericolosa e facendo tutti gli sforzi per garantire alla Grecia, e a qualsiasi altro paese lo voglia, quanto di più prossimo sia possibile ad una “uscita ordinata”. La vanagloria politica impedisce che questo accada, ma non vuol dire che sarebbe sbagliato.

L’euro finirà per andare in pezzi. Ma, prima che questo accada, vedremo sempre più violazioni della democrazia, poichè i paesi più grandi, aiutati dalla macchina di Bruxelles, imporranno la propria volontà sui vicini più piccoli.

Se puntiamo deliberatamente all’impoverimento, alla vendetta, oso prevedere … che non durerà” scrisse Keynes nel 1919. “Ma chi può dire quanto sarà sopportabile, o in quale direzione gli uomini alla fine cercheranno di sfuggire alle loro disgrazie?

Non sto prevedendo la guerra in Europa occidentale. Ma sto dicendo che la zona euro genererà tensioni sempre crescenti e una spirale di instabilità finanziaria, finché infine imploderà o sarà deliberatamente smantellata.

Alcuni di noi l’hanno previsto anni fa – e ora sta per accadere.

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