Il direttore di ricerca in economia internazionale presso Chatham House, Paola Subacchi, conferma quello che sappiamo da tempo e ormai si può dire anche in sedi prestigiose: l’euro è un progetto economicamente sbagliato fin dal suo inizio. La sua difesa sta compromettendo il benessere dei popoli che ne fanno utilizzo – e soprattutto sta minando le basi della democrazia in Europa.

 

 

Di Paola Subacchi, 25 febbraio 2015

 

Dopo frenetiche trattative dell’ultima ora e strette di mano continentali, le autorità dell’eurozona e il nuovo governo di sinistra della Grecia hanno raggiunto un accordo. Se ne siete sorpresi, non dovreste esserlo. L’accordo era prevedibile fin dall’inizio per una semplice ragione: alla fine, né il governo greco né la Germania e gli altri Stati membri dell’euro possono rischiare di innescare una crisi finanziaria abbandonando le banche greche.

La stabilità finanziaria della zona valutaria a 19 paesi è stata preservata — almeno per ora. Ma rattoppare la situazione non ha rimosso la questione chiave: da che parte andare? C’è un sacco di “fatica da austerità” in questo momento in Europa. E’ comprensibile, ma ciò non dovrebbe falsare il dibattito e permettere all’Europa di schivare l’attenta valutazione assolutamente necessaria dell’intero progetto euro: ha ancora senso, visti i suoi vincoli e limiti? Quale dovrebbe essere la strada da seguire d’ora in poi? Ed è mai stata una buona idea, perfino all’inizio?

L’unione monetaria europea si è basata su cattive idee economiche fin dall’inizio. Come l’economista tedesco Rudiger Dornbusch scrisse su Foreign Affairs, nel 1996, “se mai c’è stata una cattiva idea, questa è l’Unione Monetaria Europea.” L’eurozona non ha le caratteristiche di quella che gli economisti chiamano un’”area valutaria ottimale”. Secondo la definizione standard, un’area valutaria ottimale è caratterizzata da perfetta mobilità del lavoro, perfetta flessibilità salariale e un sistema di condivisione del rischio, ad esempio trasferimenti fiscali quando una regione — o un paese membro — viene colpita da uno shock economico o finanziario.

Gli squilibri tra paesi in surplus e in deficit nell’eurozona hanno cominciato ad accumularsi anche prima della crisi finanziaria globale del 2008, e rimangono al cuore dei problemi dell’Europa. L’aver messo troppa enfasi sulle miopi misure di consolidamento fiscale, non ha aiutato. E l’insistenza, che troviamo nel programma di salvataggio, sul fatto che la Grecia debba mantenere un avanzo primario di oltre il 3% del PIL al fine di ridurre il deficit pubblico e mettere il debito pubblico su un cammino sostenibile non è mai stata una buona idea. D’altra parte queste folli misure sono state praticamente inevitabili: questo programma riflette le pressioni politiche nei paesi del nucleo dell’eurozona di limitare le concessioni fatte ai paesi con alta spesa e fiscalmente irresponsabili.

La sopravvivenza dell’euro all’interno del contesto delle eterogenee preferenze nazionali ha provocato una lunga recessione, con elevata disoccupazione e il deterioramento del tenore di vita in alcuni paesi, un debito pubblico ingestibile e un’opinione pubblica sempre più euroscettica. La Grecia, per esempio, ha visto la sua economia contrarsi dal 2008 al 2013. Italia ha sperimentato una doppia recessione e 14 trimestri consecutivi di crescita negativa dal 2011. Entrambi i paesi hanno alti livelli di disoccupazione: 25% in Grecia e 12% in Italia.

E non si vede la fine. I problemi vengono rattoppati, ma non risolti. Per esempio, la questione di come affrontare livelli di debito pubblico molto alti alla luce delle rigidità strutturali e dei vincoli istituzionali dell’area valutaria — tra cui il divieto di monetizzazione del debito a livello dell’eurozona — continuerà a minacciare la sopravvivenza del progetto-euro, mettendone in pericolo la stabilità finanziaria e la fattibilità politica.

L’unica strada proposta ai paesi fortemente indebitati come Grecia e Italia sembra essere più o meno la continuazione della stessa ricetta: ridurre gli stipendi, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro e attuare riforme dal lato dell’offerta, come le privatizzazioni e la riduzione del settore pubblico. Questa proposta affronta correttamente la rigidità di un sistema a tasso di cambio fisso come l’Unione Monetaria Europea e punta a migliorare la produttività. Ma ignora le considerazioni politiche, come ad esempio quanta altra austerità siano disposti a sopportare gli elettori.

All’interno del sistema attuale, gli Stati membri sono bloccati in un regime di cambi fissi, che riflettono il tasso di conversione delle monete nazionali in euro. Non si può più utilizzare il tasso di cambio come uno strumento per rendere più competitive le esportazioni e riequilibrare l’economia interna. Così, nel breve periodo, un paese può raggiungere la competitività solo tagliando i salari e riducendo i costi della manodopera.

Fin dall’inizio dell’euro-crisi, un dibattito limitato e il punto di vista prevalente dei paesi economicamente e politicamente più forti (leggere: la Germania) hanno trasformato un’unione valutaria già ingessata dalla fissazione dei tassi di cambio, in un sistema punitivo. Le pressioni deflazionistiche, come nel caso della periferia dell’Eurozona, rendono ancora più difficile ridurre il rapporto debito pubblico – PIL.

Ed ecco la parte peggiore: niente di tutto questo deve sorprendere. Il progetto-euro non è il primo caso di fissazione del tasso di cambio che ha costretto i paesi ad aggiustamenti attraverso una deflazione inutile e dolorosa. Prima della prima guerra mondiale e brevemente in seguito, l’economia globale ha funzionato con il gold standard, che funzionava globalmente allo stesso modo in cui l’euro funziona all’interno dei 19 paesi che lo utilizzano come loro valuta. A causa della Grande Depressione, i paesi non poterono più far fronte alle riduzioni dei prezzi e dei salari necessari per mantenere la competitività, e cominciarono a uscire dal gold standard. La Gran Bretagna se ne andò nel 1931, quando divenne chiaro che il tasso di cambio della sterlina era troppo alto e stava facendo aumentare la disoccupazione.

Questa opzione non è possibile per gli Stati membri dell’eurozona. Essi sono vincolati da obblighi di trattato e non hanno più le proprie valute — a meno che siano disposti a seguire la strada disordinata di una rottura dell’euro, qualcosa che perfino il governo radicale di Atene dice di non voler fare. Ma le sofferenze dell’austerità hanno alzato il livello del problema e reso meno accettabili le politiche deflazionistiche in paesi democratici. Questo si riflette nel dibattito che si è sempre più polarizzato tra partiti pro e anti-euro, e tra quelli pro e anti-Germania.

L’Unione Monetaria Europea è un progetto politico costruito sul presupposto impossibile che una moneta unica — e un mercato unico — possano trascendere gli interessi nazionali e la politica interna. La storia degli ultimi cinque anni dimostra il costo di queste assunzioni. Questo offre all’Europa la possibilità di riflettere se mantenere in vita l’euro — facendo “qualsiasi cosa necessaria” nelle parole ormai famose del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi — sia la via giusta, soprattutto se questa strategia compromette il benessere di alcuni Stati membri e rischia di minare la democrazia.