Jacques Sapir discute lo stato attuale del dibattito sull’euro (citando anche Fassina) e considera imminente il punto di rottura. L’intransigenza tedesca combinata alla passività delle altre classi dirigenti europee rende probabile, purtroppo, uno smantellamento “conflittuale”, con la Germania che cercherà di negare la propria responsabilità nella distruzione dell’equilibrio europeo per la terza volta in un secolo. Sapir parla poi del “day after”: dei passi necessari da intraprendere subito dopo la rottura, del quadro giuridico e del sistema monetario che verrà, discutendo l’eventualità di un euro mantenuto come moneta comune —ma non unica— negli scambi internazionali: un’ipotesi comunque difficile da implementare, e utile più che altro come salvagente ideologico per chi non vorrà ammettere il fallimento totale dell’euro.

 

di Jacques Sapir, 4 marzo 2015

Le più recenti dichiarazioni e gli articoli scritti negli ultimi giorni da diversi economisti e politici europei dimostrano che siamo entrati in una fase acuta della crisi dell’euro. In Grecia, la questione di un possibile ritorno alla dracma viene discussa apertamente. In Italia c’è Stefano Fassina, un economista del Partito Democratico (il partito di centro-sinistra da cui viene anche Renzi), ed ex Viceministro dell’Economia e delle Finanze, che per quanto riguarda la questione euro ha deciso di attraversare il Rubicone (1.11.2). La “conversione” di Fassina a posizioni critiche sull’euro dimostra bene come il dibattito si stia espandendo in Italia. Più recentemente abbiamo visto Wolfgang Streeck, sociologo ed economista, pubblicare su Le Monde un lungo articolo per spiegare che l’Europa deve abbandonare la moneta unica (2) [Trovate l’articolo di Streeck da noi recentemente tradotto su questo link, NdT]. Queste diverse posizioni, senza dimenticare quelle di Podemos in Spagna, sono un buon indicatore del fatto che siamo effettivamente ad un punto di rottura. Streeck dice senza mezzi termini che il mantenimento dell’euro sta uccidendo l’Europa e sta provocando un aumento di antagonismo anti-tedesco.

Ciò era prevedibile. Ma porta a porsi una serie di domande. Infatti, se la presa di coscienza degli effetti dannosi, deleteri, e per dirla tutta distruttivi dell’euro sta oggi diventando sempre più condivisa, la serie di eventi che ci dovrà condurre fuori da questa macchina infernale è lungi dall’essere chiara.

 

Quale sarà la sequenza di eventi della crisi dell’euro?

Il primo punto da chiarire sono le condizioni di rottura dell’eurozona. Dovremo affrontare una rottura causata da conflitti (tra la Grecia e l’Eurogruppo, per esempio) o una serie di decisioni unilaterali (e si potrebbe pensare all’Italia) o la rottura avverrà a seguito di una decisione congiunta dei diversi paesi dell’eurozona? È abbastanza chiaro che quest’ultimo sarebbe il caso migliore. Se l’eurozona si scioglie, o semplicemente viene “sospesa” (sappiamo quanto siano amati questi eufemismi a Bruxelles e in altre capitali) a tempo indeterminato, i paesi potrebbero gestire il processo nel miglior modo. Si potrebbero prendere delle decisioni sulle “aree-bersaglio” dove collocare i tassi di cambio, con la creazione di una migliore prevedibilità dei nuovi livelli di parità. Degli accordi riguardo le banche potrebbero limitare l’impatto, che sarebbe inevitabile ma temporaneo, che sarà generato dalla fine dell’euro. Comunque dobbiamo constatare che i discorsi politici fatti dalle diverse parti in campo non vanno nella stessa direzione.

Un problema politico

L’esistenza dell’euro è ormai un problema politico, per quanto la razionalità economica porterebbe alla sua dissoluzione. Ci sono diverse ragioni per cui è così. Per la Germania (e la signora Merkel) la sopravvivenza dell’euro è una parte importante della sua strategia economica. Grazie all’euro la Germania ha potuto impedire (e ha impedito) che gli altri paesi potessero correggere gli scarti di produttività rispetto alla sua economia, scarti che dipendevano da differenti livelli di pressione inflazionistica o da diversi livelli di aumento della produttività.

Grafico 1. Andamento dei tassi d’inflazione nell’eurozona

A-InflationEuro
Fonte: dati del FMI.

Il mantenimento dell’euro è per la Germania la garanzia del mantenimento di questa situazione. Eppure la Germania, d’altra parte, non è nemmeno disposta a pagare il prezzo che sarebbe necessario per far funzionare l’euro come dovrebbe. La somma necessaria è stata stimata tra l’8 e il 12 percento del PIL tedesco ogni anno, per un periodo tra 5 e 10 anni. Questo è chiaramente inaccettabile per l’economia tedesca. Ciò spiega l’intransigenza della Germania sull’esistenza dell’euro e sulle politiche di austerità, in quanto esse garantiscono che l’euro continui ad esistere al minor costo possibile per la Germania. Tuttavia, c’è anche un altro motivo che spiega la posizione tedesca. Quando la signora Merkel ha detto: “Se l’euro fallisce, fallisce l’Europa”, non intedeva solo difendere la posizione tedesca. Esprimeva anche la paura che l’élite tedesca ha di essere accusata di “rompere l’Europa”, come avvenne già nel 1914 e nel 1939. Al contrario di certi “esperti” decerebrati che dimenticano la dimensione storica che sta dietro le posizioni politiche, dobbiamo riaffermare l’importanza della Storia, e soprattutto delle rappresentazioni che essa genera, nel modo in cui si formano gli atteggiamenti politici. Questa posizione paralizza la Germania, come ha ben dimostrato Wolfgang Streeck. Ciò ha portato la Germania ad assumere una posizione assolutamente insostenibile.

La responsabilità francese

Tuttavia, le colpe vanno condivise. All’egoismo venato di senso di colpa della Germania, l’élite francese ha risposto con un distacco angelico che, nel voler essere più europea di Bruxelles stessa, ha rinunciato ad ogni spirito critico, sia riguardo la costruzione europea che sull’euro. Questo è ciò che ha portato i vari governi francesi ad allinearsi, volenti o nolenti, alle posizioni tedesche. Bisogna qui ricordare il mito della “coppia franco-tedesca”. Non che i nostri paesi non abbiano dei buoni rapporti, che è cosa buona e preziona, ma il fatto è che questa “coppia” non è mai esistita se non nelle menti offuscate dei giornalisti e dei politici di certi circoli parigini. Basta considerare il punto di vista della Germania per capire che questa “coppia” non esiste. Ma il punto è che il risultato della politica francese nei confronti della Germania (o più precisamente l’assenza di una tale politica) è un discorso che non fa che rafforzare le posizioni tedesche in ciò che esse hanno di più detestabile.

Tali elementi rendono oggi poco probabile lo scenario “migliore”, cioè quello di una dissoluzione ordinata. Dobbiamo quindi pensare ad una dissoluzione conflittuale.

Lo scenario di una rottura conflittuale

Questo scenario può essere originato da diversi eventi: un fallimento dei negoziati attualmente in corso in Grecia, un cambiamento politico il Italia (eventualmente dopo le elezioni regionali di primavera), o un ritiro degli investitori “fuori dall’eurozona” derivato da forti preoccupazioni verso i cosiddetti “paesi periferici”, a seguito di una possibile vittoria di Podemos in Spagna all’inizio dell’autunno. Si noti che questi diversi scenari non sono mutuamente esclusivi. Ci dovremo confrontare con un susseguirsi di crisi, passo dopo passo, derivanti dall’uscita di diversi paesi. La questione che si pone è sapere quando il governo francese prenderà la decisione di uscire dall’euro. Dal punto di vista economico è chiaro che l’uscita di Spagna o Italia renderà indispensabile anche per la Francia l’uscita dall’euro. Ma di fatto questa decisione dovrà essere presa il più rapidamente possibile se vogliamo che l’economia francese ne tragga il maggior profitto. In una logica di dissoluzione conflittuale dell’eurozona, la rapidità della sequenza degli eventi sarà un fattore importante per il successo dell’uscita da parte della Francia. Lo si vede oggi in Grecia, dove quasi 12 miliardi di euro sono usciti dalle banche nel solo mese di febbraio, e questo compromette gravemente la stabilità del sistema bancario. Nel caso di un processo conflittuale di dissoluzione dell’eurozona, non sarà possibile agire consultando gli elettori. Si dovrà agire in fretta, con decisione, e probabilmente per decreto. Le misure che si imporranno saranno:

–   Controllo dei capitali (ma non il controllo dei tassi di cambio).

–   Rimettere la Banca di Francia sotto il controllo del Ministero delle Finanze.

–   Mettere temporaneamente sotto tutela il sistema bancario al fine di garantire i depositi e la continuità dei pagamenti.

–   Misure di salvaguardia per le aziende che hanno preso prestiti dall’estero ma che non dispongono di flussi di reddito provenienti dall’estero.

La questione dell’emissione delle nuove banconote di “franchi” o “euro-franchi” si può risolvere rapidamente, e in realtà è puramente aneddotica.

 

Quale sistema europeo “post-euro”?

Molti colleghi ora sostengono l’idea di una trasformazione dell’euro da “moneta unica” a “moneta comune”, con ogni paese che recupera la propria moneta nazionale, ma l’euro che viene mantenuto per le transazioni fisiche o finanziarie con il “resto del mondo”. Questo idea è tanto teoricamente (ed economicamente) interessante quanto difficile da implementare senza una grossa soluzione di continuità. Essa implica uno scenario più “consensuale” di quello che abbiamo definito prima come altamente improbabile. Diciamola tutta: l’idea ha un senso solo come punto di transizione intellettuale tra l’adesione alla moneta unica e il riconoscimento della sua impossibilità. Ma ciò non significa che non ci sarà alcun genere di coordinamento tra i paesi europei a seguito della dissoluzione, anche conflittuale, dell’eurozona.

La necessità di coordinazione

Tale coordinazione s’imporrà prima di tutto per il controllo dei capitali, non solo durante la sua messa in pratica, ma anche nella sua progressiva rimozione che potrà essere presa in considerazione dopo due o tre anni dalla dissoluzione dell’eurozona. Si dovranno evitare sia grossi ed improvvisi deflussi di capitale, che afflussi altrettanto enormi, che avrebbero l’effetto di destabilizzare le parità raggiunte tra le diverse valute. Il controllo dei capitali appare come un elemento chiave della politica di “obiettivi di cambio” che diventerà uno dei principi delle politiche di ciascuna Banca Centrale nei vari paesi. Ma i controlli di capitale saranno importanti anche per consentire alla Banca Centrale (nel caso della Francia, alla Banca di Francia) di ritrovare l’autonomia necessaria per fissare i tassi d’interesse.

La coordinazione si renderà necessaria, e piuttosto rapidamente, anche per quanto riguarda gli obiettivi sui tassi di cambio. Le discussioni saranno certamente difficili, ma i diversi paesi hanno un interesse comune a garantire che, una volta avvenuta la svalutazione iniziale, si imponga una certa stabilità. La questione principale sarà quella di non cadere negli stessi errori che si sono fatti durante la costruzione dell’eurozona. Si deve lasciare una certa flessibilità ai diversi tassi di cambio, sia perché il livello di inflazione strutturale è diverso nei vari paesi, sia perché gli aumenti di produttività e l’evoluzione dei livelli salariali saranno diversi, e infine perché un paese potrebbe trovarsi di fronte ad un significativo “shock esogeno” che richiede un deprezzamento straordinario della propria valuta. Si potrà stabilire un sistema relativamente flessibile. Notate che esso sarà più stabile quanto più stabilmente saranno mantenuti i controlli di capitale. Una delle lezioni delle crisi speculative che si sono verificate durante il Sistema Monetario Europeo degli anni ’90 è che la totale libertà di movimento dei capitali è in contraddizione con un sistema di coordinamento.

Con o senza la Germania?

Un’importante questione è se la Germania parteciperà a questo coordinamento. Sappiamo che gli economisti e i politici tedeschi sono ferocemente contrari all’idea del controllo sui capitali. Eppure dovranno affrontare un massiccio afflusso di capitali (provenienti dal “resto del mondo”, dato che gli altri paesi dell’ex eurozona avranno istituito dei controlli sui capitali). Il rischio è una rivalutazione vertiginosa della moneta tedesca, con il tasso di cambio che potrebbe raggiungere 1,50 o perfino 1,80 sul dollaro. L’effetto di una tale rivalutazione della moneta tedesca sull’economia sarà tanto maggiore quanto più rapida sarà la rivalutazione. Questo è il motivo che suggerisce che la Germania, le piaccia o meno, sarà costretta ad applicare, come tutti gli altri paesi, i controlli sui movimenti di capitale. Una volta che la decisione sarà presa, sarà molto più facile per i tedeschi accettare l’idea di una coordinazione, sia pure minima.

Il quadro giuridico

L’importante questione politica sarà quella del quadro giuridico di una tale coordinazione. Si capisce subito che la dissoluzione dell’euro modifica le condizioni di funzionamento dell’Unione Europea. Ciò non significa che essa dovrà essere smantellata, dato che un certo numero di paesi non fanno parte dell’eurozona. Ovviamente le linee essenziali dovranno essere profondamente modificate, ma questo non è l’essenziale. L’essenziale è sapere in che modo tale coordinamento monetario funzionerà: esso dovrà includere solo i paesi dell’ex eurozona, una parte di essi, oppure dovrà essere esteso a tutti i paesi dell’Unione Europea? Inoltre, quali saranno gli strumenti e le procedure adottate? È chiaro che ci saranno delle decisioni prese a livello di più Stati, attraverso riunioni tra i capi di governo o i ministri delle finanze. Ma ciò non significa che ci sarà la dissoluzione della Banca Centrale Europea. Quest’ultima dovrà modificarsi, ovviamente. Ci potranno essere diverse strade. Si potrebbe (e forse si dovrebbe) trasformare la BCE in un Fondo Monetario Europeo. Ma possiamo anche pensare che essa potrebbe farsi carico di una eventuale “moneta comune”, che si verrebbe a creare una volta che il sistema di coordinazione sarà istituito e le parità tra le monete europee saranno stabilizzate.

Verso la moneta comune?

L’idea di una moneta che garantisca le transazioni, sia commerciali che finanziarie, tra l’Europa e il resto del mondo, ha un senso. Tale valuta potrà esistere solo come “paniere di valute” dei paesi che accetteranno di far parte di questo sistema. È così che operano i Diritti Speciali di Prelievo del FMI e, se la BCE sarà trasformata in un Fondo Monetario Europeo, sarebbe logico dotarsi uno strumento dello stesso tipo. Tale “moneta comune” potrebbe servire come valuta di riserva per le Banche Centrali dei paesi europei, ma anche a livello internazionale. Da questo punto di vista sarebbe particolarmente interessante per i cosiddetti “paesi emergenti”, come moneta che costituisca una reale alternativa al dollaro. L’euro ha potuto solo parzialmente svolgere questo ruolo, a causa dei suoi problemi di costruzione, e non ha mani oltrepassato il 26% delle riserve delle Banche Centrali, trovandosi ora al terzo posto dopo dollaro e yuan come valuta per le operazioni finanziarie. Da questo punto di vista, si deve riconoscere il relativo fallimento dell’euro per quanto riguarda la sua affermazione come moneta internazionale. Una “moneta comune”, priva dei problemi che ora sono inerenti all’euro, potrebbe probabilmente affermarsi meglio.

Grafico 2. Peso delle principali valute nelle riserve delle Banche Centrali

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Fonte: FMI.

Tuttavia, un punto importante –e che potrebbe costituire un ostacolo sulla strada della realizzazione di una tale “moneta comune”– saranno le condizioni della sua gestione. Da questo punto di vista è probabile che ci sia un conflitto se tale moneta comune sarà costruita sul modello del DTS o una concezione, più ambiziosa, sul modello del Bancor di Keynes, proposto nel 1944. L’assenza di consenso su questo punto potrebbe essere il principale ostacolo all’emergere di una “moneta comune”, a meno che alcuni membri dell’Unione Europea non decidano di fare i cavalieri solitari. Dopotutto, questo principio è stato mantenuto anche quando si è presa la decisione di costituire l’euro…

(1)    http://www.lastampa.it/2015/02/24/multimedia/italia/fassina-pdla-grecia-esca-dalleuro-q93wq2qG2AlhCuZLRC5FkM/pagina.html e http://ideecontroluce.it/liceberg-e-sempre-piu-vicino/
(2)    Streeck W., «L’Europe doit abandonner l’euro», Le Monde, martedì 3 marzo 2015, p. 16. [Trovate qui la versione da noi tradottaNdT]