P. Legrain, ex membro della Commissione Europea e membro della London School of Economics, può finalmente dire quello che qualcuno in Italia già diceva 3 anni fa: l’euro non è compatibile con la democrazia. Negare ai cittadini di poter decidere il proprio destino e mettere nell’angolo nazioni debitrici ha già portato, in Europa, conseguenze estremamente nefaste.

 

di Philippe Legrain, 6 marzo 2015

“Le nuove elezioni non cambiano nulla”, ha dichiarato il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, prima delle elezioni greche di gennaio che hanno proiettato al potere un governo radicale di sinistra che ha promesso la fine dell’austerità e richiesto un taglio del debito ai suoi creditori dell’eurozona. La nuova amministrazione greca, ha insistito Schäuble, deve accettare i termini siglati dal suo predecessore. Per la gran parte, il nuovo governo greco li ha accettati, nonostante le promesse elettorali. Come possono allora essere davvero cambiate le politiche distruttive imposte da persone come Schäuble? L’appartenenza all’eurozona è compatibile con la democrazia?

Questo non è solo un problema greco. Quest’anno sono previste le elezioni in Spagna, e la sinistra radicale di Podemos è in testa nei sondaggi. Infatti, praticamente in tutte le elezioni dopo la crisi, gli elettori hanno fatto fuori il loro governo, solo per sentirsi dire da Schäuble e dai suoi scagnozzi dell’eurozona che la nuova amministrazione doveva attenersi alle politiche fallite che gli elettori avevano appena respinto. Nel 2012, per esempio, François Hollande ha ottenuto la Presidenza della Francia impegnandosi a finire l’austerità, ma è stato presto costretto da Berlino a fare marcia indietro. L’anno scorso, forte di un mandato dalla sua clamorosa vittoria nelle elezioni europee di maggio, il primo ministro riformista dell’ Italia, Matteo Renzi, ha richiesto modifiche alle regole di bilancio dell’eurozona che avrebbero consentito al governo italiano di investire di più. Le sue richieste sono state respinte.

Naturalmente, i politici spesso smentiscono le facili promesse elettorali quando si confrontano con la dura realtà del governare. Questa è una (deplorevole) caratteristica della democrazia, piuttosto che la prova della sua mancanza. Ma i vincoli alla democrazia nell’eurozona sono molto reali. Nel 2011, le autorità dell’eurozona misero alla porta i primi ministri eletti in Italia e in Grecia — quest’ultimo per aver avuto il coraggio di offrire ai greci un referendum sulle condizioni ingiuste imposte loro dalla Germania — e li hanno sostituiti con tecnocrati più influenzabili e non eletti.

Per quanto riguarda la Francia, non sono i mercati che impediscono al governo di impegnarsi in uno stimolo fiscale — al contrario, gli investitori fanno a gare a concedere prestiti gratuiti a Parigi — sono Berlino e Bruxelles. Ed è la Cancelliera Merkel, non la “realtà” economica che impedisce all’ Italia e ad altri paesi di chiedere –razionalmente – soldi in prestito per investire, in modo da rafforzare la domanda attuale e l’offerta futura così come le finanze pubbliche.

Quando viene sfidato, la risposta di Schäuble è che gli accordi devono essere rispettati: le regole sono regole. Ma l’affermazione che le regole dell’eurozona sono scolpite nella pietra non solo è antidemocratica; non è vera. Berlino ha ripetutamente abusato della sua influenza sulle istituzioni dell’UE per riscrivere le regole dell’eurozona, e continua a violarle con impunità.

Le banche tedesche hanno prestato troppo ad una Grecia insolvente? Non c’è problema! Violeremo la base giuridica su cui è stata costituita l’eurozona — il “divieto di salvataggio” del trattato di Maastricht che vieta ai governi membri di “salvare” gli altri membri — e salviamo di nascosto quelle banche prestando il denaro dei contribuenti europei ad Atene. Le banche tedesche hanno prestato troppo anche alle banche insolventi irlandesi, portoghesi e spagnole? Kein Problem! (nessun problema! NdVdE). In collusione con le élite nazionali corrotte, prestiamo soldi ai governi di quei paesi in modo che possano salvare le banche locali e insieme ai loro creditori tedeschi. I contribuenti tedeschi iniziano a preoccuparsi di dover coprire i debiti dell’Europa meridionale? Allora riscriviamo le regole fiscali, sotto il manganello del panico finanziario creato dagli errori della Merkel, e imponiamo una nuova camicia di forza fiscale che dà a Berlino e Bruxelles un maggiore controllo sui bilanci degli altri paesi.

L’enorme avanzo delle partite correnti della Germania — il risparmio in eccesso generato dalla sua politica di fregare i propri vicini calmierando i salari per sovvenzionare le esportazioni — è stato il carburante per gli incauti prestiti delle banche tedesche che hanno causato la crisi dell’Eurozona. Ora esso è il sistema attraverso il quale la Germania sta esportando la deflazione. In breve, esso rappresenta il più grande, il più destabilizzante disequilibrio all’interno dell’unione monetaria. Ed esso viola le regole dell’eurozona sugli squilibri macroeconomici. Ma questo sarà mai un problema per Bruxelles? Certo che no. I tedeschi contano sulle autorità dell’eurozona per farla franca, e la Commissione Europea si inchina a Berlino. Ma se gli elettori degli altri paesi vogliono cambiare le cose, anche solo nei loro paesi? Nein, nein, nein: non c’è alternativa (TINA: There is no alternative nell’originale NdVdE).

Nel caso greco, il governo tedesco ha escogitato una giustificazione ancor più in malafede. Non c’è niente di antidemocratico nel costringere il governo greco a piegarsi alla volontà di Berlino, dice Schäuble: al contrario, Atene deve anche rispettare la volontà degli elettori in altri paesi dell’eurozona. Ed è vero che i contribuenti della Germania e di tutta l’Eurozona ci rimetterebbero — ingiustamente —se la Grecia ottenesse la riduzione del debito di cui ha bisogno per riprendersi. Ma perché? Perché la Merkel ha violato la regola del “nessun salvataggio” per prima, mettendo gli interessi delle banche tedesche davanti a quelli dei cittadini europei — compresi i tedeschi — e ha messo gli europei uno contro l’altro. Se solo gli elettori tedeschi realizzassero che la Merkel e Schäuble hanno mentito loro e li hanno venduti, non cadrebbero nella trappola nazionalista di incolpare i greci per i misfatti delle proprie banche e del proprio governo!

Per ottenere la riduzione del debito, la Grecia dovrà chiamare il bluff della Germania – come ho sostenuto due settimane fa – ed essere pronta a emettere una valuta parallela. L’estensione del salvataggio di quattro mesi che Atene ha accettato dai suoi creditori UE il mese scorso, dà il tempo al nuovo governo greco di preparare la sua strategia. Ma più in generale, come potrebbe essere ripristinata la democrazia fiscale? La rabbia e la diffidenza create dalla cattiva gestione della crisi sono tali che al momento è politicamente inconcepibile fare passi verso un federalismo democratico. Un’opzione migliore sarebbe quella di ripristinare la regola “niente salvataggi” e con essa la libertà dei governi di rispondere a circostanze economiche e priorità politiche mutevoli — vincolata dalla disponibilità dei mercati a prestare e, in ultima istanza, dal rischio di default. (La Banca Centrale Europea dovrebbe anche avere il mandato per essere un buon prestatore di ultima istanza per i governi illiquidi.) Oppure si potrebbe rompere l’euro.

Privare gli elettori del diritto di fare legittime scelte economiche e politiche è insostenibile. E, come ha dimostrato la tragica esperienza della Germania di Weimar, l’imposizione di un peso insopportabile di pagamenti agli odiati creditori esteri conduce all’estremismo politico. Martin Wolf del Financial Times ha osservato che l’eurozona è stata fatta per essere un’unione tra democrazie, non un impero. La Merkel e Schäuble dovrebbero ricordarselo.