Jacques Sapir  racconta della conferenza organizzata ad Atene, che finalmente contempla in maniera esplicita la possibilità per la Grecia di uscire dall’euro. Questa conclusione pare obbligata in ogni caso, ma occorre che la politica si muova per evitare che essa avvenga in maniera conflittuale e disordinata. La conclusione del grande economista francese è che, per evitare catastrofi, l’Europa deve abbandonare la moneta unica al più presto.

 

di Jacques Sapir, 16 marzo 2015

La conferenza organizzata dal settimanale The Economist sul rapporto tra la Grecia e i suoi creditori ha consentito una discussione molto franca sulla possibilità di un’uscita della Grecia dell’euro. Questa idea, pur se ancora provoca una sensazione di paura e di incertezza in una parte del pubblico, comincia ora ad essere molto più accettata. Un’ipotesi che è stata quindi discussa nell’ambito di questa conferenza è stata quella di un’ ‘uscita di velluto’ (velvet exit). Si noti il riferimento al processo di separazione tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia, che a suo tempo fu chiamato “rivoluzione di velluto”. Il fatto che questa ipotesi possa essere discussa e valutata dai molti partecipanti a questa conferenza, sia greci sia stranieri, è un segno inconfondibile del progresso dell’idea di un’uscita dall’euro. Essa corrisponde a ciò che l’ex Presidente Francese, Valéry Giscard d’Estaing ha definito, alcune settimane fa, un “GREXIT amichevole

Questa conferenza ha riunito, sotto la guida della signora Joan Hoey, che dirige l’edizione locale dell’Economist, e che è anche una conosciuta analista della situazione locale,  insieme al vice ministro degli affari esteri, signor Euclid Tsakalatos e a Nikos Vettas, direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale e professore di economia presso l’Università di Atene, vari accademici:

  1. Andreas Nölke, professore di economia e relazioni internazionali, dell’università Goethe di Francoforte.
  2. Henk Overbeek, professore di relazioni internazionali all’Università di Amsterdam.
  3. Giovanni Dosi, professore di economia e direttore degli studi economici presso l’Università di Pisa.

Oltre al sottoscritto.

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La Posizione Ufficiale di Syriza

Questa posizione è stata presentata da Tsakalatos. Il vice ministro ha subito riconosciuto che c’è una contraddizione tra i principi della democrazia e quelli dell’Unione economica e monetaria, (UEM, meglio conosciuta come eurozona). L’architettura dell’UEM era difettosa fin da principio (1999) e nelle condizioni e con le strutture attuali non può far fronte ai problemi che si trova davanti. Dopo aver sottolineato la natura temporanea dell’accordo tra la Grecia e i suoi creditori (l’eurogruppo, ma anche il Fondo monetario internazionale) egli ha insistito sulle difficoltà attuali della Grecia, che si trova ad affrontare una fuga di capitali dal sistema bancario (12 miliardi di euro nel mese di febbraio) oltre a un’incertezza finanziaria sulla sua capacità di rimborsare il debito. Tsakalatos ha sottolineato anche il problema della disoccupazione, che colpisce oggi più del 26% della popolazione attiva, e della fuga dei cervelli, che rischia di privare la Grecia delle sue menti più brillanti e promettenti. In queste condizioni, l’eurogruppo si è assunto la responsabilità di esercitare delle pressioni politiche ed economiche sempre più forti sul governo greco. Ma in Grecia è chiaro a tutti, ed è stato confermato da varie reazioni, che ormai è impossibile tornare indietro, allo status quo ante precedente al 25 gennaio.

Le autorità europee stanno commettendo un grosso errore nel descrivere SYRIZA come un partito populista. SYRIZA è un partito che ha un programma e lo applicherà. L’alleanza politica con il partito AN.EL. (“greci indipendenti”), e che fa tanto infuriare il partito europeo dei liberali di sinistra (e anche Angela Merkel…) è da questo punto di vista perfettamente logica. In realtà, il problema si pone per i partiti socialdemocratici nel resto d’Europa. Adottando delle politiche che sono sempre più lontane dalle preoccupazioni dei propri elettori, sono proprio questi ultimi partiti che rendono il terreno fertile per i movimenti populisti, o nazionalisti, in Francia, Italia e anche in Gran Bretagna. Se l’elezione di un nuovo Parlamento non comporta cambiamenti significativi nella politica di un paese, allora vuol dire che la democrazia non esiste più. La questione della sovranità nazionale è quindi cruciale.

Il debito o la competitività?

Una delle questioni che è stata immediatamente affrontata è stata quella di stabilire se il problema principale sia il debito, o se questo non sia che la conseguenza del problema ben più importante della produttività, sia per la Grecia, ma anche per molti paesi dell’eurozona. Nella presentazione che ho fatto (e che può essere vista qui su questo blog) ho mostrato come il debito è aumentato significativamente a partire dal 2008 non solo in percentuale al PIL (grafico 1), ma anche in miliardi di euro. Questo riflette sia il forte aumento dei tassi di interesse che ha iniziato a penalizzare la Grecia, ma anche gli effetti deleteri delle politiche di austerità.

Grafico 1

Debito pubblico della Grecia in percentuale al PIL

evoluzione debito greco 1

Grafico 2

Debito pubblico della Grecia in valore assoluto

debito pubblico grecia valore ass

Fonte : Grafici 1 e 2, dati del FMI.

Tuttavia, anche se si cerca di presentare il problema della Grecia come un problema di debito, in realtà è piuttosto di un problema di produttività e di competitività che si tratta. Su questo punto gli interventi di Dosi, Nölke e il mio sono stati convergenti. Nel momento in cui alcuni paesi fanno parte di un’unione monetaria con un paese molto più avanzato (la Germania) è imperativo che si crei un bilancio federale per trasferire risorse verso quei paesi. In mancanza di ciò, le distorsioni economiche tra i paesi più avanzati e gli altri possono solo peggiorare, dato che il meccanismo  ‘naturale’  di aggiustamento, la svalutazione rispetto al paese più avanzato, non esiste più. Il confronto dell’evoluzione dei costi unitari del lavoro in rapporto alla Germania è estremamente istruttivo a questo riguardo.

Grafico 3

Scarto del costo unitario in confronto alla Germania

scarto costo lavoro

Fonte : dati dell’OCSE

La questione del debito quindi non è altro che la cartina tornasole di squilibri strutturali molto più profondi e dell’assenza di qualsiasi meccanismo di correzione. Dosi e Vettas hanno sottolineato il fatto che, negli Stati Uniti, esistono differenze molto significative di produttività e competitività tra stati. Ma questo è tollerabile solo perché c’è un enorme bilancio federale (tra il 63% e il 65% della spesa). Infatti, possiamo ora toccare con mano la previsione fatta da Georges Brown, Cancelliere dello scacchiere del Regno Unito nei primi anni settanta, in una conferenza presso l’Istituto europeo di Firenze. Certamente, una moneta europea sarebbe un vantaggio, ma per funzionare richiederebbe che ciascun paese si impegnasse a versare il 10% del suo PIL in un bilancio federale. Oggi sappiamo che il bilancio della UE ha a malapena raggiunto l’1,23%.

In realtà, la risposta alla crisi dell’eurozona che richiede più federalismo si scontra con il seguente fatto: essa richiede che la Germania si impegni a trasferire tra l’8% (calcolo di J. Sapir) e il 12% (calcolo di P. Arthus) del PIL ogni anno e per un periodo di circa 10 anni, in modo che si arrivi a una vera convergenza. Il problema quindi non è che i tedeschi non vogliono dare tale contributo, ma che essi non possono acconsentire senza provocare un collasso della loro economia. Qualsiasi discorso che non tenga in considerazione questa fredda realtà è condannato ad essere solo un volo pindarico.

La questione dell’austerità

I diversi soggetti che sono intervenuti, sia G. Dosi, che Nölke o Overbeek, hanno tutti insistito sugli effetti distruttivi della politica di austerità, non solo nel caso della Grecia, ma anche dell Portogallo, della Spagna e dell’Italia. Giovanni Dosi ha ricordato che il moltiplicatore della spesa pubblica era stato grossolanamente sottovalutato dalle autorità dell’Unione Europea, e questo anche dopo la pubblicazione del famoso studio di Blanchard, risalente al gennaio 2013 [1]. Molto chiaramente le politiche attuate sotto il nome di “Memorandum” non solo non funzionano, ma hanno effetti molto distruttivi sull’economia. Queste politiche, e c’era un ampio consenso tra i quattro diversi interlocutori su questo punto, non sono state messe in atto per ‘aiutare’ la Grecia, ma solo per consentire ai paesi creditori di essere rimborsati. Questo è stato recentemente riconosciuto in una nota dal FMI. Ma anche su questo punto, esse si sono dimostrate controproducenti. Infatti, è chiaro che la Grecia, a seguito dei vari protocolli, non è in grado di ripagare il suo debito. Le politiche messe in atto per far uscire questo paese dall’insolvenza, al contrario, l’hanno condannato all’insolvenza.

Sorge allora la domanda se queste politiche non avevano in realtà altri obiettivi. Sia il professor Nölke che il professor Overbeek hanno avanzato l’ipotesi che queste politiche siano state progettate per portare la Grecia ad esempio agli altri paesi del sud Europa, per mostrare loro fino a che punto è possibile impoverire una popolazione e distruggere la classe media. Questo esempio mira a convincere i sindacati e i partiti politici degli altri paesi che è meglio accettare una demolizione della legislazione sociale relativamente ordinata (che si verifica in Francia ad esempio con la “legge Macrono”, ma che avviene anche in Italia), che trovarsi in una situazione come quella della Grecia o della Spagna. Questa spiegazione renderebbe conto della grandissima rigidità dell’Eurogruppo nei negoziati in corso.

Ma un’altra spiegazione è possibile, che non è in contraddizione con quella espressa da Nölke e Overbeek. La Germania fa pressione sulla Grecia per ottenere garanzie che l’austerità – qualunque sia il suo prezzo – sarà mantenuta ed eviterà quindi che si inneschi un processo verso ciò che realmente la terrorizza: la trasformazione dell’eurozona in una ‘Unione di trasferimento’ dove il contributo richiesto alla Germania andrebbe crescendo anno dopo anno. Si può assolutamente pensare che questa ipotesi che ho fatto, e che ha avuto il consenso del professor Nölke, potrebbe combinarsi perfettamente con l’idea della Grecia (e in misura minore di Spagna e Portogallo) portata a esempio  agli altri paesi europei.

Quali margini di manovra?

Su questo punto, il dibattito è stato più aperto tra il gruppo dei quattro economisti stranieri e i due rappresentanti greci. Pur con delle differenze di tono (il Professor Overbeek si mostra un po’ più ottimista rispetto a Dosi, Nölke e me), noi riteniamo che l’atteggiamento delle autorità di Bruxelles e dell’Eurogruppo sia quello di richiedere una resa incondizionata della Grecia. Questa è chiaramente la posizione della Germania e, nei fatti, si deve notare l’allineamento della Francia e dell’Italia sulla posizione di Berlino. Il ‘fronte unito’ contro la Grecia che si manifesta oggi, è in realtà un’alleanza di circostanza. È chiaro l’interesse della Germania a distruggere la speranza che rappresenta il governo di Syriza. Per il governo spagnolo, il motivo è la paura di veder sorgere Podemos come una forza politica importante, oltre al legame (e si è parlato di una corruzione di fatto) tra i leader conservatori spagnoli e tedeschi. La Francia spera (o s’illude) di ottenere da Bruxelles e dalla Germania un trattamento preferenziale nella riduzione del disavanzo in cambio del sostegno a Berlino. Lo stesso vale per l’Italia. Ma questo significa che, in un certo senso, la paura del cambiamento ha unito gli attori intorno alle posizioni più reazionarie, cioè quelle della Germania. Il tradimento [del proprio paese] da parte delle élite nazionali, in Francia, Italia e Spagna, ha quindi toccato nuove vette. Ma è anche chiaro che Syriza ha sottovalutato questo fenomeno. La Grecia non ha niente da aspettarsi da governanti falliti che hanno rinunciato a qualsiasi visione del futuro del loro paese e ora sembrano motivati solo a delle manovre irrilevanti per mantenersi, per qualche tempo ancora, al potere.

Tuttavia, neanche la Germania ha molto spazio di manovra. Se spinge la Grecia al limite, e sembra che essa sottovaluti il consenso patriottico e anti-tedesco che ora regna ad Atene, la Grecia uscirà dall’euro. Tuttavia, le conseguenze di tale atto sono assolutamente imprevedibili. Ma se la Germania all’ultimo momento accetta il compromesso, dimostrerà che si possono avere significativi sconti sull’austerità. In realtà, sia la Grecia che la Germania sono su traiettorie dalle quali non possono deviare se non a costi politici assolutamente esorbitanti. Questo è ciò che rende probabile e credibile l’ipotesi di un’uscita della Grecia dall’Eurozona, il cosiddetto “GREXIT”.

L’« uscita di velluto » è possibile?

Una parte della discussione, e le discussioni “non ufficiali” che spesso sono le più interessanti in questo tipo di convegni, ruotavano intorno all’ipotesi della famosa “uscita di velluto”.

A livello puramente tecnico, questa soluzione avrebbe grandi vantaggi. Per la Grecia, sarebbe accompagnata da un compromesso su tutto o parte del suo debito e da una politica monetaria che ritroverebbe la sua libertà con un controllo sui capitali e la possibilità da parte della Banca Centrale di alimentare di liquidità le banche e l’economia. In cambio di un compromesso sul debito, che eviterebbe ai paesi dell’UEM di affrontare le perdite di un fallimento, questi paesi concederebbero un prestito di 20 miliardi alla Banca centrale della Grecia per il periodo di transizione necessario alla dracma per stabilizzarsi.

Ma, politicamente, è difficile vedere come le posizioni attuali sarebbero compatibili con un’uscita concordata. Il rischio per l’Eurogruppo è di veder messa in discussione l’irreversibilità dell’euro e, a poco a poco, si metterebbe in atto un meccanismo di dissoluzione dell’eurozona. È chiaro che contemporaneamente alla Grecia, o immediatamente dopo, sarebbe la volta di Cipro. Possiamo immaginare  poi che gli investitori riterrebbero il Portogallo e la Spagna i prossimi della lista. Quindi, una volta che questi paesi fossero di fatto costretti a uscire, sarebbe la volta dell’Italia e della Francia. Questo purtroppo rende un’ipotesi di uscita non negoziata, il “GREXIT conflittuale”, molto più probabile. La Grecia farebbe allora default sul proprio debito (come la Russia fece nel 1998). I paesi dell’Eurozona bloccherebbero la circolazione dell’’euro’ greco sul loro territorio e la Grecia sarebbe costretta a ritornare alla dracma. Si porrebbe allora il problema della stabilizzazione della dracma, e la Grecia probabilmente dovrebbe ricorrere a uno dei grandi paesi dei BRICS (la Cina o la Russia) per l’istituzione di un fondo di stabilizzazione. L’impatto sull’eurozona di un’uscita conflittuale della Grecia sarebbe ancora più forte dell’ipotesi precedente. Questa uscita conflittuale sarebbe un’enorme e palese ammissione del fallimento delle istituzioni europee.

Pertanto riteniamo che i paesi dell’Eurogruppo faranno di tutto per evitarle di arrivarci. Ma, d’altra parte, non possono – e alcuni non vogliono – trovare un compromesso sull’austerità. Ed è qui che la natura dell’euro si dimostra molto perversa. Politicamente concepito per essere il coronamento della costruzione europea, si scopre essere in realtà il peggior veleno all’interno dell’Unione Europea. All’inizio lentamente ma poi in modo sempre più veloce ed evidente, esso sta per ammazzare la UE. Le politiche messe in atto per salvare l’euro si sono dimostrate essere inefficaci ed essere una negazione profonda e duratura della democrazia. Esse provocano una polarizzazione sempre più violenta dei paesi gli uni contro gli altri.

Una conclusione s’impone 

Il caso della Grecia è ovviamente emblematico. Quello che c’è in gioco in quel paese infelice riguarda tutti noi e, osiamo dire, avrà un’influenza sul nostro destino. La libertà e la democrazia si giocano ad Atene. Come a Maratona e Salamina, sì, la storia si ripete anche se i barbari ora vengono dal nord. Se non mettiamo rapidamente fine all’infelice esperienza della ‘moneta unica’, c’è da temere che essa ci porterà a terribili disastri.

 

[1] Blanchard O. et D. Leigh, « Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers », IMF Working Paper, n°13/1, gennaio 2013.