Anche Philippe Legrain, a suo tempo fautore della moneta unica e consigliere economico della Commissione, prende le distanze dalla gestione antidemocratica della UE, paventando che in questo modo l’unica strada che si lascia agli elettori per esprimere la propria voce sia quella della rivoluzione! Legrain sostiene il ritorno alle regole di mercato, perché evidentemente ancora ritiene che il mercato sia in grado di portare all’equilibrio economico, cosa che sappiamo smentita sia dalla teoria che dalla realtà dei fatti, e ancora non riconosce che la UE si basa sulla flessibilità di fatto delle sue regole, applicate di caso in caso secondo la convenienza politica… 

di Philippe Legrain, 25 marzo 2015

Noi non cambiamo la nostra politica in base alle elezioni“, ha insistito Jyrki Katainen, vice-presidente della Commissione europea per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, dopo le elezioni greche di gennaio. Il che, per quanto si possa non gradire il nuovo governo radicale di sinistra di Atene, è piuttosto forte come dichiarazione, per un funzionario non eletto dell’UE. E fa sorgere la domanda: come possono gli elettori riuscire effettivamente a cambiare la politica dell’eurozona? Rivoluzione?

Tanto più che la politica evidentemente non riesce a realizzare il mandato che sarebbe di Katainen, di creare posti di lavoro, crescita e investimenti. La disoccupazione nella zona euro è all’11,2%, più del doppio degli Stati Uniti, e al 26% in Grecia. L’economia della zona euro è ancora del 2% inferiore al suo picco pre-crisi dell’inizio del 2008, mentre la Grecia è sotto del 26%. Gli investimenti delle imprese sono ai minimi da 20 anni. Per quanto riguarda la competitività – la riduzione dei costi per promuovere le esportazioni – si tratta di un pervicace obiettivo mercantilista; i governi dovrebbero invece puntare ad aumentare la produttività.

La zona euro oggi è una faccenda molto diversa dall’unione monetaria che è stata lanciata nel 1999 – e non solo perché è in crisi. Con tutti i suoi difetti, il progetto iniziale della unione monetaria era decentrato e in gran parte basato sul mercato, e lasciava abbondante spazio alla democrazia nazionale. I governi eletti mantenevano un’ampia discrezionalità fiscale, purché i loro deficit non superassero il 3% del PIL. (Scrivendo per The Economist, al tempo, ho sostenuto che l’euro avrebbe potuto fare a meno di queste regole di bilancio). L’emissione di titoli di Stato averebbe dovuto essere disciplinata dai mercati, con la garanzia che i governi che si fossero messi nei guai non sarebbero stati salvati né dai loro pari (la “regola di no-bailout”), né dalla BCE (il divieto di finanziamento monetario). E i governi nazionali avrebbero mantenuto una libertà quasi totale sugli altri aspetti della politica economica, come ad esempio sulle riforme da fare (o non fare) e su come realizzarle. Solo la politica monetaria era (necessariamente) collocata in una posizione centrale, presso la Banca centrale europea a Francoforte.

Ma da quando è scoppiata la crisi, la zona euro è diventata molto più centralizzata, molto meno flessibile, governata da un sistema di comando e controllo poco democratico, da Berlino, Bruxelles e Francoforte.

Il caso greco è il più estremo. Per anni, le amministrazioni greche una dopo l’altra hanno preso prestiti eccessivi e mentito sui conti. Nel 2010, la Grecia è stata tagliata fuori dal mercato perché gli investitori hanno finalmente capito che sarebbe stato sciocco continuare a concedere prestiti ad un governo i cui debiti erano così ingenti che non sarebbe in grado di rimborsarli per intero. Se le autorità della zona euro avessero rispettato la regola del nonsalvataggio del Trattato di Maastricht, la Grecia avrebbe quindi dovuto chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Il FMI avrebbe ristrutturato i debiti della Grecia prima di fornirle un prestito condizionale per permetterle di rimanere a galla per qualche anno, fino a che non avesse messo in ordine le sue finanze pubbliche, riformato la sua economia e riguadagnato l’accesso al mercato.

Ma le autorità della zona euro hanno deciso invece di far finta che la Grecia stesse semplicemente attraversando temporanee difficoltà di finanziamento. Hanno quindi violato la regola del non-salvataggio prestando al governo greco il denaro dei contribuenti europei, apparentemente per motivi di solidarietà, ma in realtà, al fine di salvare i suoi creditori, in particolare le banche francesi e tedesche. Tale decisione catastrofica ha radicalmente cambiato la natura dell’unione monetaria.

Per cinque lunghi anni, la Grecia è stata amministrata come una quasi-colonia dall’ odiata Troika – la Commissione europea e la BCE, insieme all’FMI. Abbastanza giusto, si potrebbe dire: se la Grecia non può prendere in prestito dai mercati e si basa invece su un finanziamento UE-FMI, questi hanno il diritto di imporre condizioni sui loro prestiti. Sì, in effetti, ma perché la Grecia continua anche adesso a non avere accesso ai mercati? Perché, lo scorso anno, molto prima che si profilasse all’orizzonte l’elezione di un governo di sinistra, quando il governo aveva un avanzo primario – un avanzo di bilancio al netto degli interessi – ancora non poteva prendere in prestito in maniera sostenibile dai mercati, a differenza di ogni altro governo della zona euro? Dopo tutto, i suoi creditori europei insistono che è solvibile.

La ragionne è che la Grecia è ancora, di fatto, insolvente. E che i suoi creditori europei rifiutano di ristrutturare i suoi debiti, e minacciano (illegalmente) di costringerla a uscire dall’euro se fa unilateralmente default.  E’ intrappolata in una moderna prigione per debitori. Oppressa dai debiti impagabili, non è in grado di riprendersi, di riconquistare l’accesso al mercato e quindi di riprendere il controllo del proprio destino economico. Quindi chiedere la cancellazione del debito per la Grecia non è una cosa di sinistra – anche l’ex capo del FMI in Europa, Reza Moghadam, che è un uomo di sinistra così radicale che ora lavora per la banca d’affari americana Morgan Stanley, pensa che il debito deve essere dimezzato – è una necessità economica e democratica.

Il salvataggio dei creditori della Grecia e gli ulteriori prestiti a Irlanda, Portogallo e Spagna – soprattutto per salvare le banche locali, che sarebbero altrimenti inadempienti nei loro debiti verso quelle tedesche e francesi – hanno fatto temere ai contribuenti del nord Europa che essi avrebbero finito per diventare responsabili di tutti debiti del sud dell’Europa. Così il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha chiesto un controllo molto più forte sui bilanci degli altri paesi – e la Commissione europea è stata fin troppo felice di obbedire. Di conseguenza, la zona euro nel suo complesso è ormai stretta in una camicia di forza fiscale: regole dell’UE più severe, oltre al fiscal compact.

Questo non è economicamente auspicabile, perché i paesi che condividono una moneta – e quindi non hanno più la propria politica monetaria o di cambio – necessitano di una maggiore flessibilità fiscale, non minore. Ed è politicamente deleterio, perché ogni volta che gli elettori rifiutano un governo, come hanno fatto in quasi tutte le elezioni dopo la crisi, i funzionari dell’UE, come Katainen, immediatamente compaiono in televisione a chiedere al nuovo governo di attenersi alle politiche che gli elettori hanno appena respinto. Che dei lontani funzionari di Bruxelles, non eletti e non responsabili vero gli elettori, debbano negare agli elettori le loro legittime scelte democratiche sulla politica fiscale e le decisioni di spesa, allontana le persone dalla UE. E se il voto per i politici tradizionali non porta al cambiamento, non può sorprendere che si rivolgono agli estremisti.

Come potrebbe essere ripristinata la democrazia fiscale nella zona euro? Una possibilità sarebbe quella di creare un’autorità fiscale elettiva dell’eurozona  (questo tentativo di dare una veste democratica apparente alla UE, in realtà non cambierebbe niente, come si sostiene qui, ndVdE). Ma tale è la rabbia e sfiducia che ora esiste nella zona euro che il passaggio verso il federalismo democratico è politicamente inconcepibile. Una soluzione migliore sarebbe quella di ripristinare la regola del non salvataggio e con essa la libertà dei governi eletti di rispondere al mutare delle circostanze economiche e delle priorità politiche – perché siano vincolati dai mercati e in ultima analisi dal rischio di default. Può essere creato un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, mentre la BCE dovrebbe essere incaricata di intervenire per evitare il panico. Per migliorare la disciplina di mercato, e le regole di adeguatezza patrimoniale delle banche, che ridicolmente trattano tutti i titoli di Stato come privi di rischio, come dovrebbero esere i titoli prestati in garanzia dei prestiti della BCE. Una zona euro più flessibile, decentrata e democratica, che ripristini la libertà politica dei governi, mentre si basa su mercati, non su decisioni arbitrarie da Berlino e Bruxelles, sarebbe molto meglio per tutti.

Spogliare gli elettori del diritto di fare delle legittime scelte economiche e politiche è insostenibile. E come dimostra la storia tragica di Weimar in Germania, l’imposizione di pagamenti insostenibili ad odiati creditori stranieri porta all’estremismo politico. Martin Wolf del Financial Times ha osservato che la zona euro è destinata ad essere una unione di democrazie, non un impero. Katainen e altri funzionari della zona euro dovrebbero tenerlo a mente.

Philippe Legrain, che è stato consigliere economico del presidente della Commissione europea 2011-2014, è senior fellow presso la London School of Economics dell’Istituto europeo e autore di European Spring: Why Our Economies and Politics Are in a Mess — and How to Put Them Right.