Jacques Sapir commenta l’ultimo World Economic Report del FMI, che fa due importanti ammissioni: l’indebolimento delle economie dell’eurozona è strutturale, e le tanto perorate riforme sulla flessibilità del lavoro non aumentano affatto la crescita.  Se lo scopo delle riforme fosse davvero quello dichiarato,  non c’è dubbio che i politici dovrebbero prenderne atto…

di Jacques Sapir,  14 aprile 2015

La crescita potenziale è un concetto che tiene conto dei fattori di crescita (dai dati demografici agli investimenti [1], passando per l’istruzione e formazione, ma anche per le istituzioni del mercato del lavoro), e che cerca di anticipare l’evoluzione della crescita in un contesto macroeconomico “neutrale”, senza accelerazione o decelerazione dell’inflazione. Questo concetto è stato sviluppato in un ambiente largamente influenzato dalla forma moderna della teoria neoclassica. Tuttavia, l’introduzione di alcuni elementi esterni a questa teoria ha aggiunto un’importante componente di realismo [2]. Questo concetto appare quindi compatibile, tramite alcuni aggiustamenti, con la teoria eterodossa [3], come è stato illustrato in un articolo del 2012 [4]. Si possono stabilire, a determinate condizioni, delle relazioni stabili tra il capitale produttivo e la crescita potenziale, come era stato dimostrato nei primi anni 60. [5]

Il Fondo monetario internazionale, nel suo World Economic Report di aprile 2015 [6], utilizza quindi questo concetto. I risultati di questo studio (capitolo 3) sono particolarmente interessanti, perché contraddicono molti dogmi indiscussi del discorso economico contemporaneo. Senza dubbio questo è il momento di ricordare che è proprio abbattendo i mostri sacri che si può trovare la via migliore per andare avanti.

Crescita, potenziale di crescita e impatto della zona euro.

Il primo punto che emerge da questo studio è che, nelle economie sviluppate, il declino della crescita potenziale (e non necessariamente reale) è iniziato intorno al 2000 e si è intensificato dopo la crisi del 2007-2009. Questa crescita potenziale è stata in media di circa il 2,25% all’anno nel periodo 2001-2007, mentre nel 1996-2001 raggiungeva il 2,5% all’anno; dal 2008 al 2014  è scesa all’1,3% all’anno, e si prevede che nel periodo 2015-2020 dovrebbe risalire soltanto a circa l’1,6% all’anno. [7]

La crescita potenziale sembra dunque aver subito una contrazione dello 0,6% all’anno nei paesi sviluppati e addirittura dello 0,9% se si confronta il livello precedente agli anni 2000 con il livello di crescita stimato per i prossimi anni. A questo proposito, fa riflettere lo scarsissimo recupero del cosiddetto periodo “post-crisi”. Si tratta di una novità rispetto alle precedenti crisi finanziarie, caratterizzate comunque da forti contrazioni del credito [8]. Va qui osservato l‘impatto della riduzione della crescita degli investimenti nella zona euro. Ciò corrisponde all‘ampiezza delle politiche di aggiustamento fiscale. [9]

Le cause di questo declino sono molteplici. Così, negli Stati Uniti la causa risiede nei bassi investimenti a partire dal 2003. A questo deve essere aggiunta l‘evoluzione della struttura demografica e le condizioni di formazione della forza lavoro. Tuttavia, è necessario distinguere la tendenza degli Stati Uniti (e del Canada) da quella europea. Per l’Europa, e in particolare per la zona euro, il rallentamento della crescita potenziale appare particolarmente grave. Questo implica che gli effetti negativi dell’Unione economica e monetaria si sarebbero manifestati anche al di là della crescita reale, come aveva già messo in luce il lavoro di Jorg Bibow [10].

Non solo l’euro avrebbe comportato un cambiamento di politica macroeconomica in un senso sfavorevole alla crescita, cosa che si può misurare in maniera molto diretta [11], ma avrebbe anche avuto degli effetti negativi sul potenziale di crescita, il che comporta un indebolimento strutturale delle economie della zona euro. [12] L’eurozona appare in una situazione peggiore delle altre economie sviluppate, anche se non consideriamo l’effetto del ciclo economico. [13] Questo punto è di grande importanza.  Bisogna dire che nello studio del FMI compaiono solo 4 paesi della zona euro, Germania, Francia, Italia e Spagna. Ma questi paesi realizzano da soli circa l’80% del PIL della zona euro. E’ quindi chiaro, e può essere considerato come dimostrato, che l’euro ha avuto degli effetti negativi non solo sulla politica macroeconomica (come dimostrato da Bibow), ma anche sulla crescita potenziale. Qui crolla davanti ai nostri occhi il primo dei mostri sacri.

Quali riforme per quale potenziale di crescita.

Ma lo studio del Fondo monetario internazionale non si ferma qui. Esso considera l’impatto di una serie di misure strutturali, che possono essere adottate a breve termine dai governi, sulla produttività totale dei fattori e dunque sulla crescita potenziale. La relazione esamina i loro effetti sui diversi settori dell’economia e sulla crescita potenziale totale.

Chapter 3. Where Are We Headed? Perspectives on Potential Output, World Economic Outlook, April 2015

Fonte: World Economic Outlook aprile 2015, Fondo Monetario Internazionale, capitolo 3, pag. 38.

Il rapporto classifica dunque 7 fattori, oltre agli investimenti produttivi e alle strutture demografiche, che possono influenzare la crescita potenziale:

  • L’evoluzione della normativa sui prodotti.
  • L’evoluzione della normativa sul mercato del lavoro (cioè la “flessibilità”).
  • Gli effetti delle imposte sul lavoro.
  • La disponibilità di manodopera altamente qualificata.
  • Gli investimenti in ricerca e sviluppo.
  • Gli investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
  • Le infrastrutture

Tuttavia, che cosa si può constatare?

In primo luogo, le due misure che possono avere il maggiore impatto a medio termine (o in un orizzonte temporale di 5 anni), sono gli investimenti in tecniche di ricerca e sviluppo e gli investimenti in comunicazione e informazione. Gli autori riferiscono che gli investimenti in infrastrutture possono avere un effetto cumulativo (il che è facilmente comprensibile).  I cambiamenti nella regolamentazione del mercato del lavoro (e questi cambiamenti sono naturalmente misure di maggiore flessibili del lavoro) non producono alcun effetto. Ancora più interessante; se ora consideriamo un orizzonte di breve termine, di meno di tre anni, vediamo che le misure relative alla flessibilità e ai cambiamenti delle regole del mercato del lavoro portano a ridurre la crescita potenziale.

Bisogna quindi ricordare che da oltre 15 anni queste misure vengono difese come misure che necessariamente devono portare a un aumento della produttività e della crescita potenziale. Ricordiamo che in Francia la tesi portata avanti dal governo per far approvare dal parlamento la famigerataLegge Macron”, è proprio questa. Ricordiamo anche che è proprio l’assenza di tali misure nel programma di riforma presentato dal governo greco all’Eurogruppo, che è stata denunciata da quest’ultimo, ma anche (purtroppo) dal Primo ministro francese Manuel Valls e dal competente Commissario europeo (Pierre Moscovici). Ora, se diamo retta al rapporto del FMI, dobbiamo riconoscere che il governo greco ha avuto ragione a non cedere su questo punto.

Ciò significa che il discorso sulle “riforme strutturali” nel campo del mercato del lavoro è solo un discorso ideologico e che persino un modello, come quello del FMI, fortemente improntato all’economia neoclassica, non si rivela in grado di dimostrare alcun effetto positivo di queste misure. E qui crolla, davanti ai nostri occhi, il secondo dei mostri sacri del discorso economico portato avanti da almeno ventanni. Non si potranno mai ringraziare abbastanza gli esperti del FMI per l’opera di utilità pubblica che hanno svolto.

Ma c’è da temere che, invece di nascondere la loro vergogna (che dovrebbe essere grande) e la loro incompetenza (che non è da meno) i Valls, i Macron e i Moscovici continueranno a perorare e a spiegarci, con la faccia tosta dei prestigiatori (e mi scuso con coloro che esercitano questa professione), delle assurdità economiche.

Note

[1] Sul concetto di investimenti produttivi, Beffy, Pierre-Olivier, Patrice Ollivaud, Pete Richardson, et Franck Sedillot. 2006. “New OECD Methods for Supply-Side and Medium-Term Assessments: A Capital Services Approach.” OECD Working Paper 482, Organisation for Economic Co-operation and Development, Paris.

[2] Cfr in particolare N.G. Mankyw et R. Reis, What Measure of Inflation Should a Central Bank Target, Harvard University, working paper, Dicembre 2002, come anche G.N. Mankyw et R. Reis, “Sticky Information versus Sticky Prices: A Proposal to Replace the New Keynesian Phillips Curve” in Quarterly Journal of Economics, vol. 117, n°4/2002, pp. 1295-1328.

[3] R. Boyer et J. Mistral, Accumulation, Inflation, Crises , PUF, Paris, 1978 ; R. Boyer, (ed.), Capitalismes fin de siècle, Paris, PUF, 1986.

[4] Sapir J., Inflation monétaire ou inflation structurelle, un modèle hétérodoxe bi-sectoriel, FMSH, Working Paper n°14, juin 2012. http://halshs.archives-ouvertes.fr/FMSH-WP/halshs-00712645

[5] Jorgenson D.W. (1963), «Capital Theory and Investment Behavior», American Economic Review, vol. 53, n°2, May, pp.247-259

[6] World Economic Outlook d’avril 2015, pubbblicato dal FMI, Capitolo 3, curato da Patrick Blagrave, Mai Dao, Davide, Furceri (responsabile del gruppo), Roberto Garcia-Saltos, Sinem Kilic Celik, Annika Schnücker, Juan Y.pez Albornoz, e Fan Zhang, con l’assistenza tecnica di Rachel Szymanski, disponibile dal 16 aprile su www.imf.org

[7] Idem, p.2.

[8] Claessens, Stijn, and M. Ayhan Kose. “Financial Crises: Explanations, Types, and Implications.” IMF Working Paper 13/28, International Monetary Fund, Washington, 2013. Claessens, Stijn, and Marco E. Terrones, “How Do Business and Financial Cycles Interact?” Journal of International Economics 87 (1), 2012, pp. 178–90.

[9] Baunsgaard T., A. Mineshima, M. Poplawski-Ribeiro, et A. Weber, “Fiscal Multipliers”, in Post-crisis Fiscal Policy, ed. by C. Cottarelli, P. Gerson, and A. Senhadji, Washington: FMI, Washington DC, 2012

[10] Bibow J., « Global Imbalances, Bretton Woods II and Euroland’s Role in All This », in J. Bibow et A. Terzi (dir.), Euroland and the World Economy: Global Player or Global Drag?, New York (N. Y.), Palgrave Macmillan, 2007

[11] Sapir J., Faut-il sortir de l’Euro ?, Le Seuil, Paris, 2012.

[12] World Economic Outlook di aprile 2015, pubblicato dal FMI, op.cit., p. 23.

[13] Furlanetto, F., P. Gelain, et M. Taheri Sanjani. “Output Gap in Presence of Financial Frictions and Monetary Policy Trade-Offs.” IMF Working Paper 14/128, International Monetary Fund, Washington 2014