Container im Hamburger Hafen

Münchau: PERCHÉ GLI INVESTIMENTI SONO COSÌ DEBOLI IN GERMANIA

Su Der Spiegel Wolfgang Münchau spiega ai suoi connazionali i misteri dei saldi settoriali: se gli  investimenti tedeschi sono troppo scarsi, il problema risiede nello squilibrio delle eccessive esportazioni. E li avverte che presto saranno i primi di un  campionato in cui, però,  giocheranno da soli. Se la lobby degli imprenditori chiede un abbattimento del costo del lavoro,  la soluzione giusta sarebbe proprio il contrario.

di Wolfgang Münchau, 13 aprile 2015

Traduzione di Mauro Colombo

È sempre sorprendente come anche in un paese avanzato le più semplici relazioni di economia nazionale non vengano prese in considerazione. C’è un recente rapporto della confcommercio tedesca (DIHK) secondo il quale le industrie tedesche investono all’estero più di quanto non abbiano mai fatto prima. Ci si sorprende di ciò e si dà la colpa, come sempre, agli alti costi, soprattutto quelli del lavoro. Tuttavia, tanto la diagnosi del problema, quanto le raccomandazioni che la accompagnano, sono sbagliate.

Quando un Paese ha un eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni, gli investimenti all’estero non ci dovrebbero minimamente sorprendere. L’eccedenza tedesca sarà quest’anno di circa l’8.5% del PIL. E’ un surplus enorme per un paese grande come la Germania.

Secondo il principio della partita doppia, per ogni surplus commerciale c’è una voce opposta esattamente della stessa misura. Non dovrebbe sorprendere il lettore che, stando così le cose, il surplus commerciale rappresenti una grande fetta dei succitati investimenti all’estero. La bilancia delle partite correnti rappresenta, oltre alla differenza tra importazioni ed esportazioni, anche gli eccessi dei nostri risparmi sugli investimenti. Ciò significa che noi tedeschi risparmiamo più di quanto investiamo. E siccome i risparmi e gli investimenti alla fine si equivalgono sempre, i risparmi in eccesso devono essere investiti all’estero. Così funziona la macroeconomia.

Quella che facciamo passare come una notizia scioccante, non è altro che il rovescio di un’altra notizia anch’essa scioccante, cioè un attivo della bilancia commerciale che distrugge tutto. Per una normale economia nazionale ci sarebbe l’evidente meccanismo di aggiustamento del cambio. La valuta locale si apprezzerebbe e i beni tedeschi diventerebbero più costosi all’estero. Le esportazioni diminuirebbero e nello stesso tempo le merci straniere diventerebbero più economiche nel mercato interno. La loro vendita aumenterebbe e perciò l’eccesso di esportazioni diminuirebbe.

Adesso la Germania non ha più la sua moneta, bensì l’euro, e questo si svaluta. A causa di ciò, in Germania i surplus di bilancia delle partite correnti aumentano a livelli sempre più alti: presto raggiungeremo il 10%. Allora non saremo più i campioni delle esportazioni, perché sarebbe un campionato in cui giocheremo da soli. La stessa Cina e il Giappone hanno abbandonato questa politica folle, perché si sono accorti che non è nel loro interesse. Hanno capito che se i loro imprenditori ottengono avanzi commerciali così grandi,  vuol dire che investono all’estero.

La carenza di investimenti è solo un sintomo

Se anche noi tedeschi parliamo della carenza di investimenti, tuttavia non cogliamo il vero problema: gli avanzi così grandi. Ci sono solo due metodi efficaci per ridurre questi eccessi: attraverso ulteriori spese pubbliche o attraverso l’aumento generalizzato dei salari. Lo stato non può dettare all’economia privata la politica salariale, ma può osare un primo importante passo: se il settore pubblico va avanti a introdurre aumenti salariali, allora la maggior parte del settore privato lo seguirà. Il problema non si risolve con degli stimoli per gli investimenti al settore privato.

La soluzione del problema è anche l’opposto di quanto chiede l’associazione degli imprenditori. Gli imprenditori chiedono salari più bassi per avere uno stimolo a investire in patria. Ma il ragionamento degli imprenditori non funziona, e ne è un esempio l’economia nazionale nel suo complesso. Un’ulteriore diminuzione degli stipendi renderebbe tutto più difficile: le importazioni diminuirebbero ulteriormente e le esportazioni aumenterebbero. Sull’economia tedesca, la diminuzione degli stipendi avrebbe lo stesso effetto di una svalutazione. Questo farebbe indebolire ulteriormente la domanda interna e lascerebbe aumentare senza limiti l’avanzo delle partite correnti, già troppo elevato.

Il cronico avanzo di partite correnti della Germania è anche una misura di come l’unione monetaria dell’euro non funzioni. Avremmo bisogno di una regia economica centrale per combattere tali squilibri. L’ottimo sarebbe un mercato unificato dei capitali e del lavoro, che purtroppo non abbiamo. Le banche rimangono nazionali, nonostante l’unione bancaria. In ultima istanza ogni governo garantisce per gli istituti finanziari del proprio territorio. I mercati del lavoro sono sempre regolati su base nazionale. Senza una integrazione politica, allora rimangono solo gli odiati trasferimenti fiscali. Ma anche se non si vuole, sorgono degli squilibri fino a che non scoppia tutto. Quindi gli squilibri, e non la Grecia, sono la minaccia dell’euro.

Chi asserisce di voler affrontare il problema, dovrebbe porre al centro le eccedenze delle esportazioni e non la presunta carenza di investimenti. La carenza di investimenti è solo un sintomo. Nel dibattito tedesco vengono continuamente confuse le relazioni causa-effetto.

Il ministro dell’economia Sigmar Gabriel riceve dalla commissione di esperti insediatasi l’anno scorso dei consigli per risolvere il problema degli investimenti. Io gli consiglierei di porre un paio di domande scomode, e prima di tutto, come intendono promuovere gli investimenti interni in presenza di elevati e continui squilibri con l’estero.

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