La stampa tedesca mette sempre più apertamente in dubbio la moneta comune. Thomas Kirchner sul Süddeutsche Zeitung, uno dei quotidiani più importanti vicino al partito di governo, con un’analisi certamente strabica e volta ad evitare l’ascesa dei partiti euroscettici, arriva comunque a riconoscere gli squilibri dell’eurozona, ad affermare che l’euro sta mettendo i popoli europei uno contro l’altro e a dire che è arrivata l’ora di prenderne in considerazione lo smantellamento (qui la traduzione in inglese).

 

di Thomas Kirchner, 16 aprile 2015

L’euro mette i popoli del continente europeo l’uno contro l’altro invece di unirli. Pertanto è tempo di mettere in discussione la moneta comune.

Il ministro delle finanze Schäuble non è persona che parlai per dare aria alla bocca. Di conseguenza, i mercati hanno preso sul serio ciò che ha appena detto a New York, che non ci si deve aspettare una rapida soluzione della controversia sul debito greco. Ma tale soluzione è necessaria per salvare il paese da un default. Questo può solo significare che la decisione che alla fine la Grecia deve lasciare l’Euro è stata più o meno presa.

Potremmo davvero essere arrivati a quel punto. I governi e il mondo della finanza sembrano aver fatto i conti con il “Grexit”, e forse effettivamente non ne deriverà un grande caos. Ma almeno andrebbe tutto bene se la zona euro si sbarazzasse di questo problema? Possiamo, anzi dobbiamo dubitarne, quindi è il momento di parlare chiaramente. L’unione monetaria ha dei problemi che vanno ben oltre la Grecia. Non funziona, almeno non nella sua forma attuale. Questa non è una novità. Prima e dopo l’introduzione, scienziati e politici, non necessariamente quelli eurofobici, hanno sottolineato i difetti di base del progetto. Si è voluto provare lo stesso. La crisi finanziaria globale ne ha poi brutalmente manifestato i limiti.

L’euro divide i popoli e così si mette in discussione

L’euro ha avuto origine in gran parte dal desiderio della Francia di rompere il predominio monetario della Bundesbank tedesca. I tedeschi hanno sacrificato il loro pesante D-Mark perché volevano promuovere l’integrazione europea, che era diventata la loro ragion di Stato dopo le guerre mondiali. L’Euro è stato costruito sulla speranza, non sulla ragione. Era chiaro che le valute non possono essere condivise senza creare adeguate strutture politiche, istituzioni abbastanza potenti per intervenire nella politica fiscale delle nazioni. Ma gli architetti dell’euro credevano che la politica avrebbe seguito [la moneta], non appena le economie avessero cominciato a crescere insieme. Volevano garantire la disciplina per mezzo di regole severe.

In realtà, le economie sono cresciute in maniere diverse. Alcune avevano finanze pubbliche ragionevolmente sane, una moneta forte e bassa inflazione. Le altre erano in deficit, con una moneta debole e tassi di inflazione relativamente elevati. Di conseguenza, per la media della zona euro, la politica monetaria della Banca centrale europea si è rivelata una politica che divide piuttosto che unire. I tassi di interesse erano inizialmente troppo alti per la Germania e hanno spinto la sua economia nella recessione. Per la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda, tuttavia, la politica monetaria è stata in realtà troppo lassista fino al 2008. Spinta dal credito a basso costo dei paesi del nord, l’economia in quei paesi si è surriscaldata. Salari e debito privato sono saliti alle stelle, così come la domanda di beni importati.

L’Europa ha bisogno del proprio governo economico?

Questa gestione difettosa, da cui la Germania ha tratto enorme beneficio,  è la causa di fondo della crisi dell’euro. Solo una sorta di governo economico europeo con un bilancio enorme potrebbe correggere gli squilibri mediante trasferimenti che sarebbero di gran lunga maggiori di quelli sperimentati dalla Germania nella sua riunificazione. Questa strada è politicamente bloccata. Molto più potere a Bruxelles? I cittadini europei non lo accetterebbero.

Non disponiamo di strumenti idonei. L’ostinata insistenza sulle regole, associata al ritiro dei risparmi, che alimenta la rabbia nel Sud, non aiuta. Né sarebbe utile dare alla Grecia “più soldi” per solidarietà. Qualcosa deve cambiare ad Atene, ma preferibilmente non per un’imposizione dell’Eurogruppo. Sono proprio le disposizioni straniere che i greci sentono come umilianti.

Si deve considerare lo smantellamento dell’unione monetaria

L’unione monetaria divide gli europei. Gli insulti volano, il clima politico è diventato gelido. Come principale supervisore europeo, la Germania attira risentimenti come nessun altro paese, anche se agisce con le migliori intenzioni. Così, se ci si preoccupa per l’Europa, l’opzione che per ovvie ragioni è stata finora ignorata, lo smantellamento dell’unione monetaria o almeno la sua riduzione a un gruppo di stati omogenei, dovrebbe lentamente essere messa sotto esame. Il pensiero crea ansia. Nessuno sa se questo può essere realizzato, e in che modo. I suoi costi finanziari e politici sono imprevedibili. Ma sono probabilmente molto più bassi rispetto al caos e alle accuse che ci si può aspettare in caso di fine disordinata dell’unione monetaria.

Anche il centro politico deve essere in grado di pensare a queste idee in una prospettiva europeista, non per ultimo anche al fine di tagliare l’erba sotto i piedi di coloro che considerano l’Europa una cospirazione neoliberista, come la sinistra radicale, e di coloro che promuovono un ritorno al cattivo vecchio nazionalismo, come AfD & co.