Jacques Sapir prevede i prossimi passi della crisi greca.  I paesi dell’eurozona giocano duro e mettono la Grecia all’angolo. Varoufakis è convinto di potersi giocare le sue carte, perché se la Grecia esce dall’euro chi ha più da perdere è proprio l’eurozona. Ma per gli eurocrati la questione non è razionale: è ideologica. Andranno avanti fino alle estreme conseguenze, fino al disastro o alla completa sottomissione di Syriza e della democrazia greca intera.

 

di Jacques Sapir, 18 aprile 2015

La questione di un possibile default della Grecia nei prossimi giorni o settimane è ormai all’ordine del giorno. Ma questa questione è talvolta confusa con quella della liquidità interna. Come spesso accade, questa questione è attualmente il principale strumento politico usato dall’eurogruppo per strangolare la Grecia e cercare di imporre politiche che sono state rifiutate dagli elettori il 25 gennaio. Questo già dice molto sul concetto di democrazia dei principali leader europei e particolarmente di M. Jean-Claude Juncker (un recidivo in questo campo, che aveva dichiarato, dopo le elezioni del 25 gennaio: “non ci possono essere scelte democratiche che vanno contro i trattati europei” [1]) e M. Moscovici. Aggiungiamo che le recenti dichiarazioni di Schäuble [2] sono perfettamente in sintonia. Si può constatare che per i leader dell’Unione Europea la parola «democrazia» è soltanto uno slogan privo di contenuti .

La questione dei rimborsi

La Grecia deve soldi al FMI, alla BCE e ai diversi fondi salvastati (l’ESM e l’EFFS). I piani di rimborso fino al 19 giugno sono i seguenti:

Grafico 1 – Il programma dei rimborsi

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Possiamo vedere che, oltre a dei piccoli rimborsi alla BCE, la parte principale, almeno fino al 19 giugno, sarà quella dei rimborsi al FMI (2,54 miliardi di euro). Ora, il Fondo Monetario Internazionale ha assunto un atteggiamento molto più “morbido” rispetto a quello della BCE o dell’eurogruppo, che supervisiona i pagamenti da effettuarsi al MES e all’EFFS. Non si può quindi escludere che su questi 2,54 miliardi di euro sarà trovato un accordo. Ma questa soluzione può solo essere temporanea. La Grecia dovrà rimborsare, tra capitale e interessi, circa 7 miliardi a diverse istituzioni europee tra fine giugno e inizio luglio. Il governo greco ha ripetutamente dichiarato che non effettuerà questi pagamenti perché essi assorbirebbero la totalità (e oltre) del (piccolo) avanzo primario che è stato conseguito e che il governo vuole destinare alle misure di sostegno alla popolazione e alle misure per riavviare l’attività economica. Sappiamo anche che l’eurogruppo, per il momento, rifiuta questa soluzione. L’eurogruppo si rifiuta addirittura di negoziare il debito e cerca di imporre riforme che oltre ad essere totalmente inutili [3], vengono rifiutate dal governo greco e soprattutto dal suo elettorato. Quindi ci troviamo in un vicolo cieco.

Da questo si può dedurre che un default greco potrebbe verificarsi già nelle prossime settimane, ma in ogni caso avverrà tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. A meno che, da una parte o dall’altra, non ci sia un cambiamento di posizione.

La crisi di liquidità

Per fare in modo che la Grecia ceda, e per imporre le politiche che gli elettori greci rifiutano, l’eurogruppo sta organizzando un razionamento nell’offerta di liquidità alla Grecia. La Banca Centrale Europea ha “sconsigliato” alle banche greche di acquistare obbligazioni del tesoro, escludendo de facto la Grecia dal meccanismo di aiuti di liquidità di emergenza (ELA) e sta alzando molto lentamente il massimale delle sue offerte di liquidità. Un autore della rivista americana Foreign Policy, che non può essere sospettato di essere un estremista di sinistra, arriva persino a parlare di «sporchi trucchi» della Commissione di Bruxelles contro la Grecia [4]. Questa situazione, insieme ai prelievi dalle banche greche e alla fuga dei capitali, che nel marzo scorso hanno raggiunto un livello molto alto, mettono il paese a rischio che la sua economia, indebolita dalle misure di austerità messe in atto dal “protettorato” europeo, collassi rapidamente. Questo è un problema diverso rispetto a quello del default. Il collegamento tra i due problemi è che se la Grecia fa default sui suoi debiti verso l’estero, la BCE non potrà più finanziare legalmente le banche greche. Il default provocherà una crisi di liquidità.

Una soluzione potrebbe consistere nell’emissione da parte del governo greco di debiti al portatore IOU (“I owe you” = “io ti devo”, ndt) pienamente effettivi, che potrebbero essere usati da individui e imprese come moneta. Ma è chiaro che tale misura sarebbe equivalente alla creazione di una valuta parallela all’euro, che si sostituirebbe ad esso molto rapidamente nelle transazioni.

Allora si stabilirebbe molto rapidamente un tasso di cambio implicito, con il riconoscimento che questo debito varrebbe il 98%, poi il 95% poi probabilmente anche meno del suo valore nominale in euro. Di fatto, la Grecia sarebbe fuori dall’eurozona e dovrebbe rapidamente affrontare la questione dei conti correnti e a termine delle banche e determinare una circolazione questa volta scritturale e non meramente fiduciaria di questi “titoli di debito”.

L’idea che una valuta parallela permetterebbe alla Grecia di restare nell’eurozona è un’illusione. La storia è piena di casi di paesi che hanno usato una valuta parallela sui loro territori e ci insegna che questi sistemi sono altamente instabili. Una valuta parallela, qualunque sia il suo nome, finirebbe col ricreare, in effetti, la dracma. Ma essa in realtà è la migliore soluzione per la Grecia nella situazione politica attuale.

La questione politica

Il governo greco ha costruito la sua strategia sul fatto che l’eurogruppo avrebbe avuto molto più da perdere da una crisi rispetto alla Grecia. Nel caso di un default greco, i governi dell’eurozona dovrebbero spiegare ai loro elettori che la BCE deve essere ricapitalizzata con urgenza e che le perdite del MES e dell’EFFS devono essere coperte. Inoltre, un default greco comporterebbe l’attivazione dei CDS (credit default swaps) che sono stati emessi. Infine, a livello psicologico, questa crisi indicherebbe a tutti gli osservatori che l’euro non è irreversibile, così come il fatto che i paesi del «centro» dell’eurozona non sono pronti ad affrontare le conseguenze del funzionamento dell’eurozona. Basterebbero solo un paio di settimane perché la crisi si ripercuota sui paesi periferici (Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia). Passo dopo passo, si arriverebbe all’implosione dell’eurozona. Ecco perché il governo greco non vuole cedere. Aggiungiamoci anche il fatto che, come tutti possono comprendere, se cedessero, perderebbero immediatamente tutta la credibilità e legittimità e che Syriza, un partito che è passato in pochi anni dal 4% al 36%, sarebbe condannato a scomparire.

Ma dove il governo greco sbaglia, è nel pensare che le decisioni dell’eurogruppo saranno adottate sulla base degli interessi economici. Infatti, i governi dei paesi dell’eurozona sono enormemente influenzati dalla dimensione politica e simbolica. L’euro, come dice da anni il filosofo italiano Diego Fusaro, non è una moneta, è un progetto politico e simbolico. E questo progetto non può ammettere un compromesso con la Grecia. Perché, se ci fosse un compromesso, esso convaliderebbe la strategia di Tsipras e di Syriza, e tutte le politiche di austerità andrebbero in pezzi (dando un forte incoraggiamento a Podemos in Spagna e a Sinn Fein in Irlanda), non solo sconfiggendo la Germania (e i suoi alleati), ma anche i politici che, negli altri paesi, hanno costruito la loro carriera su questo progetto (ad esempio François Hollande).

Ecco perché un compromesso è in realtà un’illusione. Non esiste alcuna alternativa per l’eurogruppo se non uccidere o essere uccisi. Non esiste alcuna alternativa per il governo greco se non andare in battaglia o perire.

Il vicolo cieco e la rottura

Infatti, nessuno dei due avversari, il governo greco e l’eurogruppo, ha alcun margine di trattativa. Questa è la situazione voluta dal ministro greco delle finanze, Yannis Varoufakis, che conosce bene la teoria dei giochi, e che ha trasformato l’apparente debolezza del suo paese in una forza. Questa tecnica è chiamata «debolezza coercitiva». Ma la teoria dei giochi funziona solo quando si affronta un avversario razionale. Tuttavia, ormai da anni i leader europei hanno abbandonato il criterio della razionalità e sono guidati solo dall’ideologia e dall’arroganza, la “hybris” del progetto europeista. Potremmo tradurre questo termine con “grandiosità”. Ma in realtà, siamo andati ben oltre. È un’emozione violenta ispirata dalle passioni, nel caso europeo in particolare dall’arroganza, soprattutto l’arroganza politica. Gli antichi greci consideravano la hybris un crimine.

La strategia di Varoufakis è alle prese con l’arroganza. Questo è uno scenario che egli dovrebbe conoscere bene. E dovrebbe sapere anche che, quando ci si trova di fronte all’arroganza, solo la rottura è possibile.

 

 

[1] Naulot J-C., « Le défi Tsipras », Libération, 14/04/2015, http://www.liberation.fr/monde/2015/04/14/le-defi-tsipras_1241076

[2] http://www.lesechos.fr/monde/europe/02114542169-passe-darmes-entre-sapin-et-schauble-sur-la-france-1112348.php

[3] In particolare le “riforme” del mercato del lavoro. Si veda il World Economic Outlook di aprile 2015, pubblicato dal FMI, capitolo 3, scritto da Patrick Blagrave, Mai Dao, Davide Furceri (team leader), Roberto Garcia-Saltos, Sinem Kilic Celik, Annika Schnücker, Juan Ypez Albornoz, e Fan Zhang, con l’assistenza tecnica di Rachel Szymanski, disponibile dal 16 aprile su www.imf.org

[4] Legrain P., « Greece Needs to Start Playing Hardball With Germany », Foreign Policy, 10 aprile 2014, http://foreignpolicy.com/2015/04/10/greece-needs-to-start-playing-hardball-with-germany/