Vox: Il TTIP È Perfetto per le Élite. Lo È Anche per gli Altri?!

Vox.com offre una prospettiva critica da parte statunitense sul TTIP, il famigerato trattato di libero scambio transatlantico che si sta concludendo a porte chiuse nella pressoché totale esclusione del dibattito politico. Curiosamente gli stessi sostenitori del TTIP sono costretti a riconoscere che l’accordo avrà un impatto economico limitato (e il motivo è semplice: il commercio è già così libero che ci sono ben pochi spazi per liberalizzarlo ancora). Ma infatti il TTIP non serve a questo: serve ai gruppi industriali più potenti per avere mezzi con cui interferire nelle decisioni politiche dei singoli paesi oltrepassando la democrazia.

 

di Timothy Lee, 17 aprile

Nel 2011 l’Australia ha stabilito delle nuove leggi anti-fumo secondo le quali i produttori di sigarette dovranno distribuire i loro prodotti in semplici pacchetti di color verde uniforme. Gli attivisti anti-fumo ritengono che questa legge dell’Australia possa essere un modello per il mondo intero. Sperano che la sostituzione del logo delle aziende con dei messaggi grafici di avvertimento sulla salute possa rendere le sigarette meno attraenti per i consumatori, specialmente per i minori.

Ovviamente le aziende produttrici di tabacco detestano questa legge. E hanno perciò trovato un modo sorprendente per cercare di contrastarla: sono riusciti a convincere i governi di Ucraina e dell’Honduras a sporgere denuncia al WTO (Organizzazione Mondiale per il Commercio), per il fatto che il nuovo regolamento violerebbe le regole del commercio globale.

Il processo è attualmente in corso, e non sappiamo cosa verrà deciso da WTO. Ma questa disputa si è ripresentata più volte nei dibattiti sul TTIP (il trattato sul libero commercio transatlantico), un nuovo imponente accordo commerciale che dovrà essere completato entro i prossimi mesi. L’amministrazione Obama sostiene che l’accordo servirà ad espandere il commercio globale e a rafforzare la posizione dominante dell’America in Asia. I detrattori dicono che il trattato porterà solo ad un maggior numero di dispute come quella dell’Australia, dispute nelle quali le lobby più potenti cercheranno di utilizzare le regole sul commercio per annullare i provvedimenti presi dai governi democraticamente eletti.

Il TTIP riguarda una gamma enorme di argomenti. Oltre alle classiche questioni sul commercio, come i dazi, riguarda la formulazione dei diritti sul lavoro, le leggi ambinetali, le leggi sul copyright e sui brevetti, sull’e-commerce, sulle imprese di proprietà pubblica, sulla corruzione e sugli appalti pubblici.

Gli accordi sul commercio come il TTIP sono diventati così complessi perché la comunità imprenditoriale globale ha capito come risolvere il problema che ha tormentato i filosofi e i leader politici per tanti secoli, cioè come risolvere gli accordi internazionali coi denti. Il processo stabilito dal WTO per risolvere le controversie, che funge da modello per il TTIP, pone una pressione sui paesi affinché mantengano effettivamente le promesse che fanno sugli accordi commerciali. Questo è il motivo per il quale chiunque abbia degli interessi in ballo — ricchi investitori, compagnie farmaceutiche, sindacati, gruppi ambientali, e cosi via — si sta affrettando a salire sul carrozzone.

Ma il modo complesso, segreto e anti-democratico nel quale il TTIP sta venendo definito irrita molti. L’accordo avrà degli effetti profondi e molto duraturi sui paesi che lo firmeranno, nonostante agli elettori di questo paese non sia nemmeno permesso di vedere il testo finché le trattative non saranno finite, e allora sarà troppo tardi per portare dei cambiamenti. Non è una sopresa che molti gruppi — come l’AFL-CIO (la federazione dei sindacati statunitensi), i gruppi per le libertà civili come la Electronic Frontier Foundation, e perfino i libero-scambisti del Cato Institute — abbiano sollevato delle preoccupazioni su tutto ciò.

La guerra di Roquefort

La maggior parte delle persone non ha prestato attenzione quando il WTO fu creato, il primo gennaio 1995. Ma i produttori francesi di formaggio lo hanno certamente notato nel 1999, quando gli Stati Uniti hanno imposto una tassa del 100 percento sul formaggio Roquefort. Altre specialità europee, come la mostarda Dijon, il cioccolato francese e i tartufi sono stati presi di mira.

La maggiorazione delle tariffe fu autorizzata come parte di una disputa condotta presso il WTO. Fin dagli anni ’80 l’Europa aveva bandito la vendita di manzo trattato con gli ormoni, che è invece molto comune negli Stati Uniti. In una denuncia esposta al WTO nel 1996, gli USA sostennero che questa legge violava gli impegni presi dall’UE in materia di commercio. La commissione del WTO si disse d’accordo con gli Stati Uniti, e li autorizzò alla rappresaglia, che consisteva nell’aumentare notevolmente le tasse imposte su una serie di prodotti europei.

Come tutte le sanzioni del WTO, l’obiettivo di questi aumenti delle imposte è quello di mettere pressione ai decisori politici europei affinché cambino le leggi. Ma questa mossa ha anche sollevato una generale collera contro gli Stati Uniti e il WTO. Poco dopo che fu imposta la tassa sul Roquefort, un agricoltore e pastore francese di nome José Bové si vendicò vandalizzando un McDonald che era a quel tempo in costruzione vicino alla sua fattoria. La protesta gli valse una breve condanna alla prigione, ma lo rese anche un’icona mondiale nella lotta contro il WTO.

Il caso del manzo agli ormoni sollevato in UE e delle confezioni di sigarette in Australia rappresentano delle colorite dispute che hanno ricevuto molta attenzione da parte della stampa. Ma va detto che non si tratta nemmeno dei tipici casi che si vedono posti al WTO. La maggior parte delle dispute presso il WTO riguardano questioni molti precise e tecniche sulle politiche commerciali. Per esempio, l’UE si è recentemente lamentata per il fatto che lo stato di Washington offrirebbe tali agevolazioni fiscali ai costruttori di veivoli, che violerebbero le leggi internazionali sul commercio.

L’UE si è sentita così forte sul caso del manzo agli ormoni che si è rifiutata di cambiare questa legge per oltre un decennio — perfino quando, nel 2009, l’amministrazione Bush ha innalzato al 300 percento le tasse sul formaggio Roquefort. Ma questo, in realtà, è insolito. La maggior parte delle vole la minaccia di sanzioni ritorsive ottiene i suoi risultati. La maggior parte dei paesi — paesi forti come gli USA o gli stati membri dell’UE — obbediscono alle regole del WTO piuttosto che rischiare dei contraccolpi che potrebbero danneggiare le industrie nazionali attraverso le sanzioni commerciali.

Ciò che rende il TTIP diverso è che può effettivamente essere applicato

La possibilità di essere effettivamente applicati, per gli accordi commerciali, è insolita. Per esempio, sebbene il protocollo di Kyoto sulla riduzione dei gas serra preveda delle penali per chi non lo rispetta, i paesi potrebbero semplicemente ritirarsi dal trattato per evitarle — così come ha fatto il Canada nel 2011. Questo è molto più difficile nel caso di un accordo commerciale come il TTIP, dato che ritirarsi vorrebbe dire perdere l’accesso ai mercati esteri. Perciò, se un paese facesse delle promesse all’interno del TTIP e poi non le volesse più mantenere, gli altri paesi avrebbero dei metodi efficaci per costringerlo a rispettarle.

Simon Lester, un esperto di commercio del Cato Institute fa notare come le leggi sul lavoro siano un esempio. Quasi tutti i paesi del mondo sono membri dell’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (ILO), un’organizzazione statunitense che cerca di proteggere i diritti di contrattazione collettiva dei lavoratori. Un po’ come il WTO, anche l’ILO è fondamentalmente priva di artigli. L’ILO può anche affermare che un paese ha violato i diritti dei lavoratori, ma poi non può farci molto.

Pertanto i movimenti americani per il lavoro hanno premuto affinché le leggi sul lavoro fossero incorporate nei trattati commerciali. Questi movimenti hanno ottenuto che le leggi sul lavoro fossero inclusi nell’accordo CAFTA-DR del 2005 tra Stati Uniti, Repubblica Dominicana, e una serie di altri paesi dell’America Centrale. Celeste Drake dell’AFL-CIO ritiene che questo fosse un passo nella direzione giusta, ma dice anche che il CAFTA-DR dà ai governi troppo spazio per sottrarsi alle lamentele quando i diritti del lavoro vengono violati. Per esempio, nel 2008 è iniziata una controversia avviata dagli Stati Uniti per una violazione dei diritti del lavoro in Guatemala, e ancora non è stata risolta sette anni dopo. Drake vuole che le normative sui diritti del lavoro vengano incluse più chiaramente nel TTIP, e che ai governi siano dati dei limiti temporali ristretti per rispondere alle accuse di violazioni dei diritti dei lavoratori.

Questo succede anche in altri ambiti della legge. Hollywood vuole estendere la protezione dei brevetti oltre i 70 anni dalla morte dell’autore. Le compagnie farmaceutiche vogliono rendere più difficile l’introduzione di versioni generiche dei farmaci che hanno il loro nome. I gruppi ambientalisti vogliono protezioni ambientali più forti. Gli investitori internazionali vogliono avere dei mezzi più forti per affrontare i governi che essi ritengono abbiano espropriato i loro investimenti.

E tutti vedono il TTIP come il migliore veicolo per fare ciò. Se un paese non riesce a mantenere i propri impegni all’interno del TTIP, può essere trascinato davanti a un tribunale del TTIP e — se perde — deve affrontare sanzioni commerciali. Ciò significa che i paesi saranno effettivamente costretti a mantenere i loro impegni — cosa che non vale necessariamente per gli altri tipi di accordi internazionali.

La campagna di Big Pharma per alzare i prezzi delle medicine in tutto il mondo

L’industria farmaceutica è stata pioniera nell’utilizzo degli accordi commerciali per dei fini che hanno poco a che fare con la facilitazione del commercio. Negli anni ’80 le case farmaceutiche erano frustrate dal fatto che le leggi molto permissive sui brevetti nei paesi in via di sviluppo come il Brasile e l’India permettessero la produzione di versioni generiche di molti dei loro medicinali. Le denunce esposte all’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, che ha la giurisdizione sulle controversie che riguardano i brevetti, non erano mai molto efficaci.

Pertanto l’industria farmacautica ha iniziato a fare pressioni per includere le leggi sui brevetti all’interno degli accordi commerciali. Questi sforzi hanno avuto effetto nel 1994, quando i paesi del WTO hanno ratificato un accordo sugli “aspetti legati al commercio dei diritti di proprietà intellettuale”. Questo stabilisce degli standard minimi per la protezione dei brevetti, e permette di utilizzare un meccanismo di risoluzione delle controversie applicato dal WTO per punire i paesi che non forniscono delle forti protezioni sui brevetti.

Ma l’industria farmaceutica non era ancora soddisfatta. Dopo due decenni, ogni volta che gli Stati Uniti negoziavano un accordo bilaterale o regionale sul commercio, le aziende farmaceutiche hanno fatto pressioni per richiedere che i paesi adottassero leggi sempre più favorevoli a quelle stesse aziende.

Non tutti credono che ciò sia positivo. Uno dei più energici antagonisti dell’industria farmaceutica è Jamie Love, che dirige una piccola organizzazione no-profit chiamata Knowledge Ecology International. Love crede che gli accordi commerciali abbiano solo fatto alzare i costi delle prescrizioni mediche, rendendoli sempre meno accessibili per molte persone del mondo sviluppato, e totalmente inaccessibili a milioni di persone nei paesi in via di sviluppo. Love dice che il TTIP può peggiorare ulteriormente la situazione.

Un esempio riguarda le leggi per l’approvazione di farmaci complessi noti come farmaci biologici. Prima che questi medicinali fossero introdotti sul mercato, la Food and Drug Administration richiede che i produttori di medicinali dimostrino che i loro prodotti sono efficaci e privi di rischi.

Di solito i dati forniti sull’efficacia di un farmaco servono anche ad altre aziende in competizione che vogliono introdurre farmaci simili. Ma secondo una controversa legge americana, i produttori di farmaci in competizione dovranno aspettare 12 anni prima di poter utilizzare gli stessi dati per le loro vendite. Per poter introdurre farmaci in competizione prima della scadenza, le altre aziende devono replicare, in modo ridondante, le verifiche cliniche. L’aumento di costi che ne deriva prima di poter portare i medicinali sul mercato porta solo meno competizione e prezzi più alti.

L’amministrazione Obama sembra avere dei dubbi sul fatto che debbano servire proprio 12 anni di esclusività dei dati forniti, per premiare i produttori dei nuovi farmaci. L’amministrazione ha proposto, per il 2016, di ridurre il periodo di esclusività da 12 a sette anni. Ciononostante, sotto le pressioni dei gruppi lobbisti e dei loro alleati presso il Congresso, gli stessi negoziatori di Obama per il TTIP starebbero premendo per inserire nel trattato la regola dei 12 anni di esclusività.

Come i gruppi industriali determinano il programma commerciale degli USA

Perché mai i negoziatori di Obama per il TTIP starebbero premendo per i 12 anni di esclusività nonostante lo stesso presidente sia a favore della riduzione del periodo a sette anni? L’ufficio dei Rappresentanti per il Commercio degli USA (USTR) non risponde nonostante molte richieste di commenti. Ma i critici, come Love, dicono che ci siano stretti legami tra l’USTR e i gruppi industriali, e che questi legami avrebbero una grossa influenza sulle priorità dell’USTR stesso.

Nel 2013 ho identificato una dozzina di esempi, riguardanti gli ultimi 15 anni, di persone che si erano trasferite avanti e indietro dall’USTR a vari gruppi industriali, e che avevano favorito la messa in atto di maggiori protezioni per i brevetti o per il copyright —  tra cui sette che avevano lavorato per aziende farmaceutiche o di macchinari medici, e che erano nel frattempo stati anche all’USTR.

I critici affermano che questi stretti legami spiegano perché l’USTR sembra avere una visione così favorevole all’industria per quanto riguarda le questioni sul copyright e sui brevetti. Come mi disse Love nel 2013: “Qual’è il prossimo lavoro che uno avrà dopo essere stato all’USTR? Sarà un lavoro per qualche grande gruppo industriale.”

Per dire la verità, non è che ci debba per forza essere qualcosa di anti-etico in tutto ciò. I funzionari del governo hanno pure il diritto di trovare un lavoro nel settore privato, e non c’è da stupirsi che le aizende che hanno interessi che riguardano le politiche sul commercio siano interessati ad ingaggiare dei veterani dell’USTR. Ma quantomeno, per dirla tutta, i tanti stretti legami tra USTR e gruppi industriali hanno influenzato la cultura di questa organizzazione pubblica. I funzionari dell’USTR e i loro alleati nell’industria hanno la stessa visione del mondo — una visione nella quale gli interessi di certe industrie americane sarebbero più o meno coincidenti con gli interessi degli Stati Uniti nel loro complesso.

Le persone che la pensano diversamente — per esempio, le tante persone nelle organizzazioni di interesse pubblico o nelle università, che ritengono che una eccessiva protezione del copyright e dei brevetti abbia danneggiato i consumatori americani — si sentono messi ai margini.

La liberalizzazione del commercio ha dei piccoli ma effettivi benefici

In passato i dibattiti sugli accordi commerciali hanno riguardato per lo più gli accordi stessi. Ross Perot, per esempio, nel 1992 mise in guardia sul fatto che una gran quantità di posti di lavoro si sarebbero spostati in Messico se gli USA avessero firmato l’Accordo di Libero Scambio Nord Americano. Al contrario, i dibattiti sul TTIP non si sono molto focalizzati sulle clausole commerciali.

Ciò in parte perché gli stessi sostenitori del trattato ammettono che gli effetti economici del TTIP saranno modesti. È difficile stimare l’impatto economico delle disposizioni commerciali contenute nel TTIP, anche perché non sappiamo esattamente cosa ci sia scritto in questo trattato. Uno degli studi più citati riporta che il TTIP possa portare 77 miliardi di dollari aggiuntivi al reddito USA entro il 2025. Si tratta comunque di meno di mezzo punto percentuale dell’attuale PIL statunitense.

“Non ci cambierà drasticamente la vita in una notte”, ha detto Petri. “Siamo un’economia molto grande, e quindi qualsiasi cosa, messa a confronto con la dimensione della nostra economia, appare percentualmente piccola”.

Petri spera che il TTIP possa servire come modello per futuri accordi commerciali che riguardino altre grandi economie, come l’Unione Europea e la Cina. In questo caso, dice, gli effetti economici sarebbero molto più grandi, con aumenti del reddito annuo nell’ordine del 2 percento del PIL.

Un’importante ragione per la quale l’impatto dell’accordo sarebbe così modesto è perché le barriere commerciali sono già molto ridotte. Sono rimasti pochi mercati politicamente sensibili, come quello dell’agricoltura, dove ci sono ancora alcune importanti restrizioni sul commercio. Ma il fatto è che i precedenti accordi commerciali hanno già rimosso così tante restrizioni che semplicemente non c’è più molto spazio per ulteriori progressi.

Come il TTIP dà potere alle élite

Sebbene le possibilità di ulteriori liberalizzazioni del commercio siano poche, la natura degli accordi commerciali è cambiata. Non si tratta più solo di rimuovere barriere sul commercio. Sono diventati dei meccanismi per stabilire delle nuove regole economiche a livello globale.

Questa tendenza secondo Simon Lester, del Cato Institute, è piuttosto allarmante. “Si stanno aggiungendo delle questioni sulle quali sono scettico”, dice. “Non è chiaro quali sarebbero i benefici, mentre ci sono un sacco di controversie”.

E questi sistemi per stabilire regole economiche a livello globale hanno dei seri difetti. Noi ci aspettiamo che le leggi che governano le nostre vite economicamente siano stabilite in modo trasparente, attraverso la rappresentatività e la responsabilità politica. Il processo di negoziazione del TTIP non è nulla di tutto ciò — è segreto, è dominato da potenti addetti ai lavori, e fornisce ben poco spazio d’accesso al pubblico.

L’amministrazione Obama sostiene che è importante che il TTIP vada avanti e sia portato a termine affinché siano gli Stati Uniti — e non la Cina — a definire le regole che governano il commercio sul Pacifico. Ma questo argomento ha senso solo se si ritiene che gli americani che stanno trattando per il TTIP lo stanno facendo nell’interesse dei cittadini americani. Se invece, come dicono i critici, il programma dell’USTR è decisamente sbilanciato a favore di pochi gruppi d’interesse, allora l’accordo potrebbe non essere affatto un bene per l’America.

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