Le Temps: La Grande Divergenza, Ovvero i Danni dell’Euro

Le Temps, uno dei maggiori quotidiani svizzeri, pubblica un articolo del prof. Lambelet, che denuncia il come e il perché l’euro sia stato esattamente quel disastro che molti economisti avevano previsto fin dall’inizio. L’euro, che nei bei propositi iniziali doveva unire l’Europa, la sta distruggendo, e a questo punto, se non vogliamo passare per un’altra guerra, lo dobbiamo abbandonare. Questo articolo dimostra come il dibattito sull’euro si stia finalmente diffondendo al pubblico in Europa.

 

di Jean-Christian Lambelet *, 30 aprile 2015

A parte la Germania e due o tre piccoli paesi, la moneta unica è stata ed è tuttora un disastro per i popoli dell’eurozona, un qualcosa di mal concepito fin dall’inizio, il cui peso grava anche sul resto del mondo. Dobbiamo forse sperare che l’euro inizi a crollare dalle fondamenta?

GraficiLeTemps

Il primo dei due grafici mostra la grande divergenza economica che attualmente sta dividendo e affliggendo il mondo occidentale. Mostra che l’economia americana ha regolarmente recuperato dopo la grave crisi del 2009. Anche la traiettoria della Germania è stata positiva, sebbene in modo meno chiaro e meno regolare, con una stagnazione nel 2012 e nel 2013, poi seguita da una ripresa nel 2014. L’eurozona nel suo complesso, al contrario, offre uno spettacolo desolante: le sue economie nel 2014 hanno prodotto di meno che nel 2007 – a ben sette anni di distanza! Se si considerasse l’eurozona senza la Germania, la perdita di produzione sarebbe ancora più tremenda.

Perché c’è stata una così grave divergenza? Le rigidità strutturali, in particolare quelle del mercato del lavoro, possono essere certamente state una delle cause. L’economia americana e quella tedesca sono, nel complesso, più flessibili e adattabili della maggior parte di quelle dell’eurozona. Ma questa non è l’unica causa né, per quanto ne possiamo pensare, la più importante. È piuttosto alle politiche congiunturali (quella monetaria e quella fiscale) che si deve attribuire la principale responsabilità della divergenza.

Ancora oggi taluni pensano che se un’economia è strutturalmente sana, allora non avrà alcun bisogno dell’intervento dello Stato per correggere i capricci del suo ciclo economico. Tutta la storia economica, però, dimostra il contrario. Se un’economia viene colpita da un forte shock negativo, gli effetti di quest’ultimo possono essere attenuati, se non eliminati, per mezzo delle politiche congiunturali. Queste politiche possono certamente essere gestite male, o servire ai fini sbagliati, e la Grande Depressione degli anni ’30 ne è un esempio eclatante. Ma delle politiche adeguate e applicate a tempo debito possono portare grande sollievo. Se la Federal Reserve (Fed) non avesse, sotto la guida di Ben Bernanke, reagito immediatamente e vigorosamente alla crisi iniziata nel 2008, gli Stati Uniti avrebbero potuto sprofondare in un’altra Grande Depressione – forse il resto del mondo occidentale li avrebbe seguiti.

Perché possa avere uno scopo ben preciso, la politica economica deve tuttavia applicarsi ad un blocco economico relativamente omogeneo. In alternativa, se non c’è sufficiente omogeneità dal punto di vista economico, questo blocco dovrà essere dotato di integrazione fiscale e di bilancio. Una forma di assicurazione contro la disoccupazione che sia finanziata a livello centrale potrà permettere di alleviare uno shock che colpisce una singola regione del blocco economico. Lo stesso vale anche per altre forme di trasferimenti fiscali all’interno di un blocco economico. Sarebbe d’aiuto anche una buona mobilità inter-regionale della forza lavoro.

Ma se un blocco economico si dota di una moneta unica ed è troppo eterogeneo, ha forme di integrazione fiscale solamente rudimentali, e la forza lavoro è poco mobile, non avrà modo di fornirsi di politiche che siano adeguate per tutte le sue regioni contemporaneamente, nel momento in cui esse si trovassero in situazioni differenti.

Questo è quanto è accaduto e sta tuttora accadendo alle economie nazionali dei paesi dell’eurozona, dove vi è un’unica politica monetaria, da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Le politiche fiscali e di bilancio dei singoli paesi sono costrette in una camicia di forza, specialmente per i trattati come il “Patto di Stabilità e Crescita”. La politica monetaria della BCE sembra andare più o meno bene per la Germania, per quanto si potrebbe dire che questo paese abbia un tasso di cambio troppo “favorevole”, che le fa esportare troppo e le fa importare troppo poco, come fu il caso della Svizzera, quando aveva il Franco ai minimi (LT, 9 febbraio 2015). Ma questa politica della BCE evidentemente non va affatto bene agli altri paesi, come la Francia, l’Italia e la Spagna, per non parlare della Grecia. Lo stesso si dica delle politiche fiscali e di bilancio. Tutto ciò non elimina, bisogna dire, la necessità che ci siano degli aggiustamenti strutturali. Politiche economiche adeguate e aggiustamenti strutturali devono andare di pari passo, e ogni paese deve trovare il “mix” che meglio si adatta alla propria situazione.

Non si fa la storia con i “se”, ma è altamente probabile che se i paesi dell’eurozona avessero mantenuto la propria sovranità monetaria e di bilancio, anche quelli che sono stati più duramente colpiti dalla crisi avrebbero potuto rapidamente recuperare. Il secondo grafico fornisce un’indicazione in questo senso. In Europa la Gran Bretagna, la Svezia, la Norvegia e la Svizzera condividono il fatto di aver mantenuto ciascuno la propria moneta, e il fatto di avere avuto una traiettoria di crescita totalmente diversa da quella dell’eurozona. È molto probabile che non sia una coincidenza. La stessa Gran Bretagna, che soffre di un elevato debito pubblico e di un andamento piuttosto problematico della produttività a causa di ragioni strutturali, è comunque riuscita a fare meglio dell’eurozona. È poi da sottolineare l’eccezionale performance dell’economia svizzera, migliore anche di quella degli Stati Uniti.

Dunque una conclusione “eretica” s’impone per forza: se si esclude la Germania e due o tre piccoli paesi, la moneta unica è stata ed è tuttora un disastro per i popoli dell’eurozona, un qualcosa di mal concepito fin dall’inizio, il cui peso grava anche sul resto del mondo attraverso gli scambi commerciali e finanziari. Fin da prima della sua creazione, molti economisti avevano predetto che una moneta unica, con una sola banca centrale, sarebbe stata un progetto che rischiava di andare a finire male, in assenza di un adeguato e proporzionato potere politico. Gli eventi che sono venuti dopo gli hanno dato ragione. Può anche darsi che i piccoli problemi attuali che ci sono con la Grecia siano solo l’inizio.

La moneta unica era stata fatta per spingere l’Europa verso l’unificazione politica. È accaduto esattamente il contrario. Le conseguenze economiche dell’euro hanno alimentato un senso crescente di alienazione verso l’Unione Europea in generale, e ha favorito la crescita di movimenti populisti anti-UE. Angela Merkel di solito dice cose sensate, ma con una grave eccezione: “Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa!” In realtà è proprio l’euro che rischia di far fallire l’Europa.

È palese che la soluzione per il nostro continente sarebbero gli “Stati Uniti d’Europa”. Tuttavia la storia dimostra che una fusione di Stati pre-esistenti per formare una nuova entità politica, generalmente federale, non si può fare se non per mezzo del grande fragore di una guerra: pensate alla guerra d’indipendenza e alla guerra civile nel caso degli Stati Uniti, nonché all’unificazione italiana e tedesca nel diciannovesimo secolo.

Ci viene dunque da sperare che, più che l’arrivo di una guerra in Europa, sia la moneta unica a crollare in una grande nuvola di polvere! Le conseguenze a breve termine di un tale crollo potrebbero certamente essere molto dannose, ma ciò che ne risulterebbe potrebbe incoraggiare i cittadini europei in generale, e la classe eurocratica in particolare, a riaffrontare dalle fondamenta tutto il problema, e a concentrarsi finalmente su ciò che conta: l’unione politica del continente. Questo per iniettare un po’ di ottimismo nel pessimismo.

* Professore Emerito di Economia,
Facoltà degli Alti Studi Commerciali, Università di Losanna

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