In un breve post, Paul Krugman ci ricorda che il quantitative easing e tutti gli strumenti a disposizione di una Banca Centrale sono impotenti nella situazione attuale. Krugman fa riferimento alla Federal Reserve, ma le implicazioni valgono anche per la BCE: le sue armi sono spuntate, e non riusciranno a far risalire l’inflazione o a stimolare la crescita. (Aggiungiamo: servirebbero piuttosto interventi di politica fiscale, che l’Europa non approverà. La questione della moneta endogena è stata trattata in passato, più dettagliatamente, su Goofynomics.)

 

di Paul Krugman, 6 maggio 2015

Brad DeLong ci fa notare uno scritto di David Glasner su John Taylor. Non penso di avere molto da aggiungere. Ma penso che Glasner manchi un punto importante quando dice che:

la quantità di moneta, a differenza del tasso d’interesse, non è uno strumento che sia sotto il controllo diretto della Fed

In realtà, alle condizioni attuali — cioè in una trappola della liquidità — non è neppure sotto il controllo indiretto della Fed. La stessa impotenza della politica monetaria convenzionale, che rende l’aquisto di buoni del tesoro sul mercato aperto inutili per dare stimolo alla crescita, implica che gli aggregati monetari ampi, che includono i depositi, sono per lo più indifferenti all’influenza della Fed. La Fed può anche riempire le banche di riserve monetarie, ma con i tassi a zero quelle riserve non hanno l’incentivo di andare da nessuna parte, e anche se lo facessero, potrebbero finire in cassaforte o sotto il materasso.

Questa non è una novità. Già nel 1988 lo spiegai molto chiaramente:

Porre le intermediazioni finanziarie in una trappola della liquidità mostra che, con buona pace di Friedman e Schwartz, è alquanto fuorviante guardare agli aggregati monetari in queste circostanze: in una trappola della liquidità la banca centrale può rendersi conto di non avere modo di aumentare gli aggregati monetari ampi, può accorgersi che gli aumenti di base monetaria vanno semplicemente ad aggiungersi alle riserve valutarie, e dunque che questi aggregati non sono più dei buoni indicatori della situazione della politica monetaria, e che il fatto che non crescano non indica che il problema essenziale stia nel settore bancario.

Gli effetti del quantitative easing in Giappone, a distanza di qualche anno, con il mancato aumento di M2, non fanno che confermare questa conclusione. E infatti ecco qui cos’è successo all’aggregato M2 degli USA quando la Fed ha iniziato ad ampliare il proprio bilancio:

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A proposito, quando discuto di politica monetaria, certe volte scrivo “quantità di moneta” per dire “base monetaria”. È sempre stato chiaro, se leggete i miei lavori, che so benissimo che in realtà la Fed controlla solo la base monetaria, e che questa non si riversa per forza negli aggregati più ampi.

Quindi, c’era una predizione molto semplice, e l’esperienza l’ha totalmente confermata. Potete dunque capire quanto mi venga voglia di battere la testa contro il muro quando sento gli economisti dire cose del tipo “la Fed potrebbe stabilire la quantità di moneta” o “ci sarebbe stata un’inflazione galoppante, ma le banche per qualche ragione si sono limitate ad accumulare le riserve eccedenti — chi lo poteva prevedere?”

Si fa una gran fatica a far passare queste semplici banalità. Ma allora, per dirla come Upton Sinclair, un po’ storpiandolo: è difficile far capire qualcosa a qualcuno, se questo qualcuno ha dei forti incentivi —che possono essere ideologici e/o finanziari— a non capire.