Su Project Syndicate l’economista Anatole Kaletsky prevede la capitolazione del governo greco di fronte alla troika, che semplicemente lo assedia prendendolo per fame di liquidità. Si va sgretolando l’illusione di Varoufakis, convinto di poter rimanere nell’eurozona e dettar legge ai forti da una posizione di debolezza, semplicemente perché ha meno da perdere. In realtà sono i forti a dettare le regole del gioco, ai deboli non rimane che chinare la testa, se non hanno il coraggio di camminare con le proprie gambe.

Ringraziamo Grim (@gr_grim) per la segnalazione e la traduzione del pezzo.

 

Di Anatole Kaletsky, 14 maggio 2015

 

LONDRA – La Grecia sembra aver evitato il cappio finanziario un’altra volta. Attingendo ai fondi del suo conto di riserva presso il Fondo Monetario Internazionale, è stata in grado di ripagare – ironicamente al FMI stesso – 750 milioni di euro (851 milioni di dollari), proprio a ridosso della scadenza del prestito.

Questa politica del rischio calcolato non è casuale. Da quando è salito al potere a gennaio, il governo greco, guidato da Syriza, partito del Primo Ministro Alexis Tsipras, ha creduto che la minaccia del default – e della conseguente crisi finanziaria che potrebbe dissolvere l’euro – gli garantisse una leva negoziale che compensasse la mancanza di potere economico e politico della Grecia. Passati alcuni mesi, Tsipras ed il suo ministro delle finanze, Yanis Varoufakis, un accademico esperto di teoria dei giochi, sembrano ancora convinti di questa visione, nonostante la mancanza di prove che la corroborino.

I loro calcoli, però, si basano su una falsa premessa. Tsipras e Varoufakis danno per scontato che un default della Grecia costringerebbe l’Europa a scegliere tra due sole alternative: l’espulsione della Grecia dall’eurozona o la riduzione incondizionata dei suoi debiti. Ma le autorità europee hanno una terza opzione da mettere in pratica in caso di default della Grecia. Invece di costringerla alla “Grexit” [uscita della Grecia dall’euro, NdVdE], l’Unione Europea potrebbe imprigionare la Grecia all’interno dell’Eurozona ed affamarla di denaro, per poi semplicemente assistere da lontano al collasso del supporto politico interno del governo Tsipras.

Tale strategia d’assedio – aspettare che la Grecia esaurisca il denaro di cui ha bisogno per continuare a svolgere le normali funzioni di governo – sembra ora essere la tecnica più promettente che l’UE possa usare per spezzare la resistenza greca. E potrebbe funzionare, dato che per il governo greco diventa sempre più difficile racimolare abbastanza denaro per pagare stipendi e pensioni alla fine di ogni mese.

Infatti, per effettuare i pagamenti, Varoufakis è dovuto ricorrere a misure sempre più disperate, come ad esempio la requisizione dei fondi bancari di ospedali ed enti locali. Questo è il segno che, dopo il caos finanziario successivo alle elezioni di gennaio, la raccolta fiscale è calata a tal punto che le entrate pubbliche non sono più sufficienti a coprire i costi correnti. Se questo è vero – nessuno può affermarlo con certezza data l’inaffidabilità delle statistiche finanziarie della Grecia (un’altra delle cose di cui si lamentano le autorità UE) – la strategia negoziale del governo greco è condannata al fallimento.

La strategia di Tsipras e Varoufakis presupponeva che la Grecia potesse minacciare in maniera credibile un default, poiché il governo, nel caso in cui fosse stato costretto a passare alle vie di fatto, avrebbe avuto fondi a sufficienza per pagare stipendi, pensioni e servizi pubblici. Questa sarebbe stata una strategia fattibile a gennaio. Il governo, infatti, aveva messo a bilancio un consistente surplus primario (che esclude i pagamenti per interessi sul debito), stimato al 4% del PIL.

Se la Grecia avesse fatto default a gennaio, questo surplus primario avrebbe potuto (in teoria) essere reindirizzato dal pagamento degli interessi sul debito al finanziamento dell’incremento di salari, pensioni e spesa pubblica che Syriza aveva promesso in campagna elettorale. Considerata questa possibilità, Varoufakis deve aver creduto che la sua offerta agli altri ministri delle finanze europei di tagliare il surplus primario della Grecia dal 4% al 1% del PIL, invece che a zero, fosse molto generosa. Se l’UE l’avesse rifiutata, la sua minaccia implicita sarebbe stata semplicemente smettere di pagare interessi sul debito e rendere disponibile l’intero ammontare del surplus primario per incrementare la spesa pubblica.

Ma cosa succederebbe se il surplus primario – l’arma segreta del governo greco nella sua strategia di negoziato aggressiva – dovesse sparire, com’è accaduto ora? In quel caso, la minaccia di default non è più credibile. Senza quel surplus primario, un default non permetterebbe più a Tsipras di mantenere le promesse elettorali di Syriza; al contrario, renderebbe necessari dei tagli a salari, pensioni e spesa pubblica ancora più consistenti di quelli che sta chiedendo ora la “troika” (composta da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e FMI).

In questo momento, al contrario, un default della Grecia sarebbe molto meno problematico per le autorità UE di quanto si stimava in precedenza. Non avrebbero più bisogno di scongiurare un default minacciando la Grecia di espellerla dall’euro. L’UE adesso può contare sul fatto che lo stesso governo greco punirà il suo popolo non riuscendo a pagare stipendi e pensioni e ad onorare le garanzie bancarie.

Tsipras e Varoufakis avrebbero dovuto accorgersi che si sarebbe arrivati a questo punto. La stessa cosa è infatti accaduta due anni fa quando Cipro, nel mezzo di una crisi bancaria, cercò di sfidare l’Unione Europea. L’esperienza cipriota suggerisce che, con la credibilità della minaccia di default del governo fatta a brandelli, è molto probabile che l’UE costringa la Grecia a rimanere nell’euro e la mandi incontro ad una “bancarotta municipale” in stile americano, come è successo alla Città di Detroit.

I meccanismi legali e politici per trattare la Grecia come una città americana in bancarotta sono chiari. I trattati europei affermano inequivocabilmente che l’appartenenza all’euro è irreversibile, a meno che uno Stato non decida di uscire non solo dalla moneta unica ma anche dall’intera Unione europea. Questo è inoltre il messaggio politico che i governi UE vogliono inculcare nei loro cittadini e nei loro investitori finanziari.

[In realtà la possibilità di uscire dall’eurozona non è chiaramente esclusa dai trattati, ma solo ignorata. Che l’euro sia irreversibile è chiaramente ciò che gli eurocrati vogliono far credere. NdVdE].

Se la Grecia fallisce, l’UE sarà legalmente giustificata e politicamente motivata ad insistere affinché l’euro rimanga la sua unica valuta a corso legale. Anche se il governo greco dovesse decidere di pagare stipendi e pensioni stampando degli “IOU” [note di credito o cambiali, NdVdE] o delle “nuove dracme”, la Corte di Giustizia Europea decreterà che tutti i debiti nazionali ed i depositi bancari dovranno essere ripagati in euro. Ciò, a sua volta, costringerebbe ad un default nei confronti dei cittadini greci e dei creditori esteri, poiché per il governo sarebbe impossibile onorare il valore in euro dei depositi assicurati detenuti nelle banche greche.

Quindi un default della Grecia all’interno dell’euro, invece di consentire a Syriza di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, costringerebbe gli elettori greci a subire ancora più austerità di quanta ne hanno sopportata sotto il programma della troika. A quel punto, il collasso del governo sarebbe inevitabile. Non appena Tsipras si accorgerà che le regole del gioco tra la Grecia e l’Europa sono cambiate, la sua capitolazione sarà solo questione di tempo.

Tradotto da Grim (@gr_grim)