Anche Sapir si esprime sulla possibilità di un referendum sull’euro in Grecia (ormai appoggiato anche… da Schäuble!). Come già sappiamo da tempo, un referendum del genere sarebbe pesantemente viziato dalle pressioni speculative e potrebbe servire solo a ratificare decisioni già prese, non certo permettere una decisione democratica. La questione dell’euro è ormai per la Grecia un’emergenza, e come tale va trattata. Di fronte a essa il governo Tsipras, invece di lavarsi le mani con un referendum, dovrebbe prendere misure eccezionali volte a garantire la sopravvivenza e il benessere della sua Nazione.

 

 

Di Jacques Sapir, 14 maggio 2015

 

Ultimamente si parla molto un possibile referendum sulla permanenza della Grecia nell’eurozona. Anche il ministro tedesco delle finanze, il signor Schäuble, si è pronunciato a favore di tale consultazione. Questa improvvisa passione per il referendum, che si verifica quasi dieci anni dopo il referendum francese sul progetto di trattato costituzionale, è toccante. Le stesse persone che avevano fatto di tutto perché il parere del popolo francese (un 55% di ‘no’ non si dimentica) venisse dimenticato, improvvisamente scoprono di avere un’anima referendaria. Se non ci fosse in gioco il destino della Grecia e dei principi democratici, che l’Unione Europea continua a calpestare, ci sarebbe da ridere a crepapelle. E diciamo, a tutti questi novelli sostenitori della pratica referendaria, a quei politici che vengono ora con un grande sorriso a presentarci le loro nuove soluzioni: “non questo, non tu”. Poiché la questione dei referendum è grave, è opportuno chiarirne i retroscena.

Un’opzione impraticabile.

Infatti, la possibilità di un referendum su un’uscita dell’euro è impraticabile. In un testo pubblicato su un sito Web della sinistra americana, Stathis Kouvelakis ha scritto “è ora di chiarire il contenuto e spiegare la sostenibilità della strategia alternativa, che inizia con la doppia iniziativa della sospensione dei rimborsi del debito e la nazionalizzazione delle banche e continua, se necessario, con la scelta di una moneta nazionale approvata dal pubblico in un referendum popolare” [1]. Questa è anche, tra gli altri, la posizione di Schäuble. Ma dovrebbero essere considerati due fattori che – nel caso della Grecia – rendono impraticabile proprio il ricorso a un processo referendario:

  1. Un referendum richiede un minimo di campagna elettorale, per un periodo di minimo 6 settimane o più probabile di 12 settimane. Tuttavia, i meccanismi della speculazione monetaria si innescano nel giro di ore o anche minuti. La temporalità delle elezioni, per quanto auspicabile, semplicemente non è compatibile con la speculazione valutaria. Questa speculazione si manifesterà con estrema forza, a meno che non si decida di chiudere i mercati finanziari greci e non solo i mercati obbligazionari ma anche quelli azionari. Siamo in presenza di un caso estremo di speculazione, che non può essere ridotto mediante l’applicazione di un semplice controlli sui capitali. Sarà necessario chiudere i mercati finanziari. Ma se la chiusura di tutti questi mercati è possibile, lo è solo per pochi giorni o essa cambierà gradualmente il sistema economico. Se la Grecia (o qualunque altro paese) dovesse lasciare chiusi tutti i mercati finanziari per diverse settimane, correrebbe il rischio di cambiare anche la natura dell’economia e di spingere gli investitori ad abbandonare il paese. La conclusione quindi si impone da sola: non è possibile tenere un referendum senza attivare una massiccia speculazione, e questa speculazione non solo sarà molto distruttiva per l’economia ma implica anche che il governo ricorra a metodi di controlli che vanno ben oltre i semplici controlli sui capitali. Ma questo avrà allora importanti conseguenze politiche, che potrebbero falsare il risultato di un tale referendum.
  2. Un referendum ha senso solo nella misura in cui permette una validazione democratica. Tuttavia, un referendum che si tenesse nel mezzo dell’infuriare di una speculazione non permetterebbe di applicare le regole della democrazia. Saremmo lontani dall’aperto dibattito che ci si aspetterebbe prima di un referendum, e che ha avuto luogo nel caso dei due referendum del 1993 (Maastricht) e 2005 (sul progetto di trattato costituzionale). Pertanto, privato di un dibattito sereno (anche se appassionato) un referendum non è più una procedura democratica. Questa è data dalla combinazione di un dibattito (campagna referendaria) e una votazione. Tuttavia, è da temere che in questa campagna, che sarà per necessità relativamente breve, si esprimeranno non le idee ma le pressioni, sotto forma di speculazione. Le conseguenze politiche di questa falsano il dibattito e di conseguenza inficiano tutta la natura democratica della procedura referendaria.

Prendiamo atto che un tale referendum non è praticabile, a meno di ritenere che il referendum serva solo a legittimare una decisione già presa. Ma l’argomento di impraticabilità del referendum non è l’unico su cui si può fare affidamento. È dubbio che, su tale questione (se la Grecia, o un altro paese, dovrebbe rimanere nell’euro o lasciare l’eurozona) un referendum sia la procedura appropriata.

 La logica delle procedure del referendum e l’azione del governo.

Le procedure referendarie sono progettate per dare legittimità ad un sistema democratico, mobilitando una forma diretta di sovranità popolare. In questo, essi sono uno strumento insostituibile dei sistemi democratici. Ma la sovranità popolare dovrebbe essere mobilitate per risolvere questioni politiche e non questioni tecniche o sociali. In caso contrario, essi trasformano una procedura di legittimazione democratica in uno strumento politico che divide profondamente la società e che ha in realtà lo scopo di introdurre norme tecniche (o morali) nello spazio politico.

Sia la tradizione francese, sia quella internazionale ha fatto del referendum lo strumento per decidere questioni di sovranità (e di indipendenza) o di trattati. Tuttavia, la questione dell’euro è in parte una questione di sovranità, ma anche una questione tecnica, che è in grado di avere più risposte. Da questo punto di vista, se la questione dell’appartenenza o meno all’Unione Europea può essere tranquillamente decisa da un referendum, è dubbio che la questione dell’euro possa esserlo. Infatti, a quali domande dovrebbero rispondere i cittadini? Dovrebbero essere “lei è con o contro l’euro?”, oppure “lei è per l’euro al prezzo di politiche di forte austerità oppure è contro queste politiche,” o infine “lei è per un euro con un meccanismo di solidarietà e di trasferimento tra paesi membri o contro l’euro?” Non possiamo moltiplicare le domande poste senza svuotare la procedura referendaria del suo significato e del suo spirito.

In realtà, occorre riconoscere la legittimità dell’azione di governo ad affrontare problemi che possono essere altamente contestualizzata. La questione che si pone in Grecia (o in altri paese) non è l’euro in generale ma l’euro nel contesto della logica dell’ austerità e più precisamente del confronto tra l’Eurogruppo e il governo greco. Oggi siamo in una situazione che può essere paragonata a uno stato di guerra economica, che impedisce il normale funzionamento delle istituzioni. In questo contesto, questa materia rientra nell’ambito della decisione eccezionale, quella che il governo può adottare nel caso di uno stato di emergenza e dove può sfuggire temporaneamente al rispetto della lettera della legge e dei trattati al fine di garantire la sopravvivenza della Nazione e di ripristinare il normale corso degli eventi. Da questo punto di vista, occorre riconoscere che lo stato di emergenza è caratterizzato dalla sospensione di alcune leggi per ricostruire le condizioni per le quali si possano esercitare queste stesse leggi. Il fatto di prendere misure cosiddette eccezionali riflette il fatto che il governo è pienamente sovrano.

Così, sarebbe un errore abdicare alla responsabilità di governo e rifugiarsi dietro l’argomento della «scelta democratica» (che poi non sarebbe tale) attraverso l’istituzione di una procedura referendaria. La situazione della Grecia (ma questo potrebbe essere trasposto negli altri paesi) è quella di un’emergenza economica che interrompe il normale corso delle regole e delle leggi. Per ripristinare il normale corso, cosa che è l’essenza stessa della democrazia, non si può agire secondo le regole e le leggi, ma si deve ricorrere a misure di emergenza il cui scopo sarà quello di riportare la situazione alla normalità. Questo, nello spirito stesso della democrazia, è caratteristico dell’azione del governo, e che per di più è un governo recentemente eletto in modo pienamente democratico, che dovrebbe essere il governo del popolo, dal popolo e per il popolo. Questo governo deve, ora, assumersi le sue responsabilità.

[1] www.jacobinmag.com/2015/05/kouvelakis-syriza-ecb-grexit/(http://www.jacobinmag.com/2015/05/kouvelakis-syriza-ecb-grexit/)