Nicholas Kaldor sul mercato comune

Riportiamo il pensiero del celebre economista keynesiano Nicholas Kaldor sul progetto di unione monetaria europea, pubblicato nel 1971 nell’articolo “The Dynamic Effects of the Common Market”. Nonostante l’euro fosse ben lontano da venire, Kaldor commentava gli effetti dell’unione monetaria presentata per la prima volta come obiettivo della CEE dal Piano Werner, che faceva propri gli impegni presi nel summit de L’Aja nel 1969. Kaldor si rivela estremamente lungimirante nel prevedere i problemi che la UEM avrebbe causato a 30 anni di distanza.

… Un giorno le nazioni d’Europa potrebbero essere pronte a fondere le loro identità nazionali e a creare una nuova Unione Europea – gli Stati Uniti d’Europa. Se e quando lo faranno, un governo europeo assumerà tutte le funzioni che il governo federale adesso fornisce negli Stati Uniti, o in Canada o in Australia. Ciò comporterà la creazione di una “piena unione economica e monetaria”. Ma è un errore pericoloso credere che l’unione monetaria ed economica possa precedere un’unione politica o che agirà (nelle parole del rapporto Werner) “come lievito per l’evolversi di una unione politica, della quale in ogni caso a lungo andare non potrà fare a meno “. Infatti, se la creazione di un’unione monetaria e il controllo comunitario sui bilanci nazionali generano pressioni che portano al collasso dell’intero sistema, ciò impedirà lo sviluppo di un’unione politica anziché promuoverla.

E’ stato scritto nel 1971! In The Dynamic Effects of the Common Market pubblicato per la prima volta sul New Statesman, il 12 Marzo 1971 e anche ristampato (come Capitolo 12, pp 187-220) in Further Essays on Applied Economics – Volume 6 della raccolta Collected Economic Essays di Nicholas Kaldor.

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Altri estratti dall’articolo:

Pagina 202:

Gli eventi degli ultimi anni – che richiedono una rivalutazione del marco tedesco e una svalutazione del franco francese – hanno dimostrato che la Comunità non è fattibile con il suo attuale grado di integrazione economica. Il sistema presuppone la piena convertibilità della valuta e tassi di cambio fissi tra i membri, lasciando la politica monetaria e fiscale alla discrezione dei singoli paesi membri. Con questo sistema, come i fatti hanno dimostrato, alcuni paesi tenderanno ad acquisire crescenti (e indesiderate) eccedenze nei loro scambi con gli altri membri, mentre altre affronteranno disavanzi in aumento. Questo ha due effetti indesiderati. Trasmette le pressioni inflazionistiche provenienti da alcuni membri ad altri membri; e fa sì che i paesi in surplus forniscano finanziamenti automatici su scala crescente ai paesi in disavanzo.

Pagina 205:

… Questo è un altro modo per dire che l’obiettivo di una completa unione economica e monetaria è irraggiungibile senza una unione politica; e quest’ultima presuppone l’integrazione fiscale, e non solo l’armonizzazione fiscale. Richiede la creazione di un Governo e di un Parlamento Comunitari, che si assumono la responsabilità per almeno la maggior parte della spesa ora procurata dai governi nazionali e la finanzia con le tasse raccolte a tassi uniformi in tutta la Comunità. Con un sistema integrato di questo tipo, le zone prospere sussidiano automaticamente le aree più povere; e le zone le cui esportazioni sono in calo ottengono sollievo automatico pagando di meno, e ricevendo di più, all’Erario centrale. Le tendenze cumulativi allo sviluppo e al declino sono quindi tenute sotto controllo da uno stabilizzatore fiscale “incorporato” che fa si che le aree in “surplus” forniscano gli aiuti fiscali automatici alle zone in “deficit”.

Pagina 206:

… Quello che il rapporto non riesce a riconoscere è che l’esistenza stessa di un sistema centrale di tassazione e di spesa è uno strumento molto più potente per l’erogazione di “aiuti regionali” rispetto a tutto ciò che è in grado di fornire l'”intervento finanziario” speciale per le aree di sviluppo.

L’attuale piano della Comunità d’altra parte è come la casa che “non può stare in piedi se non divisa al suo interno”. L’unione monetaria e il controllo comunitario sui bilanci impediranno ad un paese membro di perseguire politiche di piena occupazione per conto proprio – di prendere misure per compensare qualsiasi brusco calo del livello della sua produzione e dell’occupazione, ma senza il vantaggio di un forte governo comunitario che metterebbe al riparo i suoi abitanti dalle peggiori conseguenze.

Pagina 192:

Myrdal ha coniato la frase “causalità circolare e cumulativa” per spiegare perché il ritmo di sviluppo economico delle diverse aree del mondo non tende nemmeno ad uno stato di equilibrio, ma al contrario, tende a cristallizzarsi in un numero limitato di aree a crescita veloce il cui successo ha un effetto inibitorio sullo sviluppo delle altre. Questa tendenza potrebbe non funzionare se i cambiamenti nei salari monetari fossero sempre tali da compensare la differenza nei tassi di crescita della produttività. Tuttavia, non è questo il caso; per ragioni che forse non sono pienamente comprese, la dispersione nella crescita dei salari monetari fra le diverse aree industriali tende sempre ad essere notevolmente inferiore alla dispersione nei movimenti di produttività. È per questo motivo che all’interno di un’area monetaria comune, o con un sistema di monete convertibili con cambi fissi, aree a crescita relativamente rapida tendono ad acquisire un vantaggio competitivo cumulato su zone a crescita relativamente lenta. Il “salario di efficienza” (i salari monetari divisi per la produttività), nel corso naturale degli eventi, tenderà a diminuire nelle prime rispetto alle seconde – anche quando essi tendono ad aumentare in entrambe le aree, in termini assoluti. Proprio perché le differenze di produttività aumentano, i costi comparati di produzione nelle aree a rapida crescita tendono a cadere nel corso del tempo rispetto a quelli delle aree a crescita lenta e di conseguenza migliora il vantaggio competitivo delle prime sulla seconde.

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