Il britannico Guardian pone la questione cruciale per la Grecia: uscire dall’euro potrebbe davvero, realisticamente, essere peggio che restarci dentro? Ma che altro deve succedere, ancora? Forse ciò che avvenne all’Islanda: il piccolo paese scandinavo (l’economia islandese conta meno di un decimo di quella greca) con la propria moneta nel 2008 ha incassato il durissimo colpo della crisi bancaria… per poi riprendersi rapidamente, tornare ai livelli di reddito pre-crisi ed essere tuttora in crescita. La Grecia invece ha già perso un quarto del proprio PIL ed è ancora in recessione. Forse non è più tempo di “salvare dal disastro” la Grecia … forse è tempo di farla uscire dal disastro in cui è.

 

di Larry Elliott, 17 maggio 2015

Yanis Varoufakis maledice il giorno in cui la Grecia è entrata nell’euro. Il ministro delle finanze greco ha detto che il suo paese se la sarebbe cavata molto meglio se avesse continuato a usare la dracma. Dice che ciascuno dei 18 paesi della moneta unica, in cuor proprio, vorrebbe che l’intera idea fosse stata stroncata sul nascere, ma anche che ciascuno capisce che adesso non se ne può uscire senza una catastrofe.

Tutto vero, e Varoufakis spiega perché la Grecia si trova coinvolta in un gioco del pollo contro tutti gli altri attori di questo dramma: il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il Governo Tedesco. Varoufakis vuole più sostegno finanziario, ma vuole anche che ciò non spinga l’economia greca verso una “spirale della morte”. I creditori della Grecia non vogliono più sborsare un centesimo fino a che Atene non si conformerà alle condizioni dei salvataggi, condizioni che secondo Varoufakis porterebbero proprio a quella spirale.

La situazione è destinata a precipitare in estate, essendo chiaro che la Grecia non riuscirà a sostenere tutto il pagamento del debito. Deve trovare 10 miliardi di euro da restituire a FMI, alla BCE e ad altri investitori entro la fine di agosto, e questi soldi semplicemente non ci sono. I creditori della Grecia lo sanno, e sono pronti a lasciare che il governo greco finisca dalla padella alla brace. Sanno che la Grecia in fondo ha solo due scelte: arrendersi o abbandonare l’euro, e dato che ha detto di voler rimanere dentro la moneta unica, ciò che gli investitori si aspettano è di veder sventolare presto la bandiera bianca. La disponibilità della Grecia ad andare avanti con la privatizzazione del suo maggiore porto, il Pireo, verrà vista dai falchi di Bruxelles e Berlino come la dimostrazione di avere avuto ragione nel mantenere la linea dura durante i negoziati con il governo di Syriza.

Ma prima di ammettere di aver perso al gioco del pollo, Alexis Tsipras, il primo ministro greco, dovrebbe riflettere seriamente sull’analisi di Varoufakis. Per la Grecia è stato un errore entrare nell’euro? È evidente che la risposta è sì. La Grecia se la sarebbe cavata meglio se avesse mantenuto la dracma? Dato che la sua economia si è contratta del 25 percento nel corso di cinque anni ed è tuttora in contrazione, la risposta è nuovamente sì. È possibile adesso abbandonare l’euro e tornare alla dracma senza una catastrofe? Indubbiamente ci sarebbero dei grossi costi da sostenere, tra cui imporre dei controlli sui movimenti finanziari per evitare fughe di capitali, così come un forte shock per le aziende e la fiducia dei consumatori. Ci sarebbero anche delle difficoltà pratiche nel sostituire una valuta con un’altra.

In un certo senso, però, questa non è la domanda giusta che il governo greco dovrebbe porsi. La Grecia sta soffrendo una catastrofe economica dal 2010. Sta soffrendo una catastrofe economica anche in questo momento e continuerà a soffrire una catastrofe economica restando dentro l’euro, a meno di generosi condoni del debito e di politiche che aiutino la crescita, anziché ostacolarla. Dunque la questione vera non è se uscire dall’euro sarebbe o meno una catastrofe, perché lo sarebbe. La vera questione è se non sia più catastrofico restare dentro.

Questa questione ha risvolti sia politici che economici. Il vero dilemma di Tsipras si pone dal punto di vista politico: i greci hanno votato per avere meno austerità, ma i creditori della Grecia non vogliono alcun allentamento dell’austerità. Tsipras può accontentare l’uno o l’altro, ma non entrambi. Inginocchiarsi di fronte ad Angela Merkel darebbe nel breve termine alla Grecia quell’accesso alle risorse finanziarie che le permetterebbero di ripagare il debito, ma questo sarebbe un suicidio politico per Syriza. Prima o dopo Tsipras dovrà decidere cosa vuole fare: continuare con un approccio populista che è incompatibile con l’appartenenza all’euro, oppure tornare, sia pure riluttante, a quelle politiche che i governi tanto di centro-sinistra quanto di centro-destra hanno perseguito fin dall’inizio della crisi.

Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze tedesco, ha suggerito che la Grecia potrebbe risolvere la questione con un referendum sulla permanenza o meno nell’euro. Il messaggio mandato da Berlino è che alla Germania importa poco quale sia l’esito. Se la Grecia vuole piegarsi alla riforme strutturali, va bene. Se la Grecia vuole tornare alla dracma, va bene lo stesso.

Schäuble ritiene decisamente che, messa di fronte alla scelta, la Grecia voterebbe per restare membro della moneta unica. Ma i voti popolari sono cose curiose, e molto dipende da come viene posta la domanda. La risposta alla domanda “vuoi che la Grecia continui a usare l’euro?” sarebbe ben diversa dalla risposta alla domanda “vuoi che la Grecia continui a usare l’euro anche se ciò implica tagli ai salari e alle pensioni?”. La Germania non dovrebbe sottostimare i forti risentimenti che i greci nutrono tuttora per ciò che il loro paese ha subito durante l’occupazione nella Seconda Guerra Mondiale, e non dovrebbe sottostimare la quantità dei greci che sentono di essere deliberatamente puniti solo per aver scelto un governo che non piace al resto dell’eurozona.

Per quanto riguarda l’economia, la questione è se la Grecia possa superare il dolore più rapidamente se avesse il controllo dei propri affari. Roger Bootle e Jessica Hinds di Capital Economics pensano che sarebbe così, e dicono che l’esperienza dell’Islanda, dopo che il piccolo paese scandinavo ha attraversato la grave crisi bancaria del 2008, merita di essere studiata.

Non c’è dubbio che l’Islanda abbia passato momenti molto duri. C’è stato un forte deflusso di capitali che sono fuggiti dal suo settore bancario ipertrofico, e la sua moneta, la corona, si è svalutata del 40 percento. L’economia ha avuto una brusca contrazione, è stato chiamato il FMI e si sono imposti dei controlli sui capitali.

Ma, come notano Bootle e Hinds, l’Islanda si è rimessa in sesto. Dal 2011 a continuato a crescere anno dopo anno, e il suo prodotto nazionale è ritornato ai livelli pre-crisi. L’inflazione causata dalla svalutazione della corona è stata tenuta sotto controllo, e le prospettive di crescita sono rosee.

La caduta della corona è stata un fattore importante, perché ha reso le esportazioni più convenienti e ha dato impulso al turismo, con il numero dei visitatori che è cresciuto del 60 percento, raggiungendo gli 800.000 l’anno tra il 2008 e il 2014.

La caduta della corona ha dato impulso al commercio quanto bastava per avviare la ripresa economica dell’Islanda senza bisogno di aggressivi aggiustamenti dei prezzi e dei salari, come è invece successo nella periferia dell’eurozona. L’Islanda ha anche potuto stringere la politica fiscale in modo meno aggressivo rispetto alla periferia dell’eurozona. La caduta del PIL in Islanda è stata di circa il 12 percento, che è la metà di quanto abbiamo visto in Grecia dal 2008.

Bootle e Hinds dicono che anche la Grecia vedrebbe i benefici del maggiore turismo con una moneta più leggera, e la grande quantità di risorse al momento inutilizzate limiterebbe l’aumento dell’inflazione che seguirebbe una svalutazione dovuta all’uscita dall’euro.

I controlli sui capitali danneggerebbero l’economia come è avvenuto in Islanda, eppure questi potrebbero diventare necessari anche se la Grecia restasse dentro la moneta unica. La svalutazione della moneta, che risulterebbe dall’uscita dall’euro, non sarebbe un bonus per uscire gratis di prigione, certo che no. Ma dopo cinque anni di lavori forzati, restare dentro dà l’idea di una condanna all’ergastolo senza alcuna speranza di remissione.