Il New York Times: L’austerità uccide

Riprendiamo un attualissimo articolo del 2013, apparso sul New York Times riguardo l’austerità. Prendendo spunto da un fatto di cronaca nera italiana, gli autori documentano il legame innegabile tra l’austerità e il tasso di suicidi (così come l’aumento delle morti per insufficienza di cure) delle popolazioni colpite. Questo significa che la scelta di applicare l’austerità a un paese già in crisi si paga non solo in termini economici – come ha ammesso lo stesso FMI – ma anche in termini di vite umane. Bisognerebbe ricordare questo legame quando si valutano le scelte degli alfieri del rigore, che hanno applicato questa logica nei paesi periferici per tenere in piedi l’eurozona. Il costo dell’euro si può calcolare in vite umane.

Ringraziamo Grim (@gr_grim) per la segnalazione e la traduzione del pezzo.

 

 

Di David Stuckler e Sanjay Basumay ,12 maggio 2013

 

Il mese scorso la stampa ha riportato di un triplo suicidio avvenuto nella città marittima di Civitanova Marche, in Italia. Una coppia sposata – Anna Maria Sopranzi di 68 anni e Romeo Dionisi di 62 – faticava a vivere della pensione di lei (circa 500 euro al mese) ed era rimasta in arretrato con l’affitto.

A causa dell’innalzamento dell’età pensionabile dovuto al programma di austerità messo in atto dal governo, il Sig. Dionisi, un ex operaio edile, diventò uno degli “esodati” italiani [in italiano nell’originale, NdVdE] – lavoratori anziani scaraventati nella povertà senza alcuna rete di sicurezza. Il 5 aprile, lui e sua moglie hanno lasciato un biglietto sulla macchina di un vicino chiedendo perdono, e si sono impiccati in uno sgabuzzino della loro casa. Quando il fratello della Sig.ra Sopranzi – il settantatreenne Giuseppe Sopranzi – è venuto a conoscenza dell’accaduto, si è affogato nell’Adriatico.

La correlazione tra disoccupazione e suicidi è stata osservata sin dal diciannovesimo secolo. Le persone in cerca di occupazione hanno una probabilità circa doppia di togliersi la vita rispetto a chi un lavoro ce l’ha.

Negli Stati Uniti, il tasso di suicidi – che si era alzato lentamente a partire dal 2000 – è schizzato verso l’alto durante e dopo la recessione del 2007/2009. Nel nostro nuovo libro, stimiamo che nel periodo 2007/2010 si siano verificati 4.750 suicidi “in eccesso”, ovvero decessi in più rispetto alla tendenza precedentemente registrata. I tassi di questi suicidi erano maggiori negli Stati che avevano subìto le più grosse perdite occupazionali. Nel 2009, le morti per suicidio hanno superato quelle per incidente autostradale.

Se i suicidi fossero un’inevitabile conseguenza delle recessioni economiche, questa sarebbe solo un’altra storia sul tributo di vite umane della Grande Recessione. Ma non è così. Gli Stati che hanno tagliato le spese sanitarie e per la protezione sociale, come la Grecia, l’Italia e la Spagna, hanno sperimentato livelli di salute peggiori di nazioni come la Germania, l’Islanda e la Svezia, che hanno mantenuto intatte le loro reti di protezione sociale e hanno optato per degli stimoli piuttosto che per l’austerità. (La Germania è un fervente sostenitore delle virtù dell’austerità – ma per gli altri.)

Da ricercatori di sanità pubblica ed economia politica abbiamo osservato con orrore i politici dibattere all’infinito su debito e deficit con ben poco riguardo per i costi umani delle loro decisioni. Nell’ultimo decennio abbiamo analizzato enormi quantità di dati da tutto il mondo per cercare di capire come gli shock economici – dalla Grande Depressione al crollo dell’Unione Sovietica alla crisi finanziaria asiatica alla Grande Recessione – influenzino la nostra salute. Ciò che abbiamo scoperto è che le persone non si ammalano o muoiono in maniera inevitabile a seguito di vacillamenti dell’economia. In tutta evidenza, è la politica fiscale che può fare la differenza tra la vita e la morte.

Ad un estremo c’è la Grecia, che è attualmente nel bel mezzo di un disastro sanitario. Il bilancio sanitario nazionale è stato tagliato del 40 percento dal 2008, in parte per raggiungere gli obiettivi di riduzione del deficit imposti dalla cosiddetta troika – composta da Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea e Banca Centrale Europea – e facenti parte del pacchetto di austerità del 2010. Trentacinquemila tra medici, infermiere ed altro personale sanitario hanno perso il lavoro. I ricoveri sono andati alle stelle dopo che i greci hanno smesso di sottoporsi a terapie preventive o interventi di routine per via dei lunghi tempi di attesa e dell’incremento del costo dei medicinali. La mortalità infantile è aumentata del 40 percento. Le nuove infezioni da H.I.V. sono più che raddoppiate, a seguito dell’incremento dell’utilizzo di droghe per via endovenosa, per via della soppressione del programma per evitare lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti. Dopo la soppressione dei programmi di disinfestazione dalle zanzare nel sud della Grecia, sono stati segnalati dei casi di malaria in numeri significativi per la prima volta dai primi anni ’70.

Al contrario, l’Islanda ha evitato il disastro sanitario nonostante abbia sperimentato nel 2008 la più grande crisi bancaria della Storia, se paragonata alle dimensioni della sua economia. Dopo il fallimento delle tre maggiori banche commerciali islandesi, il debito totale è schizzato alle stelle, la disoccupazione è aumentata di nove volte, e il valore della sua valuta, la corona islandese, è colato a picco. L’Islanda fu il primo Stato europeo a chiedere un salvataggio del FMI dal 1976. Ma invece di salvare le banche e tagliare la spesa, come pretendeva il FMI, i politici islandesi fecero una scelta radicale: mettere ai voti l’austerità. In due referendum (nel 2010 e nel 2011), gli islandesi votarono a larghissima maggioranza di ripagare i creditori in maniera graduale, invece che tutto in una volta mediante austerità. L’economia islandese si è ampiamente ripresa, mentre la Grecia è un passo dal collasso. In Islanda, nessuno perse la copertura sanitaria o l’accesso ai medicinali, anche se il prezzo delle medicine di importazione aumentò. Non ci fu alcun incremento significativo del tasso dei suicidi. L’anno scorso, il primo Rapporto sulla felicità mondiale delle Nazioni Unite ha classificato l’Islanda come uno dei Paesi più felici al mondo.

Gli scettici faranno subito notare le differenze strutturali tra Grecia e Islanda. L’appartenenza della Grecia all’eurozona ha reso impossibili le svalutazioni del cambio, ed essa aveva meno spazio politico per rifiutare le richieste di austerità provenienti dal FMI. Ma il contrasto [tra come Grecia e Islanda hanno gestito le rispettive crisi economiche, NdVdE] supporta la nostra tesi che una crisi economica non deve necessariamente implicare il verificarsi di una crisi sanitaria.

Più o meno a metà tra questi due estremi [Grecia e Islanda, NdVdE], ci sono gli Stati Uniti. Inizialmente, il pacchetto di stimolo del 2009 ha consolidato la rete di sicurezza. Ma ci sono dei segnali di allarme – oltre all’incremento del tasso dei suicidi – che le dinamiche sanitarie stanno peggiorando. Le prescrizioni di antidepressivi sono andate alle stelle. Settecentocinquantamila persone (in particolare giovani disoccupati) si sono date al “binge drinking” [assunzione di un’elevata quantità di sostanze alcoliche in un tempo molto ridotto, NdVdE ]. Più di cinque milioni di americani hanno perso l’accesso all’assistenza sanitaria perché hanno perso il lavoro (e o non potevano permettersi di estendere la copertura della loro assicurazione sotto la “legge COBRA” [legge USA che obbliga le assicurazioni ad estendere la copertura sanitaria per un certo periodo alle persone che hanno perso il lavoro, dietro pagamento di un premio assicurativo incrementato, NdVdE] o avevano esaurito il periodo massimo nel quale potevano usufruire di tale programma). Le visite mediche di prevenzione sono calate man mano che la gente è stata costretta a ritardare le cure mediche, finendo per doversi rivolgere al Pronto Soccorso. (La legge sull’assistenza sanitaria del Presidente Obama ha ampliato la copertura, ma solo gradualmente).

Il “sequestro” [taglio alla spesa pubblica, NdVdE] da 85 miliardi di dollari iniziato il primo marzo taglierà i sussidi alimentari a circa 600.000 tra donne incinte, neonati e bambini entro la fine dell’anno. I fondi per l’edilizia pubblica saranno tagliati di circa 2 miliardi quest’anno, e questo nonostante gli 1,4 milioni di pignoramenti in corso. Quest’anno saranno tagliati di 293 milioni di dollari persino i fondi per i Centri per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie, la difesa principale degli USA contro le epidemie, come il focolaio di meningite fungina dello scorso anno.

Per verificare la nostra ipotesi che l’austerità è letale, abbiamo analizzato dati provenienti da diverse regioni e periodi storici. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, l’economia della Russia è collassata. La povertà è schizzata alle stelle e l’aspettativa di vita è crollata, in particolar modo tra gli uomini giovani in età lavorativa. Ma ciò non è accaduto ovunque, in quella che una volta era la sfera di influenza Sovietica. La Russia, il Kazakistan e gli Stati del Baltico (Estonia, Lettonia e Lituania) – che adottarono programmi economici da “terapia d’urto”, raccomandati da economisti come Jeffrey D. Sachs e Lawrence H. Summers – hanno sperimentato il peggior incremento dei suicidi, degli attacchi cardiaci e delle morti dovute al consumo di alcol.

Paesi come la Bielorussia, la Polonia e la Slovenia, invece, optarono per un approccio diverso, più “gradualista”, raccomandato da economisti come Joseph E. Stiglitz e l’ex leader Sovietico Michail S. Gorbačëv. Questi paesi hanno privatizzato le loro economie controllate dallo Stato in fasi graduali, ottenendo dei risultati sanitari molto migliori dei Paesi confinanti, che invece optarono per privatizzazioni e licenziamenti di massa, che causarono sconvolgimenti economici e sociali molto gravi.

Così come la caduta dell’Unione Sovietica, la crisi finanziaria asiatica del 1997 offre dei casi di studio – in realtà, un esperimento naturale – che vale la pena esaminare. La Tailandia e l’Indonesia, che si sono piegate ai pesanti programmi di austerità imposti dal FMI, hanno sperimentato carestie diffuse ed un forte incremento dei decessi dovuti a malattie infettive, mentre la Malesia, che ha resistito alle pressioni del FMI, ha tutelato la salute dei suoi cittadini. Nel 2012, il FMI si è formalmente scusato per come ha gestito la crisi asiatica, stimando che i danni derivanti dalle sue raccomandazioni potrebbero essere tre volte più grandi di quanto precedentemente previsto.

Anche l’esperienza americana durante la Depressione è molto istruttiva. Durante la Depressione, il tasso di mortalità negli Stati Uniti si ridusse del 10 percento. Il tasso dei suicidi in realtà aumentò tra il 1929, quando crollò il mercato azionistico, ed il 1932, quando Franklin D. Roosevelt fu eletto presidente. Ma l’aumento dei suicidi fu più che compensato dalla “transizione epidemiologica” – miglioramenti nell’igiene che ridussero i decessi da malattie infettive come tubercolosi, polmonite ed influenza – e da un deciso calo nelle morti per incidenti stradali, dato che gli americani non potevano permettersi di guidare. Confrontando i dati storici dei vari stati degli USA, stimiamo che ad ogni 100 dollari pro capite spesi attraverso con il “New Deal” è corrisposta una diminuzione delle morti per polmonite di 18 ogni 100.000 persone; una diminuzione nelle morti infantili di 18 ogni 1.000 nascite; e un calo dei suicidi di 4 ogni 100.000 persone.

La nostra ricerca suggerisce che investire 1$ in programmi di sanità pubblica può rendere fino a 3$ di crescita economica. L’investimento in sanità pubblica non solo salva delle vite durante una recessione, ma può aiutare a stimolare la ripresa economica. Questi risultati suggeriscono che tre princìpi dovrebbero guidare i piani di risposta alle crisi economiche:

Primo, non nuocere: se l’austerità fosse testata come un medicinale durante una sperimentazione clinica, sarebbe stata fermata molto tempo fa, per via dei suoi effetti collaterali letali. Ogni nazione dovrebbe costituire un Ufficio per la Responsabilità Sanitaria indipendente e non di parte, composto da epidemiologi ed economisti, per valutare gli effetti sulla salute delle politiche fiscali e monetarie.

Secondo, trattare la mancanza di lavoro come la pandemia che è. La disoccupazione è una delle principali cause di depressione, alcolismo e pensieri suicidi. I politici finlandesi e svedesi hanno aiutato a prevenire depressione e suicidi durante le recessioni investendo in “programmi attivi per l’occupazione” mirati ai nuovi disoccupati, affinché potessero trovare lavoro in tempi rapidi, con benefici economici netti.

Infine, espandere gli investimenti nella sanità pubblica nei tempi difficili. Il cliché che un grammo di prevenzione vale un chilo di cura si rivela veritiero. È molto più costoso controllare un epidemia che prevenirne una. La Città di New York ha speso 1 miliardo di dollari a metà degli anni ’90 per controllare un focolaio di tubercolosi resistente ai farmaci. Tale ceppo resistente ai farmaci era una diretta conseguenza del fallimento della Città nell’assicurarsi che i pazienti tubercolotici a basso reddito completassero le loro terapie a base di economicissimi farmaci generici.

Non c’è bisogno di essere un ideologo economico – e noi certamente non lo siamo – per accorgersi che il prezzo dell’austerità è calcolato in vite umane. Non intendiamo discolpare le decisioni politiche sbagliate del passato o chiedere una cancellazione universale del debito. Tocca ai politici americani ed europei decidere qual è il giusto mix di politica fiscale e monetaria. Quello che noi abbiamo scoperto è che l’austerità – nella forma di consistenti, immediati ed indiscriminati tagli alla spesa sociale e sanitaria – è non solo controproducente, ma mortale.

 

David Stuckler, capo ricercatore in sociologia ad Oxford, e Sanjay Basu, professore assistente di medicina ed epidemiologo per il Prevention Research Center di Stanford, sono gli autori del libro “The Body Economic: Why Austerity Kills.”

 

Tradotto da Grim (@gr_grim).

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