Der Spiegel – La democratizzazione non può salvare l’Europa: la necessità di un accentramento del potere

E’ impressionante che su una rivista prestigiosa come Der Spiegel possano essere pubblicati articoli di questo genere, la cui lettura fa scorrere freddi brividi lungo la schiena.  Si tratta di un articolo di qualche anno fa, in cui si  rivendica a chiare lettere la necessità di un governo autoritario delle élites europee perché possano agire liberamente senza troppi vincoli per il bene del “sogno europeo”, con un  paternalismo e un disprezzo della democrazia senza infingimenti. Il realismo con cui si afferma che una “democratizzazione” delle istituzioni europee non servirebbe a nulla può senz’altro essere condiviso, come ben spiegato qui, ma questa consapevolezza non può che portarci a voler smantellare questa mostruosità “sovranazionale” per ritornare ad una dimensione in cui la democrazia possa essere esercitata con un maggiore controllo. 

Saggio di Herfried Münkler, 8 luglio 2011

Nonostante la miriade di problemi che l’Unione europea deve affrontare, la democratizzazione non è la risposta. Piuttosto, c’è bisogno di un rafforzamento delle élite che governano l’Unione europea – e il potere deve essere tolto alla periferia.

Le élites politiche europee offrono attualmente uno spettacolo patetico, dalle reazioni contraddittorie alle rivolte nel mondo arabo alla gestione timida della crisi dell’euro. O si ostinano a non fare nulla o passano da una menzogna all’altra, nella speranza che questo permetterà loro di ottenere il controllo dei mercati. Ora che le élite europee devono dimostrare quel che da tanto tempo andavano predicando – che l’Europa è un giocatore capace di stare sulla scena politica ed economica mondiale – non hanno fatto altro che annaspare in mezzo alle difficoltà. E dato che si rifiutano di ammettere che sia così, celebrano ogni nuova maldestra mossa come la salvezza dell’Europa e dell’euro. La povera immagine di sé che l’Europa sta dando è in gran parte il risultato della impotenza delle sue élites.

Alla luce di questo fallimento delle élites, non c’è da stupirsi che oggi assistiamo a rinnovati appelli per la democratizzazione dell’Europa. Improvvisamente, il popolo dovrebbe sistemare le cose là dove le élites hanno fallito. Dal momento in cui al popolo viene chiesto di pagare per i problemi causati dalle élites, molti credono che il popolo stesso dovrebbe avere più voce in capitolo su come e da chi l’Europa debba essere controllata.

Per quanto questo argomento potrebbe sembrare ragionevole, non ha affatto il senso che sembra avere a prima vista. Anche dopo la democratizzazione dell’Europa, le élites a Bruxelles e a Strasburgo saranno ancora in carica. L’unica opzione disponibile per i cittadini europei, nella misura in cui possano effettivamente essere considerati tali, sarebbe di reagire all’evidente fallimento votando per rimuovere i loro capi dal loro incarico – e di votare una élite avversaria perché ne prenda il posto. Se questo cambierebbe radicalmente le cose, è una questione aperta.

Bruxelles, che è anche la capitale del Belgio, è particolarmente adatta a dimostrare che la democrazia non comporta automaticamente l’ascesa al potere di élites capaci. Dalle elezioni della scorsa estate, i partiti politici del Belgio non sono stati in grado di dar vita a un nuovo governo funzionante. La democrazia belga soffre di quote di partecipazione in base all’etnia e parcellizzazione politica. È stata a lungo incapace di prendere le decisioni più elementari. E, ora, nemmeno i compromessi sono fattibili.

Giocare una Partita Spericolata

C’è da temere che una più ampia democratizzazione dell’Europa potrebbe portare ad una situazione molto simile, perché l’Europa è come minimo differenziata al suo interno come il Belgio sulle questioni nazionali ed economiche. Spingere per la democratizzazione dell’Europa è come giocare a un gioco spericolato che può portare in breve tempo alla disintegrazione europea. Coloro che vedono la democratizzazione come la reazione logica alla crisi potrebbero anche non essere consapevoli di questo rischio. Vedono la democratizzazione come un riflesso automatico in risposta alla crisi. Ma la democrazia necessita di condizioni che oggi in Europa non esistono.

L’Europa è stato un progetto elitario sin dall’inizio, ma con la condizione che la democratizzazione si sarebbe realizzata alla prima occasione possibile. Anche se in tutta la storia dell’Unione europea l’Europa ha avuto la sua parte di momenti rivoluzionari da primavera araba – momenti in cui sembrava fosse arrivato il tempo di una maggiore democratizzazione – l’opportunità non è mai stata ugualmente favorevole in tutta l’Unione. E poiché la maggioranza assoluta non è sufficiente in questa Europa, e sarebbe stato necessario convincere la maggioranza in tutti gli Stati membri, queste opportunità sono andate sprecate. Ma le élites non sono particolarmente intraprendenti per natura, e hanno esitato e adottato un approccio attendista – un approccio che era, ed è in parte, il risultato del quadro istituzionale in cui operano. Non a caso, i pochi tentativi di portare più democrazia in Europa, al meglio sono stati timidi.

Un altro fattore che ha contribuito è stata la relativa mancanza di fiducia tra gli elettori. E le elezioni del Parlamento europeo, che è scelto direttamente dalla popolazione europea sin dalla fine degli anni ’70, hanno fatto ben poco per placare questo scetticismo: l’affluenza alle urne è notoriamente scarsa e quelli che votano tendono a favorire i populisti in modo sproporzionatamente elevato. La popolazione europea non è mai stata e ancora non è un popolo europeo.

Le Elites stanno tenendo insieme l’Europa

Chi è a favore della democratizzazione risponde che un tale processo è l’unico modo per creare un popolo europeo. Ciò potrebbe essere vero in linea di principio, ma richiede anche l’esistenza di condizioni socio-economiche e politico-culturali che non sono certamente in atto in questo momento, come è fin troppo evidente nella crescente sfiducia degli europei durante la crisi dell’euro. Coloro che sostengono la democratizzazione ora stanno rafforzando le forze centrifughe in Europa. Nonostante tutti gli errori e le inettitudini, sono le elites che stanno tenendo insieme l’Europa. Piuttosto che pensare alla democratizzazione, allora, non dovremmo invece ricercare i modi per migliorare la capacità delle élites?

Il problema principale di un’Europa costituita è che il potere fa scattare forze centrifughe non appena la prosperità economica comincia a svanire. Un attore politico ed economico che persegue la crescita e non è in grado di gestire i disordini non è adatto a sopravvivere nel 21° secolo. Un tale attore è un problema e non la soluzione. Così, la crisi attuale deve essere vista come un appello a trasformare l’Europa in modo da produrre delle élites migliori e dare a queste élite più spazio per intervenire attivamente. Ciò equivale a una modifica del Trattato di Lisbona, e ad abbracciare il pensiero penoso che un’Europa più piccola ma più efficace sia meglio di un’Europa più grande, i cui i cittadini nel migliore dei casi la considerino con indifferenza.

Quindi, il tema centrale per la ricostruzione dell’Europa è che le forze centrifughe che nascono dalle rivendicazioni di sovranità degli Stati membri e le differenze socio-economiche e culturali tra le singole regioni non solo siano contenute, ma siano anche trasformate in forze centripete. In altre parole, l’Europa ha bisogno di un centro forte e potente – o fallirà.

Una situazione in cui un paese come la Grecia, la cui produzione economica sta tra il 2 per cento e il 2,5 per cento di quella di tutta la zona euro, sia in grado di mettere in pericolo l’economia europea e trascinare la moneta comune europea sull’orlo del fallimento rivela gravi difetti di progettazione nella costituzione politica. Le lamentele sulle macchinazioni fraudolente dei greci durante la loro adesione alla zona euro, le carenze amministrative della Grecia (il paese non ha nemmeno un ufficio del catasto a livello nazionale) e la mancanza di disciplina e di impegno in vaste parti della popolazione greca sono, al meglio, uno spettacolo da baraccone. Il vero problema è che tutti questi problemi erano già noti circa 10 anni fa – e che non ne è stata tratta nessuna conseguenza.

L’Europa era vista come una storia di successo che aveva bisogno di poca manutenzione – si pensava che fosse in grado di gestire i greci. Invece di prestare attenzione ai fattori veramente rilevanti, ne è stata fatta una questione di identità religiosa e culturale – che ha reso possibile tenere fuori i turchi consentendo ai greci, bulgari e rumeni di aderire all’UE. Per lo meno dal punto di vista della politica finanziaria e monetaria, l’Europa oggi starebbe meglio se fosse successo il contrario. Le elites sono caratterizzate dal fatto di porre le domande giuste. Le élite europee non sono all’altezza di questo compito.

Un altro esempio del fallimento delle élite europee è stata la loro pretesa che l’introduzione dell’euro nel continente non solo avrebbe creato un mercato più grande di quello statunitense, ma anche che l’euro avesse tutte le caratteristiche per diventare la seconda valuta di riserva dell’economia globale, subito dopo il dollaro. Ma, parallelamente, la necessità di almeno un’agenzia di rating europea che potesse reggere il confronto con le agenzie di rating americane – è stata ignorata. Gli europei erano determinati a sfidare il dominio del dollaro, con tutti i vantaggi che ne derivano per gli Stati Uniti, eppure non gli hanno costruito intorno un ambiente protetto. L’euro poteva essere attaccato in qualsiasi momento, perché le agenzie di rating degli Stati Uniti avevano la possibilità di individuare gli anelli più deboli del gruppo dell’euro e esercitare lì una pressione. Il prestigio della moneta unica era, e resta ancora, molto vulnerabile. Invece, un progetto come l’euro avrebbe dovuto essere preparato in un modo che offrisse delle garanzie strategiche.

Solo ora gli europei che stanno riflettendo seriamente su un’agenzia di rating, ma ora le loro intenzioni e la funzione dell’agenzia sono troppo trasparenti. Forse l’unica spiegazione per questo errore strategico è che le élite all’inizio si consideravano come degli amministratori di prosperità e avevano perso di vista la lotta strategica per il potere e l’influenza. E’ possibile che le élite europee siano diventate vittime delle spiegazioni che esse stesse avevano dato alle loro popolazioni per legittimare il progetto. Si vedevano come una sorta di gigante buono, e non come attori politici che lottano per i loro interessi all’estero e per prevalere nella politica interna. In politica, confondere la legittimazione con la strategia è un peccato imperdonabile.

Declino e Disintegrazione

Ci sono indubbiamente numerosi esempi di gravi carenze delle élite a livello europeo. Ma la questione chiave è che questi fallimenti possono essere corretti solo dalle élite stesse, e che il tentativo di compensare i fallimenti con una democratizzazione forzata porterebbe alla disintegrazione disordinata dell’Europa. Lo strumento del referendum, in particolare, si è dimostrato essere un bastone infido e pericoloso che gli attori politici hanno ripetutamente gettato nelle ruote dell’Europa. Nella situazione attuale, la democratizzazione rafforzerebbe la capacità dei soggetti anti-europei e aumenterebbe in modo significativo il numero di coloro che a Bruxelles brandiscono il veto come un’arma.

In Europa, è improbabile che delle élite più capaci arrivino al potere o che le élite esistenti facciano meno errori, riescano a essere più ferme e risolute e a portare avanti gli interessi europei in maniera più abile, fino a quando il quadro generale di azione dell’elite – la Costituzione europea, per così dire – non sia sostanzialmente ristrutturato. L’attuale crisi può non essere una circostanza favorevole alla democratizzazione, ma certamente offre l’opportunità di modificare il Trattato di Lisbona. In passato, si diceva che l’asse Parigi-Bonn o Parigi-Berlino dovevano rimanere intatti per il progresso dell’Europa. Oggi, il carico che poggia su questo asse è diventato troppo pesante. I tedeschi dovrebbero mostrare più leadership, ma non appena accennano a un minim di leadership, questa viene subito respinta se non combattuta aspramente. In Europa, la periferia ha troppo potere e il centro troppo poco. Fino a quando questo non cambierà, l’Unione europea e l’euro non usciranno dalla crisi. Una ridistribuzione del peso politico in Europa può essere difficile, ma questo non cambia il fatto che è necessario.

Prima dell’espansione dell’UE verso l’Europa orientale, si era svolto un dibattito sullo sviluppo futuro dell’UE, ma era basato sulla falsa alternativa “approfondimento o espansione.” La vera questione avrebbe dovuto essere di quanto debba essere forte il centro per gestire una periferia più grande. Ora la periferia domina il centro e detta sia la sua agenda politica che il ritmo dei suoi processi decisionali. Anche se l’Europa riuscirà a farcela a superare la crisi dell’euro e il crollo della Grecia, questo problema di fondo non sparirà. In realtà, queste crisi potranno ripetere in qualsiasi momento. Un default più o meno ordinato della Grecia sarebbe solo un piccolo passo verso il salvataggio dell’euro. Il passo cruciale è una ricostruzione politica dell’Europa, una ricostruzione in cui la democratizzazione sarebbe un’opzione reale e non rappresenterebbe la minaccia del declino e della disintegrazione.

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