Nel mezzo della drammatica crisi economica greca, è importante che la scienza economica indichi la strada da percorrere perché la Grecia possa tornare su un percorso di crescita. Per questa ragione Bagnai, sul blog Goofynomics, si preoccupa di confutare una leggenda popolare, recentemente rilanciata dal Nobel Pissarides: il presunto effetto devastante di una svalutazione nominale sui salari reali. Tale effetto non è previsto dalla teoria economica e non si osserva nella pratica. Occorre esserne consapevoli quando si fanno scelte che segneranno il destino di un intero popolo.

 

di Alberto Bagnai, 15 giugno 2015

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Dato che la prospettiva di un’uscita della Grecia dall’euro (Grexit) si fa più probabile – confutando così la ridicola tesi dell’”irreversibilità” dell’euro – la propaganda ricorre alle sue armi di distruzione di massa: i premi Nobel. Ero solito dire che esistono solo due cose umane irreversibili: la stupidità e la morte (anche se per quest’ultima abbiamo un brillante controesempio). Mi sbagliavo: c’è un terzo elemento umano che sembra essere irreversibile: la ferma convinzione degli economisti sul fatto che una svalutazione nominale porterà a una disastrosa caduta dei salari reali. Dopo che vi avrò mostrato qualche dato, lascerò al vostro prudente giudizio di valutare se questa convinzione ricada in una delle due summenzionate categorie (rasoio di Occam).

Stamattina ho ricevuto su Twitter questa opinione del professor Pissarides: il Grexit significa il più grande crollo dei salari mai sperimentato!. Un’affermazione decisamente audace, ma… è supportata da qualche modello, o da qualche dato?

Sappiamo tutti (o almeno dovremmo saperlo) che il Grexit non sarebbe la prima fine di un’unione monetaria della storia, e di certo non sarebbe l’ultima. Conosciamo tutti (o almeno dovremmo conoscerla) la letteratura scientifica a riguardo, cui hanno contribuito autori di primo piano come Andrew Rose. Di conseguenza, nel corso del tempo abbiamo accumulato molte evidenze e molte interpretazioni particolarmente autorevoli. La storia non si ripete mai esattamente: quanto è vero! Sappiamo tutti che si ripete la prima volta come tragedia, e la seconda volta come farsa. Il comportamento degli economisti mainstream durante la crisi del 1929 fu tragico (pensiamo per esempio al ”permanently high plateau” di Irving Fisher, così simile alla semplice “forte correzione” prevista da Alesina). Oggi il comportamento degli economisti mainstream sta diventando farsesco: molti di loro sostengono affermazioni infondate, o riscoprono l’acqua calda.

In questo momento mostrare  un’apprezzabile, ma certamente non tempestiva, preoccupazione sulla democrazia nell’eurozona, equivale a riscoprire l’acqua calda. Quando ho scritto il mio libro su questo argomento nel 2012, sapevo di essere solo l’ultimo a esprimere questa preoccupazione e ho citato tutti gli autori che avevano espresso e sostenuto con evidenze empiriche una simile preoccupazione: tra di loro, Rose (vedere sopra). Ero un nano sulle spalle di giganti.

E’ un’affermazione infondata che una caduta del tasso di cambio nominale porterà a un caduta pressoché 1-a-1 nei salari reali, vale a dire l’affermazione di Pissarides che il necessario riallineamento della nuova dracma renderà i Greci più poveri. Niente di simile è mai successo (con un’eccezione che mostreremo nello studio qui sotto). Inoltre, poiché i colleghi potrebbero (giustamente) sostenere che il passato non sempre ha lezioni da insegnarci riguardo al futuro, aggiungo che non conosco alcun modello economico formale dove una svalutazione nominale causi un abbassamento dei salari reali  1-a-1.  Si tratta probabilmente di un mio difetto di conoscenza. Conosco però modelli dove le svalutazioni sono uno strumento efficace per ripristinare la crescita economica in presenza di “resistenza” dei salari reali (uno è qui). Vale la pena notare che dopo due ore di richieste ai miei colleghi mainstream via Twitter, non ho ricevuto alcuna chiara indicazione di un qualche modello standard da libro di testo dove una svalutazione nominale provochi una caduta 1-a-1 dei salari reali.

Questo è successo per due ragioni: una teorica, l’altra pratica.

Da un punto di vista teorico, se sei un economista mainstream, devi credere (sì: credere) che i salari reali siano legati alla produttività marginale del lavoro. In un mondo dove la moneta è un “velo” (il mondo mainstream), è difficile immaginare se e come questa relazione tra variabili reali (produttività e salari reali) possa essere influenzata da una variabile nominale (tasso di cambio nominale).

La ragione pratica per cui nessun collega mainstream è stato finora capace di rispondere, è che tale relazione 1-a-1 tra svalutazioni nominali e cadute dei salari reali non si è mai manifestata nella pratica. Per provarlo, vi mostrerò gli andamenti degli indici del Cambio Nominale Effettivo (abbreviazione inglese: NEER) e del Salario Reale (abbreviazione inglese: RW) all’indomani di alcuni ben noti episodi di svalutazione importanti, alcuni dei quali hanno comportato un’uscita da un regime di cambi fissi (che non è un’unione monetaria, ma ci va abbastanza vicino). I dati vengono dall’ International Financial Statistics:

XXX..NECZF…

XXX64…ZF…

XXX65…ZF…

(dove XXX è il codice del Paese, NEC è l’indice di cambio nominale effettivo, 64 e 65 sono gli indici dei prezzi al consumo e dei salari reali).

Ecco qui sotto i risultati per vostro riferimento:

Svalutazione nominale e salari reali fig 1

Svalutazione nominale e salari reali fig 2

Svalutazione nominale e salari reali fig 3

Svalutazione nominale e salari reali fig 4

Svalutazione nominale e salari reali fig 5

Svalutazione nominale e salari reali fig 6

Svalutazione nominale e salari reali fig 7

Svalutazione nominale e salari reali fig 8

In nessun caso i salari reali sono scesi tanto quanto il tasso di cambio nominale effettivo, in alcuni casi sono scesi in proporzione minore, e in qualche altro caso sono aumentati. L’affermazione che una svalutazione nominale sia equivalente a un taglio dei salari reali viene smentita dai dati.

Ho accennato a un’eccezione. Eccola qui:

Svalutazione nominale e salari reali fig 9

Il Messico è l’unico paese che sembra suffragare il modello informale di Pissarides di un’equivalenza 1-a-1 di lungo periodo tra la caduta del tasso di cambio nominale e il “taglio” dei salari reali. E’ una sorpresa? No, affatto. Come tutti gli economisti di professione sanno, esiste una montagna di evidenze empiriche che mostra come in America Latina la relazione di lungo periodo tra una svalutazione nominale e la variazione dei prezzi sia superiore a 1. Il riferimento principale è qui (e non è un riferimento trascurabile: ha 384 riferimenti su IDEAS, ed è citato da uno dei più autorevoli manuali di macroeconomia internazionale; ad ogni modo, ho studiato con il Prof. Gandolfo).

Roberto Frenkel (questo qui) una volta mi ha suggerito un’interessante spiegazione sul perché ciò avvenga (ossia perché, al contrario di quanto avviene nelle altre parti del mondo, in America Latina l’inflazione supera la svalutazione, con ovvie conseguenze negative sui salari reali). In questi paesi il dollaro USA viene visto come il tipico bene rifugio. Quando c’è il timore di una svalutazione, questo fatto innesca un meccanismo che si autoalimenta dove tutti si mettono a comprare dollari, così spingendo la valuta nazionale al ribasso, e il resto potete immaginarvelo (anche se non siete economisti di professione)!

Ma decisamente la Grecia non è il Messico. Pur essendo relativamente arretrata rispetto ai suoi poco amichevoli partner europei, possiamo supporre che il suo mercato finanziario nel 2015 sia relativamente più sviluppato di quando non fosse quello messicano nel 1995. E’ estremamente improbabile che in Grecia possa presentarsi questo circolo vizioso autoalimentante (che si è manifestato in Argentina e in Messico).

Questo è quello che può dire un economista di professione. Ma la professionalità, in tutta evidenza, è l’ultima preoccupazione della mia professione. Oggi gli economisti si comportano più da social media influencer, che da ricercatori. Le loro affermazioni sono raramente basate sui fatti, e sono sempre collegate al dibattito politico in corso in modo estremamente sgradevole e sospettabile di propaganda.

Questa è una situazione molto spiacevole, perché siamo in crisi economica, e sarebbe estremamente importante per tutti noi, e per la nostra democrazia, poter considerare l’economia come una scienza credibile, e gli economisti come esperti che si attengono ai fatti e tentano di spiegarli, anziché influencer che provano a far passare una narrazione dei fatti sempre più avulsa dalla realtà.

 

Così è la vita.

 

(…e se qualcuno ha altri controesempi, si senta libero di intervenire. Se qualcuno ha un modello, si senta libero di citarlo in maniera compiuta, in accordo agli standard accademici. Grazie per la vostra attenzione).