Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph lancia un’accusa forte e definitiva contro le “istituzioni” internazionali della Troika, che si ritenevano i guardiani della stabilità finanziaria globale, ma hanno gettato nel discredito se stesse e forse la credibilità del mondo occidentale. Violando ripetutamente il loro mandato, usando la più spudorata coercizione per intervenire nelle vicende politiche nazionali, arrivando a spodestare governi democraticamente eletti, FMI, BCE e altre istituzioni europee, hanno incrinato degli equilibri e avviato reazioni potenzialmente incontrollabili.

 

di Ambrose Evans-Pritchard, 19 giugno 2015

Di rado nei tempi recenti abbiamo assistito ad una tale quantità di petulanza e cattivo giudizio da parte di coloro che dovrebbero essere responsabili della stabilità finanziaria globale, e da parte di coloro esprimono la voce del mondo occidentale.

È uno spettacolo strabiliante. La Banca Centrale Europea, il fondo di salvataggio dell’unione monetaria, e il Fondo Monetario Internazionale, tra gli altri, si stanno scagliando furiosamente contro un governo eletto che si rifiuta di fare ciò che essi gli dicono. Essi diniegano completamente la responsabilità che hanno per cinque anni di errori politici clamorosi, errori che hanno condotto all’impasse attuale.

Vogliono vedere questi Klepht ribelli pendere impiccati dalle colonne del Partenone – o impalati come avrebbero preferito le forze Ottomane, al pari dei banditi – per quanto così facendo degradano la dignità delle loro stesse istituzioni.

Se vogliamo datare il momento in cui l’ordine liberale nell’Atlantico ha perso la sua autorità – e il momento in cui il Progetto Europeo ha cessato di essere una forza storica capace di motivare – be’, il momento potrebbe essere proprio questo. In un certo senso la crisi greca è l’equivalente finanziario della Guerra in Iraq, qualcosa di totemico per la sinistra, e per i sovranisti di destra, e piena di dossier gonfiati.

C’è qualcuno che può negare che la BCE – per tramite della Bank of Greece – stia attivamente incitando una corsa agli sportelli in un paese di cui essa stessa è il regolatore bancario, nel momento in cui mercoledì ha emesso un comunicato del genere?

Ha messo in guardia circa una “crisi incontrollabile” se non si trovasse un accordo coi creditori, crisi seguita da un’inflazione alle stelle, “una crescita esponenziale della disoccupazione”, e un “crollo di tutto ciò che l’economia greca è riuscita ad ottenere in anni di appartenenza all’UE e specialmente all’eurozona”.

Il guardiano della stabilità finanziaria sta coscientemente e deliberatamente accelerando la crisi finanziaria in uno Stato membro dell’unione monetaria – con rischi possibili per tutta l’unione e addirittura per un contagio globale – e lo sta facendo come tattica negoziale per costringere la Grecia sul tavolo delle trattative.

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Lo ha fatto dopo che il premier Alexis Tsipras ha accusato i creditori di “posare delle trappole” nei negoziati e di agire con una motivazione politica. Li ha più o meno accusati di voler distruggere un governo eletto e di portare avanti un cambio di regime per tramite della coercizione finanziaria.

Lascio che siano i legati a stabilire se un simile comunicato sia un’aperta violazione degli obblighi fondamentali della BCE stabiliti dai trattati europei. Si tratta comunque di una cosa inusuale. La BCE ha già dovuto incrementare la liquidità di emergenza alle banche greche per 1,8 miliardi di euro (abbastanza per durare fino a lunedì notte) in modo da compensare i danni della crescente fuga dei capitali.

Nel suo comunicato la Bank of Greece ha dichiarato che se non si riuscisse a venire incontro alle richieste dei creditori si avrebbe “con ogni probabilità” l’esplusione della Grecia dall’Unione Europea. Lasciatemi chiarire questo punto. Non si tratta di un’opinione. Ciò coincide con la minaccia, da parte della BCE, di gettare i greci fuori dall’UE se tentassero di opporre resistenza.

Non è la prima volta che la BCE ha deviato dal proprio mandato. Ha già costretto l’Irlanda ad accettare le richieste dei detentori di titoli della Banca Anglo-Irlandese, caricando il contribuente irlandese di un ulteriore debito pari al 20 percento del PIL.

Ciò fu fatto esclusivamente per salvare il sistema bancario europeo in un momento in cui la BCE ancora si rifiutava di fare lei stessa il lavoro, tradendo così il compito princiaple che ha una Banca Centrale: quello di agire da prestatore di ultima istanza.

La BCE mandò inoltre lettere segrete ai leader eletti in Spagna e Italia, nell’agosto 2011, in cui gli chiedeva precise modifiche delle leggi interne, per le quali non aveva alcun mandato né competenza tecnica, mettendo becco pure nelle questioni nevralgiche delle leggi sul lavoro, leggi che in passato avevano portato ad omicidi in Italia, ad opera delle Brigate Rosse.

Nel momento in cui Silvio Berlusconi esitò, la BCE smise l’acquisto di titoli, portando i rendimenti dei bond a 10 anni al 7,5 percento. Berlusconi fu costretto a rassegnare le dimissioni tramite un colpo di stato dietro le quinte, ma si trattava di un colpo di stato legittimato da quell’invecchiato ex-stalinista fanatico dell’UE che allora era il presidente della repubblica italiana.

Non dimentichiamo poi che la BCE paracadutò il suo vice-presidente – Lucas Papademos – a prendere il controllo della Grecia nel momento in cui l’allora premier George Papandreou osò suggerire che avrebbe potuto sottoporre il pacchetto di salvataggio dell’unione monetaria ad un referendum, che in retrospettiva sarebbe stata una saggia idea. E con ciò fa due colpi di stato. Ora Syriza teme che siano pronti a farne un terzo.

La struttura di potere dei creditori ha perso la rotta. Il FMI è in confusione. Sta costringendo la Grecia a politiche restrittive di austerità – senza riduzione del debito, senza ammortizzatori, senza investimenti compensatori – e queste politiche sono state screditate come scientificamente insensate dall’élite del dipartimento di ricerca dello stesso FMI.

Le colpe del FMI per questo fiasco sono ora ben note. Come ho fatto notare la settimana scorsa, gli stessi documenti interni del FMI mostrano che il salvataggio originale del 2010 fu progettato per salvare il sistema bancario europeo e l’unione monetaria in un momento in cui non esistevano difese contro il contagio. La Grecia fu semplicemente sacrificata.

Uno avrebbe pensato che il FMI intendesse fare scendere la temperatura politica, dato che la sua stessa credibilità e a lungo termine la sua sopravvivenza erano in gioco. Eppure no, Christine Lagarde ha alzato la posta in gioco politica dicendo che la Grecia cadrà immediatamente in mora se non effettuerà il pagamento da 1,6 miliardi di euro verso il FMI entro in 30 giugno.

Per come la vedo, è una deliberata escalation. La normale procedura sarebbe stata di dare notifica al FMI dopo 30 giorni. Tale periodo è di fatto un periodo di tolleranza, e in un gran numero di casi passati gli arretrati sono stati liquidati tranquillamente durante quel periodo prima ancora che la questione raggiungesse il consiglio direttivo del FMI.

Il FMI avrebbe potuto lasciare che si seguisse questo normale processo anche nel caso della Grecia. Ha deciso di non farlo, a quanto pare sulla base del fatto che le somme in gioco erano insolitamente grandi.

Klaus Regling, capo del fondo di salvataggio dell’eurozona (EFSF), al momento giusto è intervenuto per precisare con decisione che la sua organizzazione avvierà le clausole di cross default sui suoi titoli di debito greco – il 45 percento del pacchetto greco – sebbene non avesse alcuna ragione per essere costretto a fare così. È una scelta opzionale per l’EFSF.

Sembra che Regling stia minacciando di annunciare il default sull’EFSF, sebbene gli stessi greci non lo stiano facendo, il che è abbastanza strano.

Ciò che sta avvenendo è ovvio. I vari creditori stanno agendo di comune accordo. Invece di fermarsi a riflettere per un attimo sulle ragioni più profonde della loro strategia, la stanno portando avanti meccanicamente, a quanto pare assumendo che la loro tattica del terrore spaventerà la Grecia allo scoccare della dodicesima ora.

Personalmente sono un conservatore Burkeano con un’impostazione di libero mercato. Dal punto di vista ideologico Syriza non è proprio il mio partito preferito. Eppure a noi Burkeani piace la democrazia – e non ci interessano le giunte monetarie – e ci piace la democrazia anche quando questa porta all’elezione di governi di sinistra radicale.

Per quanto posso dire, Edmund Burke avrebbe trovato i piani presentati la scorsa notte dal ministro delle finanze Yanis Varoufakis all’Eurogruppo razionali, ragionevoli, equi e proporzionati.

Questi piani includono uno scambio dei bond della BCE in scadenza a luglio e agosto con bond del fondo di salvataggio. Questi hanno tempi di maturazione più lunghi e tassi di interesse più bassi, e riflettono i costi di finanziamento dei creditori a prezzi di mercato.

Syriza ha detto fin dall’inizio che è disposta a lavorare a riforme del mercato con l’OCSE, la principale autorità. Vuole lavorare in team con l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro su un modello di riforme del lavoro e di flexi-secuirity sullo stile scandinavo, una valida alternativa alle riforme Hartz IV in stile tedesco che hanno impoverito ulteriormente il quinto più povero della società tedesca e che sono inaccettabili per qualsiasi movimento di sinistra.

Syriza vorrebbe portare avanti una revisione più radicale dello Stato greco rispetto a quanto chiunque altro abbia fatto durante i cinque anni di dominio della Troika – nei quali a dire il vero è stato fatto parecchio.

Come ha detto Varoufakis a Die Zeit: “Perché un chilometro di autostrada da noi deve costare tre volte che in Germania? Perché abbiamo a che fare con un sistema di clientelismo e corruzione. Ecco cosa dobbiamo contrastare. Eppure siamo qui a dibattere degli orari di apertura delle farmacie.”

La Troika ha spinto per avere la privatizzazione di asset pubblici molto redditizi a prezzi di saldo, che sono stati acquistati da monopoli privati, a beneficio di un’élite già radicata. Dire che queste sono riforme è un invito ad un amaro cinismo.

Se la Troika ha spinto per queste politiche lo ha fatto solo per ricavarne denaro. Stava agendo da esattore delle tasse. “Le riforme erano una cortina di fumo. Ogni volta che ho provato a parlare di proposte, si mostravano annoiati. Lo vedevo dalle loro espressioni,” mi ha detto Varoufakis.

La verità è che la struttura di potere dei creditori non ha mai dato nemmeno un’occhiata alle proposte greche. Non li ha mai sfiorati l’ipotesi di stracciare il loro vecchio, screditato, legalistico, fatuo copione.

La decisione presa fin dall’inizio è stata quella di pretendere una rigida applicazione dei termini concordati nell’originale Memorandum, che perfino il più conservatore dei governi pro-Troika non era riuscito ad implementare – senza porsi il problema se abbia alcun senso, o se effettivamente serva ad aumentare le probabilità che la Germania e gli altri creditori possano recuperare il loro denaro.

Nel migliore dei casi è inerzia burocratica, una palese esibizione di come l’UE è diventata impraticabile, quasi geneticamente incapace di riconoscere e correggere i propri errori.

Nel peggiore dei casi è una maligna insistenza da bulli per ottenere una resa rituale fine a se stessa.

Sappiamo tutti come va. L’UE è preoccupata del rischio di “azzardo morale” politico, di ciò che Podemos potrebbe fare in Spagna, o gli euroscettici in Italia, o il Front National in Francia, nel caso in cui Syriza dovesse riuscire a cambiare la rotta e a farcela.

Ma i sostenitori di questa visione dell’establishment – e li si sente fin troppo – credono davvero che Podemos può essere sconfitto schiacciando Syriza, o che possano scoraggiare Marine Le Pen attraverso la violazione della sovranità e della sensibilità di una nazione?

Pensano forse che la presa sempre più declinante che la UE ha sulla lealtà della gioventù europea possa riprendersi tramite il martirio di un paese di sinistra? Non si rendono conto che questo è il loro Guatemala, l’esperimento radicale di Jacobo Arbenz che fu stroncato dalla CIA nel 1954, con la conseguenza che iniziarono la rivoluzione cubana e trent’anni di stato di guerriglia in tutta l’America latina? Questi avvocati – sì, sono quasi tutti avvocati – hanno mai guardato oltre il proprio naso?

I vincitori di Versailles credettero istintivamente di avere dalla loro parte il pieno diritto morale nel momento in cui imposero la loro pace cartaginese alla Germania sconfitta nel 1919, e pretesero il pagamento di debiti che loro stessi si erano inventati. La Storia, però, espresse un giudizio ben diverso.