Anche un eminente conservatore tedesco come Hans-Olaf Henkel ritiene che la causa prima della miserabile situazione europea sia da collegare in primis alla moneta unica. Il legame tra la crisi e le rigidità dell’euro è chiarissimo, ma purtroppo questo argomento viene bandito dal dibattito pubblico. Chiunque lo affermi, viene immediatamente etichettato come un populista o un estremista, solo perché alcuni di questi ultimi dicono cose sensate sull’argomento. La scienza economica indica chiaramente che, per paesi in crisi come la Grecia, la svalutazione è uno strumento indispensabile. I palliativi che vengono proposti all’interno dell’eurozona sono spesso rimedi peggiori del male.

 

Di Hans-Olaf Henkel, 4 giugno 2015

 

La crisi dell’eurozona che ha paralizzato il continente per quasi un decennio ha tutte le caratteristiche di un’opera wagneriana, in cui una tragedia si sussegue all’altra. La persistenza della crisi, e la negazione prevalente delle sue origini da parte delle élite europee, ha aiutato il degenerare della situazione ad una dimensione paragonabile alla grande depressione degli anni trenta.

 

Le conseguenze politiche della crocifissione dell’Europa meridionale da parte dell’Unione Monetaria Europea (UME) sono ora chiare: le politiche UME hanno sgretolato i successi dell’integrazione europea del dopoguerra, hanno dato nuova vita a partiti populisti radicali e alimentato la crescita dei sentimenti anti-NATO. La lunga crisi non può che aumentare le fila degli amici dell’ imperialismo russo in Europa occidentale (imperialismo russo che rimane tutto da dimostrare NdVdE).

Da lungo tempo l’euro è troppo debole per la Germania e troppo forte per il Sud Europa, inclusa la Francia. Invece di facilitare la convergenza delle economie europee, l’Unione Monetaria Europea ha invece accentuato il divario di competitività tra gli Stati membri. Nel suo tentativo di ripristinare la competitività delle industrie esportatrici dell’Europa meridionale, intrappolate in una moneta sopravvalutata, la Troika ha introdotto una politica di svalutazione interna – nota anche come austerità competitiva – dopo la crisi del 2008, indirizzata al taglio dei salari. Il risultato prevedibile è stato disoccupazione di massa e un forte calo nella produzione industriale, un disastro economico artificiale, causato dalla cieca determinazione di salvare l’euro.

Ma ancora oggi, la narrativa europea mainstream si rifiuta di collegare l’euro al collasso dell’economia greca. Al contrario, il ritornello di Bruxelles sottolinea la “mancanza di riforme strutturali”, che di per sé non può spiegare le immense sventure della Grecia.

Le economie dell’Europa meridionale hanno un disperato bisogno di una profonda svalutazione della moneta, l’unico e potentissimo strumento di aggiustamento in grado di contrastare la grave crisi economica, anche se questa deve essere accompagnata da una politica economica assennata. Fino a quando questi paesi rimarranno membri dell’UME, la svalutazione non sarà possibile.

La moneta unica, l’amata creatura delle élite europee, è per lo più immune da qualsiasi critica. Fare l’ovvio collegamento tra l’euro e la crisi economica, è diventato un tabù. Curiosamente, questo tabù non esiste negli Stati Uniti, dove gli osservatori di destra e di sinistra, come Martin Feldstein e Paul Krugman, fanno questo collegamento.

Di conseguenza, i critici dell’euro di stampo moderato vengono accostati a populisti di destra come Marine Le Pen e Nigel Farage. Ciò dimostra la forte distanza tra la realtà e i media mainstream europei.

La sede naturale dei moderati favorevoli al mercato, persone che capiscono la follia dell’euro, è nel centro-destra europeo, con la sua fede nella libertà economica e in un governo limitato, con l’impegno verso l’alleanza transatlantica, l’appoggio alla globalizzazione e una visione positiva di un’UE meno burocratica improntata al principio di sussidiarietà (come si può vedere, H-O Henkel non è certamente un marxista né un estremista di destra. E’ semplicemente un conservatore di buon senso NdVdE).

L’incapacità dell’establishment europeo di distinguere i politici che vogliono una UE riformata, mercati liberi e non vogliono l’euro, dai populisti che non vedono nulla di buono nell’UE, è un sintomo di quanto sia inquinato il dibattito pubblico riguardo all’euro. Collegare il fallimento della UE allo smantellamento concordato dell’euro, significa togliere all’Europa l’unica opzione realistica di creare le condizioni per la crescita.

I leader europei insistono nel continuare a punire la Grecia con una brutale austerità, ciò spinge il paese che ha inventato la democrazia tra le braccia dell’autocratico Cremlino. La difesa dogmatica dell’euro a tutti i costi, mette a rischio il mercato comune e suscita altri sentimenti anti-americani e anti-NATO più di quanto avrebbe potuto immaginare il propagandista sovietico più creativo.

Il luogo comune secondo il quale l’unione fiscale potrebbe salvare l’eurozona deve essere respinto. Le lezioni che ci insegna la storia italiana dimostrano che i trasferimenti fiscali non sono in grado di aiutare le regioni che soffrono a causa di una moneta sopravvalutata. Allo stesso modo, il QE della Banca Centrale Europea non può porre fine alla miseria in Europa, dal momento che non può risolvere il problema dei tassi di cambio disallineati all’interno dell’UME e i suoi squilibri interni, invece esso alimenta le bolle speculative che mettono le basi per una nuova crisi finanziaria.

La Grecia ha bisogno di una forte svalutazione e di una cancellazione del debito. Il miglior scenario economico per uno smantellamento dell’euro sarebbe l’uscita controllata della Germania e degli altri paesi competitivi, ma in assenza di questa volontà politica a Berlino e in altre capitali, dovrebbe essere concordata un’uscita controllata della Grecia.

Solo con la cooperazione bipartisan tra forze politiche europee centriste dotate dell’immaginazione politica di concepire una UE senza un’unione monetaria, quantomeno nella sua forma attuale, possiamo spianare la strada verso una reale ripresa europea.

 

 

Hans-Olaf Henkel è un ex CEO di IBM Europa e un ex capo della Federazione degli Industriali Tedeschi. E’ membro del Parlamento Europeo (AfD) ed è il vice-rappresentante del gruppo europeo dei conservatori e dei riformisti.