P. Hoppenheimer inquadra storicamente il progetto della moneta unica, paragonandola ai suoi predecedenti. Tutti i grandi accordi di cambi fissi si sono rivelati deleteri e distorsivi per le economie che li hanno adottati, e spesso sono stati forieri di tensioni e violenze. Nessuno di loro è sopravvissuto a lungo e il mondo in loro assenza ha dimostrato di poter tranquillamente prosperare. Per questo, il suo consiglio alla Polonia, membro UE ma non aderente all’eurozona, è di tenersi a debita distanza da qualsiasi pensiero di adozione della moneta unica.

 

Di Peter Oppenheimer, 28 giugno 2015 

L’idea alla base dell’Unione Europea è quella di utilizzare meccanismi economici per raggiungere un obiettivo politico. In un primo momento, negli anni cinquanta, questo obiettivo era la riconciliazione post-bellica. Questo è stato però presto rimpiazzato da quello di riaffermare la presenza dell’Europa nelle questioni internazionali. L’UE, in altre parole, è l’ultimo degli imperi europei che si sono manifestati, da quello romano a Carlo Magno, e prende oggi il suo posto in mezzo alle superpotenze globali — gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e, in prospettiva, l’India.

Politici e commentatori amatoriali (come l’attuale editor del Financial Times di Londra, Lionel Barber) considerano la moneta unica europea come un elemento chiave di questa situazione. Le potenze delle dimensioni di continenti, come gli Stati Uniti e la Cina, hanno una moneta unica, e si presume che l’Europa debba averne una sua se vuole essere al loro stesso rango.

Questo modo di ragionare – se si può chiamare ragionare – è profondamente ignorante. Mostra l’assenza della comprensione del duplice ruolo del denaro nel sistema economico come strumento e come linea guida per la politica economica; e nessuna comprensione del modo in cui l’avere valute separate agisca come meccanismo di armonizzazione tra paesi in presenza di importanti rigidità economiche e diversità strutturali.

Nel caso dell’Europa, queste rigidità e diversità si sono formate negli ultimi 150 anni, in mezzo alle vicende di guerra, di pace e delle ideologie, nonché gli enormi cambiamenti tecnologici e la forte crescita della produzione. Gli sconvolgimenti delle due guerre mondiali hanno creato brusche discontinuità in quello che fino a quel momento era stato un processo graduale.

Prima del 1914 c’era stato infatti mezzo secolo di unione monetaria in Europa — e a dire il vero ben oltre l’Europa, grazie alle relazioni commerciali e alle reti coloniali. Questa unione monetaria si chiamava gold standard. Gli stati membri definivano immutabilmente le loro valute in termini di oro e di conseguenza si definivano i reciproci rapporti. Quello che permetteva al sistema di funzionare erano anzitutto le caratteristiche dei mercati del lavoro, che consentivano un sufficiente grado di flessibilità dei salari: non solo verso l’alto ma anche verso il basso (ottenendo “svalutazione interna” quando necessario). Questo a sua volta era sostenuto da altre due caratteristiche del sistema. La prima era la prevalenza di un’economia in stile Adam-Smith di “libero mercato”— i sindacati erano deboli, lo stato sociale era minimo o inesistente e il peso del governo nell’economia era molto piccolo. La seconda caratteristica a sostegno, che riduceva il grado di aggiustamenti di prezzi e salari necessari per mantenere l’equilibrio economico, è stato il flusso costante dei fattori di produzione — sia manodopera che capitali — fuori dall’Europa e verso altri territori, verso l’America del Nord in particolare ma anche il Sud Africa, l’Australia e altrove. La gente emigrava in gran numero da molte parti d’Europa, ma soprattutto dall’est (tra questi gli ebrei dall’Impero russo dopo il 1881) e anche dall’Irlanda. I flussi di capitale venivano principalmente da (e attraverso) la Gran Bretagna, sotto forma di emissioni di obbligazioni sul mercato dei capitali di Londra. Vale la pena ricordare anche che ancora nel 1913 il valore delle importazioni britanniche, per lo più cibo e materie prime, rappresentava circa il 40 per cento delle esportazioni di tutto il mondo.

Tutte queste caratteristiche dell’economia internazionale sparirono a seguito della guerra del 1914-18. I Salari diventarono rigidi al ribasso dappertutto, salvo pochissime eccezioni. E l’economia liberale (in senso britannico), del libero-mercato lasciò il campo all’economia mista (“liberal” in senso americano), con la spesa pubblica complessiva nei paesi europei alla fine del XX secolo che aumentava fino a circa il 50 per cento del PIL.

In circostanze simili, la possibilità di alterare i tassi di cambio al fine di riconciliare tassi di inflazione nazionali divergenti o cambiamenti asimmetrici nelle strutture economiche diventò fondamentale. Una delle prime dichiarazioni a riguardo, nel 1923, è stata il “Trattato sulla riforma monetaria”, di J.M. Keynes il quale, tra l’altro, metteva in guardia contro la follia di cercare di ristabilire i tassi di cambio pre-1914.

Keynes dovette ripetere tutto tre anni più tardi nelle “Conseguenze economiche di Mr. Churchill” (1926), quando Churchill, Cancelliere dello scacchiere britannico, ignorò le precedenti analisi di Keynes e sprofondò la Gran Bretagna in cinque anni di inutile stagnazione (prima che arrivasse l’impatto globale dal crollo di Wall Street del 1929), e 60 anni di conflitto industriale intermittente radicato nello sciopero dei minatori del 1926.

Quando la Gran Bretagna abbandonò il gold standard nel 1931, la Francia e gli altri paesi del “blocco d’oro” seguirono il precedente cattivo esempio della Gran Bretagna agganciandosi a tassi di cambio sopravvalutati per un ulteriore quinquennio. Vi ricorda qualcosa? Dovrebbe. Oggi l’Europa non ha un “blocco d’oro”, ma un “euro blocco” o eurozona come preferiscono chiamarla. La moneta unica significa sopravvalutazione in alcuni paesi membri, soprattutto nell’Europa meridionale, e sottovalutazione in altri, in particolare in Germania. Il risultato è stress economico, discordia politica e distorsione delle politiche e delle istituzioni trans-europee.

Invece di avere aggiustamenti dei tassi di cambio (o dei salari), abbiamo una massiccia disoccupazione, come pure la migrazione di manodopera tra i paesi. Movimenti di manodopera su una scala simile a quella tra stati degli Stati Uniti tendono a comportare dislocazione e perdita di identità nel contesto della diversità europea. Anche i flussi di capitale e le politiche finanziarie vengono distorte. Livelli di costo non competitivi scoraggiano gli investimenti delle imprese, mentre l’indebitamento ufficiale dei governi viene amplificato. L’ampliamento della base monetaria, o Quantitative Easing, mette le basi di un potenziale inflazionistico nel futuro mentre fa poco per incrementare la produzione nel presente.

Lo smantellamento dell’euro è evidentemente auspicabile. Ma non è inevitabile. Qualcuno, un governo o più governi, deve intraprendere un’azione decisiva e convincere gli altri a seguirne le orme. Se l’attuale mix di stagnazione, distorsione dei debiti e dei crediti e migrazione dirompente e subottimale di manodopera, viene tollerata dai politici e dai loro elettori nell’eurozona, essa può continuare per decenni. L’Europa diventerà quindi gradualmente uno stagno impoverito e la sua posizione sulla scena mondiale (compresa la sua capacità militare) si ridurrà sempre più rapidamente. Questo è l’esatto opposto di quello che la moneta unica avrebbe dovuto aiutare l’Europa a realizzare.

Come si è arrivati a una situazione del genere? La domanda è simile a quella che si pongono gli storici in merito allo scoppio della prima guerra mondiale. Parte della risposta è nel fatto che le aspirazioni dei politici sono andate al di là della loro comprensione. Ma un’altra parte della risposta è che, paradossalmente, il più delle volte questo non importa molto. I responsabili politici improvvisano, non accade nulla di disastroso, e in definitiva diventano compiacenti, supponendo che in qualche modo si troveranno sempre le soluzioni ai problemi. Una dimostrazione di questo punto importante è fornita dal regime monetario internazionale in vigore fino alla seconda guerra mondiale.

Tra le due guerre gli esperti lottarono con il compito di progettare un modo di superare l’ormai defunto gold standard classico. Una certa flessibilità, ma non troppa, era necessaria sia nei tassi di cambio e sia nella disponibilità delle riserve delle banche centrali. Su quest’ultimo punto, la conferenza di Ginevra del 1922 aveva approvato la nozione del gold exchange standard, con un uso aumentato delle valute di riserva. Nel 1934, le autorità statunitensi fissarono un nuovo prezzo ufficiale dell’oro a 35 dollari l’oncia, contro il prezzo di $20,67 pre-1914. Ma gli anni trenta videro anche tassi di cambio fluttuanti e politiche commerciali discriminatorie, come pure una crisi prolungata. Alla luce di tutto questo, la conferenza di Bretton Woods del 1944, principalmente anglo-americana, con Keynes alla guida della delegazione britannica, mise a punto un progetto globale per l’assetto monetario internazionale del dopoguerra. Il neonato Fondo Monetario Internazionale doveva sorvegliarne il funzionamento e fornire finanziamenti limitati per i disavanzi di bilancia dei pagamenti.

I tassi di cambio dovevano essere “agganci aggiustabili” — vale a dire, con un valore nominale fisso in ogni momento, ma soggetti a svalutazione o rivalutazione in caso di cosiddetto “squilibrio fondamentale.” Il valore nominale del dollaro, punto di ancoraggio del sistema, era stato mantenuto con la convertibilità del dollaro in riserve d’oro al prezzo di 35 dollari l’oncia. Naturalmente anche questo valore era in linea di principio aggiustabile, sai unilateralmente dagli Stati Uniti sia da un accordo internazionale su un cosiddetto “cambiamento uniforme in tutti i rapporti.”

Il FMI esiste ancora oggi, come forum per discussioni di politica economica internazionale, come istituto di ricerca e come occasionale fonte di finanziamento di bilancia dei pagamenti. Ma il sistema di Bretton Woods di aggancio dei tassi di cambio scomparve più di 40 anni fa, nel 1971-73, durando appena 25 anni dopo la guerra. Ciò che portò alla sua fine, fu il rifiuto irremovibile dagli Stati Uniti di seguire le regole del sistema da loro stessi creato, regole che richiedevano un aumento del prezzo dell’oro se la convertibilità dell’oro dei depositi in dollari della Banca centrale non poteva essere altrimenti mantenuta.

È difficile dire quanto tempo il sistema di Bretton Woods avrebbe potuto sopravvivere se anche gli Stati Uniti fossero stati disposti ad aumentare il prezzo dell’oro. Ma il punto è che il crollo del sistema basato sugli agganci valutari non ha messo fine alla prosperità. Il mondo se l’è cavata benissimo nei decenni successivi con tassi di cambio fluttuanti e senza regole certe per la loro gestione e con una crescita esplosiva delle valute estere di riserva delle banche centrali. Purtroppo, questo ha favorito purtroppo l’illusione dell’onnipotenza dei decisori politici.

Allora cosa dovremmo suggerire ad un paese membro dell’Unione Europea, che ancora deve decidersi circa l’opportunità di aderire all’eurozona? Tutti i paesi, che siano membri dell’eurozona o meno, soffrono economicamente in una certa misura a causa di essa. Potrebbe essere un’occasione unica per, diciamo, la Polonia di innescare il suo smembramento – prima aderendo alla moneta unica e quindi, due o tre anni più tardi, uscendone in maniera deliberata. Ma ahimè, il successo di questi piani machiavellici è troppo incerto e potrebbe comportare costi ingiustificati. Date le circostanze attuali, il meglio che la nostra Polonia possa fare è ascoltare le parole del vecchio proverbio inglese: “Non toccarla nemmeno con un remo lungo”.

 

Peter Oppenheimer ha insegnato economia alla Christ Church di Oxford, dal 1967 al 2008. Questo pezzo è adattato da un discorso che tenne a Varsavia durante la recente campagna per la presidenza polacca.