Sul suo seguitissimo blog, J. Sapir commenta il referendum greco. Le istituzioni europee hanno cercato di influenzarne il risultato giocando sporco, ma sono state sconfitte. La loro reazione ora è scomposta, e perfino l’addio di Varoufakis difficilmente aiuterà a trovare un accordo. L’uscita della Grecia dall’eurozona è in parte già in atto ed è una strada che porta alla dissoluzione dell’eurozona intera.

 

di Jacques Sapir, 6 luglio 2015

La vittoria del «No» al referendum è un evento storico. Rimarrà una pietra miliare. Nonostante le numerose pressioni per il «Sì» esercitate dai media greci, così come dai leader dell’Unione Europea, nonostante la Banca Centrale Europea abbia posto le condizioni di una crisi bancaria, il popolo greco ha fatto sentire la sua voce. Ha fatto sentire la sua voce contro le bugie che sono state continuamente propinate nelle scorse settimane sulla situazione in Grecia. Diremo qualche parola riguardo a quegli editorialisti che hanno, intenzionalmente, modificato la realtà e suggerito che ci fosse un legame tra Syriza e l’estrema destra di Alba Dorata. Queste bugie non ci sorprendono più, ma non le dimenticheremo. La gente ha fatto sentire la propria voce con insolito vigore, dato che, contrariamente a quel che prevedevano gli exit poll, la vittoria del «No» è stata ottenuta con un margine considerevole, circa il 60%. Questo naturalmente rafforza il governo di Alexis Tsipras e dovrebbe dar da pensare ai suoi interlocutori. Presto sapremo cosa succederà. Ma possiamo dire subito che le reazioni di Martin Schulz al Parlamento europeo, di Jean-Claude Juncker a nome della Commissione [1] o di Sigmar Gabriel, il ministro dell’economia e alleato SPD del Cancelliere Merkel in Germania [2], non lasciano ben sperare a riguardo.

Questa vittoria del «No» ha anche, evidentemente, una risonanza particolare in Francia. Nel nostro paese (così come in Olanda) arriva praticamente dieci anni dopo un’altra vittoria del «No». Questa riguardava, nel 2005, il progetto di trattato costituzionale europeo. Questo progetto è stato rifiutato in Francia da oltre il 54% dei votanti. Anche in quel caso, le campagne intraprese nella stampa dai sostenitori del «sì» avevano oltrepassato ogni misura, erano andate oltre ogni limite. I sostenitori del «no» sono stati seppelliti da insulti e minacce [3]. Ma hanno tenuto duro. Da lì risale il divorzio sempre crescente tra i francesi e i loro media, un divorzio evidente sia nel declino della diffusione della stampa «ufficiale», sia nell’esplosione dei blog, come questo.

Quel voto segnò una chiara differenza tra il pensiero degli elettori delle classi popolari e quelli delle classi più abbienti [4]. Al tempo la definii la «vittoria dei prolos sui bobos» o la vittoria dei “colletti blu sui borghesi bohemien” [5]. In verità sembra che abbiamo assistito ad un fenomeno simile in Grecia, l’elegante periferia di Atene ha infatti votato «Sì» per oltre l’80%, mentre il voto «No» si è affermato nei quartieri della classe operaia in proporzione inversa. Il “No” dei greci è un eco diretto a quello dei francesi. Nonostante ciò, dopo varie manovre, un testo quasi identico, il “trattato di Lisbona”, è stato adottato nel “Congresso” pochi anni dopo, a causa di un’alleanza senza scrupoli tra l’UMP (il partito del Presidente Sarkozy) e il Partito Socialista. Da lì risale certamente della rottura che si può vedere tra la élite della politica e dei media da una parte e gli elettori dall’altra. Questa negazione della democrazia, questo furto di un voto sovrano, rimane una profonda spina nel fianco di molti francesi. La larga vittoria del “No” greco potrebbe riaprire questa ferita e spingere gli elettori a chiedere conto ai loro leader per un passato che decisamente non è stato dimenticato.

Il significato di un “No”

Ma dobbiamo capire il significato profondo di questo «No». Esso si oppone al comportamento molto antidemocratico dei leader dell’Eurogruppo, della Commissione europea, come pure del Parlamento europeo. Scredita personalità quali Jean-Claude Juncker o M. Dijsselbloem o M. Martin Schulz, il Presidente del Parlamento, che hanno deciso di escludere de facto il signor Varoufakis, il ministro greco delle finanze, da un incontro. Questa mossa inaudita equivaleva ad escludere la Grecia dall’eurozona. Dobbiamo rimarcare la straordinaria passività del ministro francese, M. Michel Sapin. Accettando di partecipare all’incontro, egli è diventato complice dell’abuso di potere perpetrato da M. Dijsselbloem. Anche se il governo francese dichiara attualmente di volere che la Grecia resti nell’eurozona, il comportamento di uno dei suoi membri eminenti, vicino tra l’altro al Presidente della Repubblica, se non lo smentisce, mette quantomeno in dubbio la realtà di questo impegno. Il governo greco non può non averlo notato e registrato. In realtà, siamo stati esclusi da una battaglia in cui la Germania ha, direttamente o indirettamente, ispirato in gran parte le posizioni europee.

Il fatto che la BCE abbia organizzato, durante la settimana dal 28 giugno al 5 luglio, l’asfissia finanziaria delle banche greche, provocando un’emozione molto comprensibile nella popolazione, è infatti la prova che le istituzioni europee non volevano in alcun modo continuare le trattative con Alexis Tsipras, ma cercavano di ottenere le sue dimissioni volontarie o la sua caduta a seguito di una di quelle imboscate parlamentari che sono possibili in regimi parlamentari come quello greco. Il referendum è stato anche un tentativo di opporsi a queste manovre. La vittoria del «no» garantisce, almeno per un po’, che il governo di Tsipras sarà al sicuro da tentativi di questo tipo.

E’ possibile riprendere le trattative?

Ma questo non significa che i negoziati sulla questione del debito greco, per quanto necessari, per quanto giustificati, come ci ricorda un rapporto del FMI [6], che è stato pubblicato al momento opportuno nonostante i tentativi dall’Eurogruppo di nasconderlo, potranno riprendere. Tutti gli economisti che hanno lavorato a questo problema, personaggi illustri come Paul Krugman e Joseph Stiglitz (vincitori di premi Nobel), specialisti di livello internazionale quali James Galbraith o Thomas Piketty, hanno spiegato per settimane che senza una ristrutturazione del suo debito accompagnata dall’annullamento di una parte, la Grecia non può ritrovare la strada della crescita. Sarebbe quindi logico concedere alla Grecia quello che, nel 1953, è stato concesso alla Germania. Ma si dovrebbe agire in fretta, probabilmente entro le prossime 48 ore, e nulla indica che le istituzioni europee, che hanno tentato di bloccare la pubblicazione del rapporto del FMI, intendano farlo. La dichiarazione di Martin Schulz, Presidente del Parlamento Europeo, o di Sigmar Gabriel che affermano che i ponti sono stati tagliati, non promettono nulla di buono.

La decisione di Yannis Varoufakis di dimettersi dal suo incarico di ministro delle Finanze ha sorpreso molti. Egli è infatti uno dei grandi vincitori del referendum. La sua sostituzione con Euclide Tsakalotos è più di una semplice concessione fatta ai «creditori». Così sono state presentate dallo stesso Varoufakis le sue dimissioni [7]. Ma un nuovo ministro potrebbe anche significare l’arrivo di un uomo più incline a un break-up. Tsakalotos non nasconde il fatto di essere diventato un «euroscettico». Questo aspetto non è stato pienamente compreso a Bruxelles, ma Varoufakis era in realtà appassionatamente attaccato all’Euro e all’idea europea. Questo non vale per Tsakalotos. E potrebbe avere conseguenze importanti nei prossimi giorni.

Infatti, se la BCE non decide molto rapidamente di aumentare il massimale dell’accordo d’emergenza sulla liquidità (ELA), la situazione diventerà rapidamente critica in Grecia e questi negoziati perderanno rapidamente ogni significato. Questo è quello che ha detto Alexis Tsipras la sera della vittoria del «No». Un accordo può essere possibile, se entrambe le parti lo vogliono veramente. Ma, come spesso accade, è nostro diritto nutrire dubbi, e non solo dubbi, circa le intenzioni delle istituzioni europee.

Quindi, se la BCE non aumenterà il limite ELA, il governo greco non avrà alcuna scelta. Dovrebbe o mettere in circolazione «certificati di pagamento», che costituirebbero una valuta parallela o prendere il controllo della Banca centrale per decreto (quel che si dice una “requisizione”) e costringerla a mettere in circolazione le banconote che detiene come riserva, come pure quelle conservate nelle banche commerciali sotto la sua autorizzazione. Se una presa di controllo della Banca centrale sarebbe interamente giustificata dato il comportamento della BCE e dell’Eurogruppo, che hanno violato intenzionalmente lo spirito nonché la lettera dei trattati, è ancora più probabile che verrà scelta la prima soluzione. In ogni caso, questa non era la posizione di Yannis Varoufakis. Non sappiamo in questo momento quale sarà la posizione del Tsakalotos.

Se il governo greco decidesse di emettere certificati di pagamento, questo porterà rapidamente ad un sistema a due valute in Grecia, e nel giro di poche settimane, possiamo aspettarci che una di queste valute scompaia. Ci troveremmo di fronte a un’uscita dall’Euro, un «Grexit». È giusto affermare che questa uscita dall’Euro sarebbe totalmente e completamente attribuibile alle istituzioni europee.

L’uscita della Grecia dall’euro sta già avvenendo?

Dobbiamo ricordare che un’uscita dall’Euro non necessariamente (e obbligatoriamente) passa attraverso una precisa decisione. Questo punto è stato particolarmente ben esposto da Frances Coppola in un articolo pubblicato nella rivista Forbes [8]. Può derivare da logiche di circostanza e dalle reazioni del governo greco, confrontato con il doppio-gioco dell’Eurogruppo e della BCE, che lo stanno strangolando finanziariamente. Qui, ancora una volta, è inaudito che una banca centrale come la BCE, che è anche responsabile della stabilità del sistema bancario nei paesi dell’area dell’euro, stia in realtà organizzando lo strangolamento delle banche e il loro crollo. È un fatto inaudito, ma non è un fatto senza un precedente [9]. A questo punto dobbiamo parlare un po’ della tragica storia del XX secolo.

Nel 1930, in Germania, il Presidente della Reichsbank (la Banca centrale della Germania), Mr Hjalmar Schacht, si oppose a un prestito americano al governo della Repubblica di Weimar, provocando così una crisi bancaria [10]. Il panico conseguente determinò la caduta della coalizione allora al potere e le dimissioni del ministro delle finanze, il socialista Rudolph Hilferding. Dopo aver raggiunto il suo obiettivo, Schacht tolse il suo veto. Qui possiamo vedere che l’azione antidemocratica di una banca centrale ha un precedente, ed è un precedente tragico. Con l’arrivo del cancelliere Brüning, la Germania prese la strada di una folle austerità, che pochi anni più tardi avrebbero portato i nazisti al potere. Questo stabilì il potere della Reichsbank come un potere parallelo a quello del governo. Il termine di “Nebenregierung” o «governo parallelo» si è effettivamente affermato nel linguaggio tecnico e storico in Germania.

Dobbiamo pertanto chiederci se l’uscita della Grecia dall’eurozona non abbia avuto inizio una settimana fa, su iniziativa della BCE e a causa del peso della Germania sugli organismi della BCE. Ma è chiaro, quindi, che questa uscita è interamente da addebitare all’Eurogruppo e alla BCE. Si tratta in realtà di un’espulsione, un’azione che è sia scandalosa sia illegale, che legittimerebbe le autorità greche a ricorrere alle misure più radicali.

Qui è dove la Francia potrebbe mettere un freno. Un incontro tra François Hollande e Angela Merkel è previsto per la sera di lunedì 6 luglio. Ma non facciamoci illusioni, perché questo incontro possa portare a un cambiamento nella posizione della Germania, la Francia dovrebbe mettere tutto il suo peso sulla bilancia e minacciare di lasciare lei stessa l’eurozona, se la Germania non cambia le sue azioni e le sue politiche. Possiamo scommettere che François Hollande non farà niente del genere. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni di alcuni esponenti di secondo piano, il nostro Presidente è troppo attaccato a quello che crede essere un «asse franco-tedesco». Probabilmente non ha il coraggio di trarre le conseguenze, tutte le conseguenze, del comportamento pericoloso e scandaloso della Germania. In questo modo, e suo malgrado, egli trascinerà l’Euro alla sua dissoluzione, il che non è molto, ma forse anche l’Unione Europea stessa, che significa molto di più.

La grande paura dei sacerdoti dell’euro.

Diciamo subito, c’è una cosa che terrorizza totalmente i leader europei: che la Grecia possa dimostrare che c’è vita fuori dell’Euro, e che questa vita potrebbe, date alcune condizioni, essere migliore della vita all’interno dell’Euro. Questa è la loro grande paura, questo è ciò che li riempie di terrore. Perché questo fatto mostrerebbe a tutti, ai portoghesi, agli spagnoli, agli italiani e ai francesi, la strada da intraprendere. Questo scoprirebbe la frode immensa che l’euro ha rappresentato, perché esso non è stato uno strumento di crescita, né uno strumento di stabilità, per i paesi che lo hanno adottato, come pure la natura tirannica delle potenze non elette dell’Eurogruppo e della BCE.

È quindi possibile, persino probabile, che i leader dell’Eurogruppo e della BCE facciano qualsiasi cosa in loro potere per provocare il caos in Grecia. Hanno già iniziato il lavoro sporco la scorsa settimana. E’ quindi necessario per il governo greco, mentre cerca di negoziare onestamente ma con fermezza, come ha fatto dal febbraio 2015, prepararsi a misure che assicurino la stabilità del paese e il normale funzionamento dell’economia e delle istituzioni, anche se, al fine di farlo, dovrebbe prendersi qualche libertà nell’interpretare la formulazione dei trattati. Questo è probabilmente il significato della partenza di Yannis Varoufakis, il quale starà vivendo le azioni della Germania e dell’Eurogruppo come una tragedia, e della sua sostituzione con Euclid Tsakalotos. Dopo tutto, non è stata la Grecia a rompere per prima i trattati, e si può considerare che le azioni dell’Eurogruppo come pure della BCE nella scorsa settimana hanno costituito atti contrari e in contraddizione con lo spirito, nonché la lettera, dei suddetti trattati.

Questo break-up porta con sé la fine dell’eurozona. Qualunque siano le politiche che deciderà Alexis Tsipras, è ormai chiaro che questo è l’orizzonte della crisi attuale.

Note

[1] http://europa.eu/rapid/press-release_STATEMENT-15-5310_en.htm

[2] L’Obs, « Grèce, un non qui passe mal en Allemagne », 6 luglio 2015, http://tempsreel.nouvelobs.com/la-crise-grecque/20150706.OBS2132/grece-un-non-qui-passe-mal-en-allemagne.html

[3] Occorre riferirsi agli archive del sito ACRIMED, http://www.acrimed.org/article1980.html e http://www.acrimed.org/article2014.html così come al Lordon F., « La procession des fulminants », testo riportato sul sito ACRIMED, http://www.acrimed.org/article2057.htm

[4] B. Brunhes, « La victoire du non relève de la lutte des classes », note raccolte da François-Xavier Bourmaud, Le Figaro, 2 giugno 2005.

[5] Sapir J., La Fin de l’Eurolibéralisme, Paris, Le Seuil, 2006.

[6] The Guardian, « IMF says Greece needs extra €60bn in funds and debt relief », 2 luglio 2015, http://www.theguardian.com/business/2015/jul/02/imf-greece-needs-extra-50bn-euros?CMP=share_btn_tw

[7] http://yanisvaroufakis.eu/2015/07/06/minister-no-more/

[8] Coppola F., « The Road To Grexit », Forbes, 3 juillet 2015, http://www.forbes.com/sites/francescoppola/2015/07/03/the-road-to-grexit/print/

[9] Ringrazio uno dei miei collaboratori, Christoph Stein, che mi ha fatto notare questo punto.

[10] Müller H., Die Zentralbank – eine Nebenregierung Reichsbankpräsident Hjalmar Schacht als Politiker der Weimarer Republik, Westdeutscher Verlag, Opladen, 1973.