Sul suo blog, Ben Bernanke, ex presidente della Fed americana, dice quello che è ormai sempre più evidente a tanti: col suo surplus, la Germania cerca la piena occupazione al proprio interno attraverso la domanda estera, generando flussi finanziari destabilizzanti; ciò scarica il peso dell’aggiustamento delle asimmetrie dell’euro zona sui paesi con deficit commerciali. Per uscire da questa situazione, la Germania dovrebbe puntare allo sviluppo della domanda interna attraverso investimenti e aumenti salariali (ma noi sappiamo che non lo farà mai). Parallelamente, i trattati europei dovrebbero focalizzarsi anche sull’equilibrio delle bilance commerciali. Un grosso passo nella risoluzione della crisi, dice Bernanke, sarebbe riconoscere che il peso dell’aggiustamento deve ricadere non solo sui paesi debitori, ma anche su quelli creditori.

di Ben Bernanke, venerdì 17 luglio 2015

Questa settimana il Parlamento greco ha accettato le richieste europee per nuove dure misure di austerità e riforme strutturali, disinnescando (per il momento, almeno) la crisi del debito sovrano del paese. Ora è un buon momento per chiedere: l’Europa sta rispettando la sua parte dell’accordo? In particolare, la leadership della zona euro sta portando quella ripresa economica dalle ampie basi che è necessaria per dare ai paesi stressati come la Grecia una ragionevole possibilità di raggiungere i loro obiettivi su crescita, occupazione, e bilancio? Nel lungo periodo, queste domande hanno evidentemente conseguenze di gran lunga più importanti per l’Europa e per il mondo rispetto a quelle sul fatto che la piccola Grecia possa far fronte ai propri obblighi fiscali.

Purtroppo, le risposte a queste domande sono anche ovvie. A partire dalla crisi finanziaria globale, i risultati economici della zona euro sono stati assai deludenti. Il fallimento della politica economica europea ha due aspetti, strettamente correlati: (1) la debole performance della zona euro nel suo insieme; e (2) i risultati altamente asimmetrici tra i paesi della zona euro. La scarsa performance complessiva è illustrata dalla figura 1, che mostra il tasso di disoccupazione nell’area dell’euro dal 2007, con il tasso di disoccupazione degli Stati Uniti riportato per comparazione [1].

Euro_Fig1

Alla fine del 2009 e all’inizio del 2010 i tassi di disoccupazione in Europa e negli Stati Uniti erano quasi uguali, a circa il 10 per cento della forza lavoro. Oggi il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è del 5,3 per cento, mentre il tasso di disoccupazione nella zona euro è superiore all’11 per cento. Non a caso, una quota molto elevata di disoccupazione nell’area dell’euro è costituito da giovani lavoratori; l’incapacità di questi lavoratori ad acquisire competenze ed esperienze di lavoro avrà effetti negativi sul potenziale di crescita a lungo termine dell’Europa.

La variabilità dei risultati economici tra i paesi della zona euro è illustrato nella figura 2, che mette a confronto il tasso di disoccupazione in Germania (che rappresenta circa il 30 per cento dell’economia dell’area euro) con quello del resto della zona euro [2].

Euro_Fig2

Attualmente, il tasso di disoccupazione nella zona euro senza la Germania supera il 13 per cento, rispetto a meno del 5 per cento in Germania. Altri dati economici mostrano discrepanze simili all’interno della zona euro tra il “nord” (tra cui la Germania) e il “sud”.

I modelli illustrati nelle figure 1 e 2 pongono gravi sfide a medio termine per l’area dell’euro. La promessa della moneta unica era sia accrescere la prosperità sia favorire una maggiore integrazione europea. Ma le attuali condizioni economiche a malapena riescono a costruire la fiducia dell’opinione pubblica nei decisori economici europei o ad edificare un ambiente favorevole alla stabilizzazione fiscale e alle riforme economiche; e la solidarietà europea non fiorisce in un sistema che produce risultati così diversi tra i paesi.

I rischi per il progetto europeo rappresentati da questi sviluppi economici sono reali, non importa quali ne possano essere le ragioni. In realtà, le ragioni non sono così difficili da identificare. La lenta ripresa dalla crisi della zona euro nel suo complesso è il risultato, tra l’altro, di (1) resistenze politiche che hanno ritardato di molti anni l’attuazione di politiche monetarie sufficientemente aggressive da parte della Banca Centrale Europea; (2) politiche di bilancio troppo stringenti, soprattutto in paesi come la Germania che hanno una certa quantità di “spazio fiscale” e quindi non hanno l’immediata necessità di stringere la cinghia; e (3) ritardi nel prendere le misure necessarie, analoghe agli “stress test” bancari negli Stati Uniti nella primavera del 2009, per ripristinare la fiducia nel sistema bancario. Non vorrei, tra l’altro, mettere “le rigidità strutturali” molto in alto in questa lista. Le riforme strutturali sono importanti per la crescita di lungo periodo, ma le misure di risparmio sono meno rilevanti quando molti lavoratori sono già inattivi; inoltre, i problemi strutturali in Europa sono presenti da lungo tempo e quindi non possono spiegare il recente declino delle prestazioni.

Cosa dire della forza dell’economia tedesca (e di pochi altri) rispetto al resto della zona euro, come illustrato dalla Figura 2? Come ho discusso in un precedente post, la Germania ha beneficiato di una moneta, l’euro, con un valore internazionale che è significativamente più debole di quello che avrebbe avuto una moneta soltanto tedesca. L’adesione della Germania alla zona euro si è quindi dimostrata una spinta importante per le esportazioni tedesche, rispetto a quello che sarebbe stato con una moneta indipendente.

Nessuno sta suggerendo che la ben nota efficienza e la qualità della produzione tedesca siano qualcosa di diverso dall’essere positive, o che le imprese tedesche non dovrebbero cercare di competere sui mercati di esportazione. Ciò che è un problema, tuttavia, è che la Germania ha di fatto scelto di affidarsi alla domanda estera invece che a quella interna per garantire la piena occupazione in casa, come mostrato dal suo surplus commerciale straordinariamente ampio e persistente, attualmente quasi il 7,5 per cento del PIL del paese. All’interno di un sistema di cambi fissi come l’area dell’euro, tali squilibri persistenti sono malsani, riducendo la domanda e la crescita dei partner commerciali e generando flussi finanziari potenzialmente destabilizzanti [3]. Significativamente, l’ampio avanzo commerciale della Germania pone tutto il peso dell’aggiustamento sui paesi con deficit commerciali, che devono sottoporsi ad una dolorosa deflazione dei salari e di altri costi per diventare più competitivi. La Germania potrebbe contribuire a ristabilire l’equilibrio all’interno della zona euro ed ad aumentare il ritmo di crescita generale della zona euro incrementando la spesa a casa, attraverso misure come l’aumento degli investimenti in infrastrutture, spingendo per aumenti salariali per i lavoratori tedeschi (per accrescere il consumo interno), e impegnandosi in riforme strutturali per favorire la crescita della domanda interna. Tali misure comporterebbero poco o nessun sacrificio di breve periodo per i tedeschi, e servirebbero interessi a lungo termine del paese, riducendo i rischi di un’eventuale rottura dell’euro.

Terminerò con due proposte concrete. In primo luogo, i negoziati sul debito evidentemente insostenibile della Grecia dovrebbero essere basate su esplicite ipotesi sulla crescita europea. Se la crescita europea risulta essere più debole del previsto, che a sua volta renderebbe più difficile crescere per la Grecia, allora alla Grecia dovrebbe essere successivamente permessa una maggiore libertà d’azione nel conseguimento dei suoi obiettivi di bilancio.

In secondo luogo, è il momento per i leader della zona euro di affrontare il problema dei grandi e prolungati squilibri commerciali (eccedenze o disavanzi), che, in un sistema di tassi di cambio fissi, come la zona euro, impongono costi e rischi significativi. Ad esempio, il Patto di stabilità e crescita, che impone regole e sanzioni, con l’obiettivo di limitare il deficit di bilancio, potrebbe essere esteso anche agli squilibri commerciali. Il semplice riconoscere ufficialmente che i paesi creditori, come quelli debitori, hanno l’obbligo di fare aggiustamenti nel tempo (attraverso misure fiscali e strutturali, per esempio) sarebbe un passo importante nella giusta direzione.

 

[1] I tassi di disoccupazione della zona euro e degli Stati Uniti non sono esattamente comparabili, ma ciò che qua importa per i miei scopi è lo schema generale e la direzione del cambiamento.

[2] Il tasso di disoccupazione per la zona euro senza la Germania illustrato nella figura 2 è stato “tirato fuori” dai dati ufficiali che utilizzano numeri ufficiali sul tasso di disoccupazione e dal numero di disoccupati per la Germania e per la zona euro nel suo complesso.

[3] Alcuni hanno fatto notare che gran parte del surplus commerciale della Germania è con i paesi al di fuori della zona euro. Questa osservazione è in gran parte irrilevante per la mia tesi. Il surplus tedesco probabilmente ancora rimpiazza altre esportazioni della zona euro verso paesi terzi, sia direttamente, sia portando ad un euro che è più forte di quanto sarebbe altrimenti. Inoltre, la domanda interna debole in Germania significa anche meno domanda di importazioni.