Gregory Mankiw sul New York Times torna sul tema del “ve l’avevano detto”. Era stato previsto non solo che l’euro sarebbe stato un fallimento economico, ma anche che avrebbe creato conflitti politici, tensioni e divisioni tra i paesi. Gregory Mankiw è uno degli economisti americani più influenti e produttivi, ed è stato consigliere della Casa Bianca. Questo articolo è stato commentato anche dal prof. Bagnai in una recente intervista.

(Sullo stesso tema si veda anche il post precedente, che ha una lista più completa. Si veda poi il celebre post su Goofynomics, che diceva le stesse cose con 4 anni d’anticipo sul New York Times…)

 

di Gregory Mankiw, 17 luglio 2015

La continua saga della Grecia e dei suoi creditori è più tragica che comica. Ma a vederla mi viene in mente quella vecchia battuta durante le interminabili peripezie di Stanlio e Ollio: “Be’, ecco che mi ha messo in un altro bel pasticcio!“. Questo perché i problemi a cui l’Europa si trova oggi di fronte non sono affatto nuovi o esclusivi. Sono semplicemente l’ultima puntata di una storia che si svolge da decenni.

Torniamo un momento alla metà degli anni ’90. Se allora viaggiavate per l’Europa, avreste trovato che ogni paese aveva la propria moneta — il franco in Francia, il marco in Germania, la peseta in Spagna, la dracma in Grecia. Ma le cose stavano per cambiare. Di lì a pochi anni, buona parte d’Europa si sarebbe trovata a commerciare con una sola moneta: l’euro. Nel corso del tempo, anche altri paesi sono entrati nell’Unione Monetaria. Oggi ci sono 19 paesi europei che usano l’euro come unica moneta, tra cui (almeno per adesso) la Grecia.

Quando l’euro fu introdotto molti economisti erano scettici sul cambiamento che si stava preparando. Uno degli scettici era Milton Friedman, premio Nobel che ha dominato una parte consistente del dibattito macroeconomico nella seconda metà del ventesimo secolo.

Nel 1997 scrisse: “Il mercato unico europeo esemplifica il tipo di situazione che è sfavorevole ad una moneta unica. Si compone di paesi separati, i cui cittadini parlano lingue diverse, hanno diversi costumi e molto più attaccamento per il proprio paese che per il mercato unico o per l’idea di ‘Europa‘”.

Friedman concluse che l’adozione dell’euro avrebbe “esacerbato le tensioni politiche trasformando gli shock asimmetrici che potrebbero facilmente risolvere tramite oscillazioni del tasso di cambio in problemi politici destinati a causare divisione“.

Un altro euroscettico era Martin Feldstein, mio collega al Dipartimento di Economia di Harvard nonché, tra il 1982 e 1984, capo economista del presidente Reagan. Anche lui scrisse nel 1997, e definì l’euro “un peso economico”.

Ma perché? L’unione monetaria funziona bene negli Stati Uniti. Nessun economista suggerisce che New York, New Jersey e Connecticut dovrebbero avere ciascuno la propria moneta, e infatti sarebbe abbastanza inopportuno se cose stessero così. Ma perché gli europei non possono godere della comodità di una moneta unica?

Per due ragioni. Primo, a differenza dell’Europa, gli USA hanno un’unione fiscale nella quale le regioni più ricche della nazione sussidiano le regioni meno ricche. Secondo, gli USA hanno meno barriere alla mobilità del lavoro rispetto all’Europa. Negli USA, quando c’è una crisi economica in una regione, i cittadini possono fare le valigie e trovare lavoro da un’altra parte. In Europa le differenze di lingua e di cultura rendono tutto ciò molto più difficile.

Friedman e Feldstein sostenevano che, di conseguenza, i paesi d’Europa necessitavano di uno strumento per gestire le proprie recessioni a livello nazionale. Questo strumento era la propria politica monetaria nazionale abbinata a un tasso di cambio flessibile. Anziché curarsi del loro consiglio, però, l’Europa ha adottato una moneta unica per buona parte del continente, e ha gettato le politiche monetarie nazionali nel cestino della Storia.

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La ragione era più politica che economica. Gli europei credevano che il loro continente, una volta unito tramite un mercato e una moneta comune, avrebbe costituito un miglior contrappeso all’egemonia americana nelle questioni internazionali. Speravano anche che un’Europa unita nel ventunesimo secolo avrebbe spento i sentimenti nazionalisti che nel secolo precedente avevano portato a due guerre mondiali.

Ora torniamo ancora più indietro, andiamo al 1919. La Prima Guerra Mondiale era finita, e il grande economista britannico John Maynard Keynes aveva pubblicato “Le Conseguenze Economiche della Pace”, un’ampia critica al Trattato di Versailles. La sua principale preoccupazione riguardava il fatto che quel trattato aveva fatto pesare sulla Germania un debito eccessivo.

I sostenitori del trattato, tra cui il presidente Woodrow Wilson, furono inflessibili sul fatto che la Germania doveva pagare cospicue riparazioni per i propri precedenti misfatti. Keynes, al contrario, stava guardando avanti anziché indietro, ed si preoccupava maggiormente di come garantire la prosperità a tutti i paesi europei. Mentre Wilson voleva imporre il pentimento, Keynes cercava la misericordia.

Alla luce della Storia, che ha visto la caduta della Repubblica di Weimar e l’ascesa del Terzo Reich, l’argomento di Keynes sembrava verosimilmente il migliore. Ciò non fu dimenticato dai politici. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i paesi vincitori furono più interessati a riportare la Germania e il Giappone nella comunità delle nazioni che non a cercare un compenso per i loro crimini passati.

Torniamo ad oggi. La Grecia si trova sommersa dai debiti accumulati. A dire il vero, ne porta la maggiore responsabilità. I governi greci hanno preso in prestito troppo, e per anni hanno nascosto i loro problemi fiscali ai creditori. Quando la verità è emersa, non è rimasto che applicare una grossa dose di austerità. Il risultato è stato un crollo economico, con un quarto della forza lavoro greca al momento disoccupata.

A peggiorare le cose, però, c’è stata la moneta unica. In tempi precedenti la Grecia avrebbe potuto svalutare la dracma, rendendo le proprie esportazioni più competitive sul mercato internazionale. Una politica monetaria più accomodante avrebbe poi compensato parte della sofferenza dovuta ad una politica fiscale più restrittiva. Friedman e Feldstein avevano ragione: l’euro ha si è trasformato in un peso economico che ha esacerbato le tensioni politiche. Per questo motivo le élite europee che hanno spinto per fare l’unione monetaria portano una certa responsabilità.

Mentre i paesi creditori e le istituzioni internazionali frugano tra i rottami, è bene tenere a mente la lezione di Keynes. Un paese può sopportare una certa quantità di sofferenza economica, ma oltre quella soglia le conseguenze politiche si fanno minacciose. E può trattarsi di conseguenze che travalicano i confini di un singolo paese.

Sì, i greci hanno ogni ragione di sentirsi mortificati. Ma per il resto del mondo potrebbe essere saggio mostrare un po’ di misericordia.