Un interessante articolo apparso su fez.net – segnalato e tradotto da Lorenzo – spiega molto bene la posizione tedesca, che non è affatto sorprendente. I tedeschi non erano un modello impeccabile ieri e non sono “i cattivi” oggi: semplicemente il loro governo si è sempre e solo interessato (legittimamente) degli interessi nazionali. Ovviamente questo non lo rende adatto a guidare un insieme di stati come l’eurozona, come purtroppo la realtà dei fatti sta ampiamente dimostrando.

 

Di Mark Siemons, 19 luglio 2015

 

La notizia della settimana è: i tedeschi sono nuovamente cattivi. Sotto l’hashtag “E’ un colpo di stato” milioni di persone atterrite si sono chieste, in tutto il mondo, cosa sia rimasto del Paese timido e portato quasi a nascondersi dietro il suo desiderio di cooperare con tutto e tutti. Roger Cohen, redattore del New York Times, afferma che “the German Question is back“. E Jürgen Habermas si chiede dove tiri il vento, mentre confida al “Guardian” che Berlino “si è giocata in una notte l’intero capitale politico che la miglior Germania aveva accumulato nell’arco di mezzo secolo”.

Ma probabilmente le cose stanno in maniera anche peggiore: la Germania non è cambiata affatto. In realtà il popolo tedesco appare cattivo per lo stesso motivo che finora lo rendeva simpatico a tutti: è un popolo fondamentalmente interessato solo a se stesso e alla propria situazione economica, che non vuole confrontarsi – né confrontare gli altri – con interrogativi complessi. Siccome la cancelliera (Angela Merkel, ndt), in quanto medium fedele dell’opinione pubblica, esprime anche senza bisogno di referendum le aspettative della maggioranza dei tedeschi, la Notte di Bruxelles e l’ultimatum imposto ai greci – o accettate la nostra logica in toto o rinunciate alla nostra valuta – rispecchiano fedelmente la visione che i tedeschi occidentali hanno sempre avuto del resto del mondo.

 

Ciò che rovescia la benevolenza dei tedeschi in irritiazione è il fatto che una parte di questo mondo esterno – la Grecia – abbandona gli schemi prestabiliti e comincia ad agire sulla base di coordinate proprie – influendo sugli altri e sulla loro visione di se stessi. La cosa è inaccettabile. Questo atteggiamento si rende evidente dall’uso che in questi giorni vien fatto [in Germania, ndT] del concetto di ‘mentalità’. Il docente di scienze politiche Herfried Münkler ha detto al Berliner Zeitung che colle mentalità prevalenti fuori dalla Mitteleuropa è impossibile realizzare una politica economica, fiscale e finanziaria comune. Le mentalità degli altri diventano il problema europeo per eccellenza, sebbene nel linguaggio politico dominante proprio esse dovrebbero costituire la forza dell’unificazione europea. Ciò che separa le due accezioni è che in un caso le differenze di mentalità diventano un proprio oggetto di consumo del mondo esterno, nell’altro invece si tratta di un soggetto realmente esistente, dunque passibile di crearci problemi, ad esempio rifiutandosi di pagare i debiti.

Questa distinzione illumina i limiti – diciamo il buco nero – che caratterizza l’apertura tedesca verso il resto del mondo. In questo Paese c’è grande simpatia verso tutto ciò che nel mondo si lascia consumare: non solo spiagge, arte e cucina tipica, ma anche la ‘mentalità’ dei diversi popoli e addirittura i loro problemi, fintantoché si lasciano inquadrare all’interno di schemi consolidati. Su queste basi anche temi difficili come le violazioni dei diritti umani, il fondamentalismo o la dissidenza in Paesi lontani trovano posto nella coscienza collettiva tedesca: basta che si inseriscano in un quadro consolidato che faccia trovare le opinioni belle e pronte. Ma gli sviluppi che esulano da questi schemi e ineriscono a una logica estranea si scontrano con un muro di indifferenza, prossimo a convertirsi in aggressività qualora la logica altrui minacci di mettere in crisi la propria. Ecco perché una società percorsa da tanta ammirazione verso la Grecia antica e contemporanea e il suo stile di vita aperto e tollerante, sviluppa una tale intransigenza non appena tale stile minacci di toccargli il portafoglio, cioè di ribaltare il rapporto consolidato fra soggetto agente e oggetto formato.

 

Il quadretto a pastelli colorati che questo cosmopolitismo mette alla base del suo benevolente interessamento verso gli altri ha un presupposto fondamentale: non devono mettere in discussione la propria realtà. In astratto nessuno si sognerebbe di negare di essere parte di un più vasto mondo e dei suoi cambiamenti, ma in concreto questa percezione rimane profondamente estranea all’appercezione tedesca del mondo. Ecco perché un dibattito su cosa voglia fare la Germania del potere che si è trovata in mano in Europa dopo la crisi del 2008 è estremamente impopolare. C’è quasi un tacito divieto di parlarne, perché la semplice ammissione che il problema esiste minaccia lo status quo di benevolenza verso tutto e tutti, sotto le cui ali il Paese spera di continuare a fare buoni affari e ad impartire giudizi altolocati.

Il problema tuttavia è che tale potere esiste e viene – già oggi – concretamente esercitato. Ma siccome esso viene tabuizzato, i politici attenti agli umori dell’opinione pubblica continuano a parlare solo di economia e solo entro gli schemi consolidati. E così lo scorso fine settimana proprio la supposta garante massima di tale benevolenza è diventata bersaglio della collera che da varie parti del mondo si rivolge ormai contro la Germania.

Il che non significa che la ratio inerente a questa visione del mondo non si estenda fuori dalla sfera di influenza tedesca. Proprio l’ex-ministro greco delle finanze Giannis Varoufakis lo testimonia indirettamente nella sua nuova attività, iniziata da un paio di settimane, di commentatore ed etnologo delle istituzioni europee. In un’intervista concessa subito prima del vertice, ma pubblicata la settimana scorsa dalla rivista britannnica ‘New Statesman’, riferisce del modo in cui si svolgevano le trattative tra i ministri delle finanze dell’eurogruppo. Descrive il vertice come “un’orchestra estremamente omogenea” diretta da Wolfgang Schäuble. Ogni tanto poteva verificarsi una piccola stonatura, col ministro francese che azzardava un’osservazione che deviava in maniera “assai sottile”, e cortesemente mascherata in gergo giuridico, dalla linea tedesca. Ma a quel punto “Doc Schäuble” interveniva rimettendo tutti in riga, e anche il francese abbandonava i suoi distinguo.

Varoufakis riferisce che in questo ambiente i suoi interventi sembravano quelli di un extraterrestre. Quando finiva di esporre le sue argomentazioni, accuratamente preparate in anticipo, vedeva attorno a sé sguardi persi nel vuoto. “Era come se non avessi mai aperto bocca. Se mi fossi messo a cantare l’inno nazionale svedese avrei ricevuto la stessa reazione”. E’ interessante osservare che a suo avviso non c’era risentimento: “non c’era traccia di irritazione, era come se non avessi mai parlato”. Se il suo resoconto è affidabile, nel corso di queste sedute due razionalità alternative si sono non scontrate, quanto hanno marciato ciascuna per contro proprio. La razionalità che domina i vertici, e di cui Schäuble era la voce più rigorosa ed autorevole, è quella dell’adeguamento alle regole appoggiata su una cornice morale: bisogna pagare i debiti, se non rispettiamo leggi ed accordi stipulati a livello europeo salta l’intera costruzione.

Nelle ultime settimane si è molto discusso della fragilità di quest’argomento: realisticamente, la Grecia non sarà mai in grado di saldare i propri debiti; le rigide misure austeritarie non generano soltanto una catastrofe sociale, ma strangolano la crescita economica; in più limitano la sovranità democratica del Paese e, aggravandone le turbolenze interne, aggiungono un rischio geopolitico. Ciononostante la razionalità alternativa finalizzata all’allargamento delle regole esistenti non ha avuto finora alcuna chance di prevalere nei vertici ufficiali: né i piani di un New Deal, comprensivo di un taglio al debito greco, né le speranze di una riforma profonda dell’Unione basata sull’unificazione economica. La ratio dell’adeguamento alle regole garantiva un’aspettativa di regolarità e di stabilità talmente forte da sopraffare ogni considerazione contraria, anzi da far sì che tali considerazioni nemmeno venissero recepite come tali.

Quando poi, con il referendum, inaspettatamente è diventato evidente che questo approccio teso alla stabilizzazione burocratica non faceva presa sui greci, alcuni hanno perso la pazienza. Nel vertice del fine settimana pare si siano verificate scene sgradevoli: il ministro finlandese e quello sloveno si sono abbandonati ad aggressioni emotive contro la Grecia e Schäuble ha zittito Mario Draghi dicendogli “non sono un idiota”. Il vertice ha imposto le conclusioni previste, ma la finzione dell’ovvietà delle regole esistenti, autogenerantesi a partire da una logica istituzionale, è andata in frantumi.

E i tedeschi non capiscono più cosa il mondo pretenda da parte loro. Non è che, come pensa Habermas, gli si voglia male per le loro pretese egemoniche. E’ che, essendo di fatto egemoni, non vogliono superare il livello degli mercantucoli che vedono il resto del mondo in termini di clienti, debitori e articoli di consumo. Anziché come sfera di intervento, che avrebbero la responsabilità – e l’interesse – di promuovere in termini di sviluppo economico e democratico. Improvvisamente si comincia a intuire quanto sia pericoloso il potere, anche quando è animato da buone intenzioni.